Il turco in Italia

dicembre 10, 2005 in Spettacoli da Stefano Mola

L’opera di Rossini sul palco del Regio, dal 9 al 18 dicembre. Allestimento coloratissimo, stelle del belcanto, la bacchetta di Corrado Rovaris

Il turco in italiaL’EVENTO

Il turco in Italia, dramma buffo in due atti composto nel 1814 da Gioacchino Rossini su libretto di Felice Romani sarà sulla scena del Teatro Regio dal 9 al 18 dicembre, per otto recite. Il coloratissimo allestimento originariamente preparato nel 1994, a Bologna, ripreso l´anno scorso al San Carlo di Napoli è di Antonio Calenda (scene di Nicola Rubertelli, costumi Maurizio Millenotti).

Quanto al cast, difficile avere di meglio per un dramma buffo rossiniano: Eva Mei (Fiorilla), Michele Pertusi (Selim), Alfonso Antoniozzi (Don Geronio), Roberto de Candia (il poeta Prosdocimo). A questo meraviglioso poker, affiatatissimo anche grazie a un rapporto d’amicizia che li unisce al di là del palco (elemento non trascurabile per uno spettacolo dove i tempi comici sono fondamentali) si aggiungono Mark Milhofer (Don Narciso), Silvia Gavarotti (Zaida) e Luigi Petroni (Alzabar).

A impugnare la bacchetta davanti all’Orchestra del Teatro Regio torna Corrado Rovaris, che abbiamo avuto modo di ammirare nel Barbiere di Siviglia (2000) e nel Così fan tutte (2003, con la regia di Scola). Maestro del coro è Claudio Marino Moretti.

MAMMA LI TURCHI, IL TEATRO, L’AMORE (E LA SUA MALINCONIA)

Quest’opera chiude una stagione nella vita di Rossini che lo vide comporre 14 opere tra il 1810 e il 1814 (!), rappresentate tra Venezia e Milano, prima di spostare il suo baricentro verso sud, tra Napoli e Roma. È (ingiustamente) considerato un titolo minore, sin dalla partenza: il pubblico lo vide solo come una specie di Italiana in Algeri rovesciata allo specchio (personalmente, preferisco di gran lunga il Turco, ma questo conta poco). La sua rinascita si deve a una memorabile esecuzione romana sotto la direzione di Gianandrea Gavazzeni: 1950, nel ruolo di Fiorilla, modestamente, Maria Callas (e tte credo).

Dove risiede, ai giorni nostri, l’interesse per Il turco in Italia? Al di là del piacere fisico di farsi attraversare dalla musica indubitabilmente rossiniana, sta nella sua modernità strutturale. Il librettista Felice Romani mette in piedi una vicenda che richiama neanche troppo alla lontana nientemeno il Pirandello di là da venire. Se nello scrittore siciliano sono i personaggi a cercare l’autore, qui è invece l’autore a cercare i personaggi. L’opera si apre con il poeta Prosdocimo che sospira Ho da far un dramma buffo/E non trovo l’argomento (come non vedere qui un’ombra dello stesso Rossini nello stress compositivo dei suoi primi anni?).

Il turco in italia - 1Non trovando risorse nella sua fantasia, si guarda intorno, alla ricerca di ispirazione nella vita. La vitalità straripante di Napoli gli offre ben presto diversi spunti:

  • sta per sbarcare un importante signore turco, Selim

  • tra le zingare si nasconde Zaida, un tempo promessa sposa di Selim, da lui così perdutamente amata da arrivare a mandarla a morte per gelosia (!). Condanna da cui è scampata a stento fuggendo per l’appunto in Italia

  • la vezzosissima Fiorilla che appena arriva sul palco ha un programma chiarissimo: Non si dà follia maggiore/Dell’amare un solo oggetto/Noia arreca e non diletto/Il piacere d’ogni dì

  • Don Geronio, marito di Fiorilla, si aggira cervo innamorato e tonto, sperando debolmente di recuperare la situazione

  • Don Narciso, presunto amico di Don Geronio, fatuo e impalpabile (omen nomen) cavalier servente di Fiorilla

    Insomma, non manca niente, e non è difficile prevedere gli sviluppi. Però. Prosdocimo prende appunti dalla realtà e al tempo stesso cerca, interagendo con i personaggi, di modellare le vicende come creta. Allora, che cosa stiamo veramente vedendo? La vita, oppure l’immaginazione di Prosdocimo al lavoro? O un mix difficilmente distinguibile dei due?

    La scena XVI del primo atto è significativa: Selim sta per riconoscere in una zingara sulla incontrata per caso spiaggia l’amata Zaida. Momento emotivamente importante, tanto che Prosdocimo mormora: Vi sarà uno svenimento/Vo un sedile a preparar. Il problema è che alla fine nessuno ha un mancamento. Il poeta quindi commenta: V’è il sedile e non si sviene… / Colle regole non va.

    Raschiando il barile dei nostri passati studi peschiamo anche altre suggestioni, non letterarie. Meccanica quantistica, primi del 900, principio di indeterminazione di Heisenberg: non si può eseguire una misura senza perturbare la quantità che è l’oggetto stesso del nostro esperimento.

    Qui però stiamo irrimediabilmente derivando, col rischio di far navigare al largo, diffondendo nell’aere foschie di intellettualismo astratto. Resta la musica di Rossini, resta il divertimento, resta l’amore. La commedia, nella sua deformazione talora grottesca, ci racconta sempre qualcosa di noi: per esempio, l’infatuazione. Scena VI, primo atto: Selim e Fiorilla, sembrano sedursi a vicenda. Più che essere interessati all’altro(a), sono alle prese con se stessi, con il desiderio di essere riconosciuti come desiderabili di fronte a un forma (quella dell’altro) che li colpisce si esteticamente, ma che rappresenta principalmente un controvalore della propria autostima. Tutto questo è complicato da scrivere, eppure è una situazione alla cui suggestione è difficile sfuggire: nella vita di tutti i giorni, camminando per strada, in ufficio, in fila alla posta. Quel viso, quello sguardo che improvvisamente riconosco attento, dove mi potrà portare?

    Credo che poche cose siano in grado come la musica di raccontare emotivamente tutto questo. E se c’è un fondo malinconico, come c’è anche in Rossini, è nella consapevolezza della condanna eterna, nell’impossibilità alla rinuncia nei confronti di questo trasporto seduttivo: anche alla fine, quando Fiorilla, forse più timore della perdita della sicurezza sociale che per vero amore, decide di restare con Don Geronio, c’è un ultimo fugace incontro con Selim, prima che costui torni nella patria natale con il primo amore Zaida. Abbiamo la netta percezione che se fossero in quel momento soli, e non nel turbinio di personaggi proprio del finale, quando tutti devono essere in scena, ricomincerebbero da capo. O lo farebbero con qualcun altro(a). Questa malinconia della rinuncia al sempiterno inseguimento è nettamente percepibile fin dall’ouverture, nel lungo episodio in cui il corno la fa da padrone.

    Per concludere, torniamo a quel principio che non abbiamo finora affrontato, ovvero a mamma li turchi. Non ci sono, né tra le parole di Romani, né tantomeno nella musica di Rossini, turcherie. Niente percussioni particolari, o scale esotiche. Il turco è tale per il suo costume di scena, non per come parla o per quello che fa. Non profuma d’esotico, apprezza l’occidente, discute di costumi in maniera buffa ma in fondo borghese con Don Geronio all’inizio del secondo atto. Sarebbe sbagliato parlare di turco normalizzato oppure occidentalizzato. Forse semplicemente di Turco accettato come parte del mondo, capace a sua volta di riconoscimento reciproco (al suo arrivo proclama: Bell’Italia, alfin ti miro/Vi saluto amiche sponde).

    Un paradigma da mettere davanti agli occhi nei tanti dibattiti sull’integrazione europea del grande paese al di là del Bosforo?

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    di Stefano Mola