Il sudore della paura

ottobre 30, 2003 in Sudate Carte da Redazione

Quando hai tanta paura cominci a tremare… tieni gli occhi sbarrati, fissi… si annulla la salivazione… la testa ti scoppia… il cuore batte al ritmo di 1000 tamburi… non riesci più a controllare i tuoi sensi… ti gronda la fronte… ogni punto del tuo corpo suda e l’odore diventa forte, acre… un odore che impregna la tua pelle…

Non riesco a capire quanto può essere tremenda la paura in guerra: è paura per la propria vita e per quella delle persone care… è la paura dell’odio, del male…

E’ difficile immaginare quanto velocemente può battere il cuore di una donna in un rifugio antiaereo quando non sa se la scuola di suo figlio è stata bombardata, o quanto intensamente può tremare un uomo che aspetta di essere scoperto dal nemico… ma ancora più difficile è sentire il sudore che bagna i soldati, gli uomini, le donne, i bambini… il sudore di guerra.

Per raccontare il sudore della paura mi sono servita del racconto di mia nonna che invece di raccontarmi, come aveva fatto per tanti anni, la fiaba di Pollicino o le vicende dei briganti davanti alla porta di Sesamo, mi ha raccontato un pezzo della sua vita, un’esperienza che oggi è storia… Quel racconto non l’avrei più dimenticato.

Il racconto di mia nonna inizia così: “Era il giugno del 1944 e, ragazza mia, la paura faceva grondare di sudore ogni volta che si sentiva sparare o urlare.

C’erano i fascisti da un lato e i partigiani dall’altro nelle nostre terre, e noi, gente comune, sempre in mezzo; gli uni cercavano gli altri come in una pericolosa danza tra gatti e topi: rastrellamenti, rifugi, armi, bombardamenti…

La paura faceva stare attenti, non ci si poteva distrarre o la danza improvvisamente finiva e con un solo balzo il gatto catturava il topo.

Quando i fascisti arrivarono in paese per il primo rastrellamento era pomeriggio. Ero andata a fare una passeggiata con la bambina più piccola di soli 7 mesi; sulla piazza c’erano il camion dei partigiani e molti bambini che giocavano. I tedeschi arrivarono da un lato, all’improvviso: tutti scapparono, c’era una gran confusione… Fortunatamente, data la presenza di tutti quei bambini, spararono in alto e non sulla piazza. Anch’io scappai con la piccola. Non sapevo cosa fare, a casa non c’era nessuno, gli uomini erano tutti a lavorare. Decisi di scappare nella vigna, ma nella mia stessa direzione erano fuggiti anche i partigiani. I tedeschi posizionarono la mitragliatrice a circa 15 metri da me ma a quel punto non potevo più muovermi o mi avrebbero vista! Mi nascosi allora in un fosso cercando di nascondere con il mio corpo e i miei lunghi capelli neri quella creatura innocente. Cercai di stare ferma, ma non è facile quando non riesci a controllare il battito del cuore e il tremolio delle gambe e senti il rumore continuo della mitragliatrice e i bossoli che battono sui rami sopra la tua testa e a quella di tua figlia.

Non ci hanno viste, sono stata lì anche dopo che se ne erano andati… ero bagnata, pensavo fosse la terra umida ma era il mio sudore…”

di Marcella Sibona