Il sudore del matto | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 24, 2002 in Sudate Carte da Redazione

Lasciarsi affascinare dal sudore di un matto è una cosa da folli, e allora, forse, io sono folle e ne sono felice. Felice come una bambina che tanto tempo fa (non so più quando, non so più dove) si lasciava rotolare tra l’erba umida giù per una scarpata e la totale libertà di quell’abbandono la faceva sentire unicamente in balia di qualcosa che stava al di là della sua volontà, indipendentemente da essa. La gioia che allora le scoppiava dentro era talmente forte da sopraffarla e farle credere che tutto il mondo fosse stato in lei.
Ci sono emozioni di una banalità sconcertante che ti rimangono nella mente per tutta la vita anche se credi di averle dimenticate, come lampadine difettose che a tratti si accendono, per illuminare il buio dei tuoi giorni senza senso. Ecco, quella è una di queste emozioni, il mio orizzonte rosa, che a volte ritorna.
Torino, per chi non la conosce, è una città strana: anonima e completamente estranea alla tua vita, come una vecchia signora altezzosa. In realtà è una mamma, una mamma severa e distaccata, che non ti commisera eppure ti accoglie sempre nel suo grande ventre, ti rimette in piedi asciugando le tue lacrime con discrezione, mostrandoti la strada nell’intreccio delle infinite possibilità… e se a volte non ti accorgi della sua presenza è soltanto colpa tua, perché non sai o non vuoi ascoltare la sua saggezza taciturna.
Era un giorno come tanti giorni opprimenti e appiccicosi di un’estate che non vuole terminare. Il passato diventa presente ed io sono lì, seduta sull’autobus, ad aspettare la mia fermata. Chiudo gli occhi per nascondermi, per non vedere, per non pensare (come se questo bastasse ad annullare la coscienza), ma soprattutto per non correre il rischio di mostrare agli altri uno sguardo che annega nella tristezza per il mio amore finito, che ancora non ho saputo dimenticare. Vorrei dormire, per sempre.
L’autobus frena bruscamente, ho un sussulto e sono costretta per un attimo ad osservare ciò che mi circonda. C’è un uomo di fronte a me: un barbone, un matto o forse entrambe le cose…è grasso, sporco, ubriaco, ma con gli occhi limpidi di chi ha capito che il suo niente è infinitamente più pesante del tutto che lo circonda. Scuote le spalle, ride come un idiota e suda di continuo… suda e si asciuga la fronte con un fazzoletto azzurro, accuratamente, come se quel gesto fosse l’unica cosa veramente importante della sua vita, l’unica dignità che nessuno è ancora riuscito a sottrargli.
Improvvisamente si crea il vuoto intorno a lui, alcuni ragazzi sghignazzano, altri lo indicano agli amici forse sperando, in cuor loro, di esorcizzare la paura di ridursi in quel modo. Ma il matto continua a ridere, incurante di ogni giudizio. Poi, come un attore solitario che prova la propria parte sul palcoscenico di un teatrino deserto, si schiarisce la voce e comincia a cantare:
?Io non so parlar d’amore…?
Mio Dio, la nostra canzone…La rabbia mi paralizza. Che ne sa un matto della mia vita? Chi gli ha dato il permesso di entrarci? Ma rapidamente il ghiaccio si scioglie dentro di me e la rabbia lascia il posto ad un attonito stupore… Che cosa sta dicendo? Le parole sono tutte sbagliate…
Il mio viso s’illumina di consapevolezza… sto provando ancora l’immenso piacere di sentire la vita scivolarmi addosso, indipendentemente dalla mia volontà… tutto, tutto intorno a me mi sta parlando e io sono parte di un disegno perfetto. Piango per la gioia insopportabile.
Mio unico, grandissimo amore…piango ora come piansi tra le tue braccia quella sera in cui mi ringraziasti per averti insegnato ad amare… Piango come piansi quel pomeriggio, quando facendo l’amore sul tappeto sentii il tuo corpo totalmente mio, e non riuscivo a credere che tutta quella felicità appartenesse proprio a me…Chissà se ancora stai pensando agli anni trascorsi amandoci come solo i bambini sanno fare…alla tenerezza e alla banalità delle piccole cose che ci univano, ai nostri occhi che incontrandosi brillavano e ridevano, al desiderio di sentirci vicini per un tempo infinito… L’amore vero non è mai per sempre, disse qualcuno, e anche noi un giorno ci siamo persi, mentre un cancro mi divorava lo stomaco e il freddo che sentivo dentro di me cristallizzava ogni goccia del mio dolore.
?Il segreto non è tenersi stretto ciò che hai,
ma lasciare andare ciò che hai già perso…?
Così te ne sei andato, tra le braccia di un’altra donna senza volto, ed io ora sono qui, seduta sull’autobus, ad ascoltare la nostra canzone dalla voce di un matto che sbaglia tutte le parole… o forse non le sta sbagliando, ma ha ragione lui: sono sempre state quelle le vere parole, ed io non me ne sono mai accorta. È stata solo una grande illusione, ecco tutto. Una lunghissima illusione che sembrava realtà…
Il dolore cristallizzato si scioglie completamente ed io continuo a piangere di gioia perché finalmente ho capito tutto, grazie a quel matto ha avuto il coraggio di dirmi la verità. Una beatitudine immensa è dentro di me, la beatitudine di chi è consapevole, al di là del bene e del male, del piacere e della sofferenza, che il senso delle cose è una farfalla rara che soltanto per caso riesci a catturare nella tua rete (mentre scrivo queste cose c’è Arturo, il mio assistente di Office, che gioca con una farfalla e questa piccola coincidenza mi fa trasalire, cancellando all’istante ogni mio dubbio residuo).
Provo per quell’uomo una tenerezza così sincera che vorrei abbracciarlo e dirgli grazie, ma la sua semplicità mi disarma e mi sento inadeguata, io, con tutto ciò che so e tutto ciò che possiedo. Il matto continua a cantare come se quella canzone non avesse mai fine, ripetendo quelle parole non più sbagliate, ormai, ma svelate in tutta la loro caotica autenticità… e continua a sudare, sudare, sudare… e in quel sudore c’è tutta la fatica della sua povera esistenza, ma anche (ne sono sicura) lo sforzo di un uomo che tira fuori da sé un’emozione per regalarla. Un’emozione che non costa nulla, ma in grado, ogni volta, di rimettere al mondo qualcuno. Ed io piango di gioia.
Il suo sudore si mescola alle mie lacrime e tutto è perfetto, anche il calore grigio e soffocante che entra dal finestrino e s’insinua nei nostri corpi per purificarli. Il matto s’asciuga con cura, poi scende dall’autobus e butta a terra il suo fazzoletto azzurro e sporco. Ora è finalmente libero, non possiede più nulla e la sua anima è pura come quella di un bambino, poiché tutto il superfluo era racchiuso in quel fazzoletto.
Io sono felice, proprio come quando mi lasciavo rotolare nell’erba umida giù per la scarpata, e tutto il mondo era dentro di me. Torino è una mamma che conosce tutte le risposte, ma che le svela soltanto per caso, a chi le sa ascoltare.

di Tiziana Bolla