Il palleggio

maggio 20, 2004 in il Traspiratore da Stefano Mola

(descrizione 1)

Il Palleggio, insieme al Tiro e al Passaggio, è uno dei Tre Fondamentali individuali (è chiaro, sto parlando di pallacanestro, cioè di sedici anni di sere della mia vita, ma anche di sabati pomeriggio al chiuso e all’aperto, sotto il sole e contro uno sfondo di cielo azzurro e sopra una vampata di calore che arriva da quel materiale che non è né asfalto né cemento, qui è ignoranza, non imprecisione, è chiaro che in tutto questo c’è una specie di captatio, e non direi benevolentiae, dopo). Dunque, dicevamo, il Palleggio, che è poi l’unico modo per spostarsi in campo con il pallone in mano. Quindi, da quando abbiamo il pallone in mano cambia il nostro status, non siamo più liberi di correre come ci pare, aggiungendoci semplicemente addosso l’oggetto come fosse un fardello, o uno zaino, o una borsa della spesa, o un bimbo da tenere in braccio (perché, forse non è chiaro a tutti, l’oggetto ha forma sferica, come tutti i palloni direte voi, bravi, e quello da rugby o da football americano? Non mi prenderete facilmente in castagna, che tra l’altro è tutta un’altra forma, su questo terreno, sia nel senso di settore dello scibile che nel senso di campo da gioco).

Ora, per muovere tutti e due i piedi col pallone in mano (se proprio vogliamo, un piede si può muovere, basta tenere l’altro fisso, in senso geometrico e non fisico, addirittura su questo piede si potrebbe piroettare; se questo è utile, è chiaro, in gergo tecnico si dice fare piede perno), dicevo, se vogliamo muovere tutti e due i piedi (perché non siamo obbligati, è chiaro, potremmo anche tirare o passare, cercate adesso di circoscrivere l’attenzione a un solo possibile gesto, anche se so che la complessità, i nessi, i bivi sono continuamente in agguato) e quindi se finalmente col pallone in mano ci si vuole spostare per il campo (è chiaro per quanto detto prima che muoversi, nel senso letterale di non stare immobili, si può, basta usare il piede perno) allora si deve palleggiare. In due parole, ciò significa far rimbalzare il pallone per terra (lo so che le parole sono cinque, è chiaro che se volete essere pedanti ci potete benissimo riuscire).

Farlo rimbalzare, ma non in un modo qualunque: la parte del braccio che va dalla spalla al gomito deve restare sostanzialmente immobile (è bene che il punto di impatto del pallone con il terreno non si allontani troppo da noi), facendo perno sull’avambraccio l’avambraccio si sposta su e giù, il polso quasi disarticolato, si direbbe privo di volontà propria, come una frusta trasmette la potenza dall’avambraccio al pallone. Questo movimento (il su e giù dell’avambraccio che sembra avere l’inesorabilità meccanica di una biella, la manifestazione concentrata della potenza, come si può avere in un’esplosione, che è la frustata del polso) questo movimento non è ancora tutto, perché il contatto ultimo è quello determinante, ed il contatto ultimo deve essere solo ed esclusivamente tra i polpastrelli e il pallone). Guai ad utilizzare il palmo della mano, si perde il controllo (lo si fa sempre davanti ai bambini quando si insegna il palleggio, si dice guardate, ora palleggio con il palmo, e si esagera, si tiene il polso totalmente rigido, così come le dita distese, e si imprimono delle botte volgari con il palmo aperto, è chiaro che così non si può dominare il pallone, controllarlo a proprio piacimento, prima o poi, esagerando un po’, ma è chiaro, lo si fa a fin di bene, non per ingannare, il pallone scappa via impazzito). Invece, dicevo, sono i polpastrelli soltanto a spingere il pallone verso il basso e ad accoglierlo quando questi risale, carezzandolo, dirigendolo variando il tempo di contatto, dosando la potenza con dolcezza, irretendolo in una serie di contatti ora brevi ora un po’ più prolungati, parlo sempre di istanti certo, ma perfettamente distinguibili, ad esempio palleggiando alto, ovvero permettendo al pallone di risalire molto dopo l’impatto con il terreno, si può apprezzare l’istante in cui il pallone giunto al punto più alto della sua traiettoria è per un momento esattamente fermo, come magneticamente sospeso ai nostri polpastrelli (è chiaro che qui c’è una tensione che deve essere risolta, lo dichiarano le immagini stesse che ho usato, quelle meccanico futuristiche della biella e della frusta e quelle quasi sensuali legate al contatto con i polpastrelli, il pallone deve essere dominato ma con delicatezza, dietro la gentilezza del tocco al tempo stesso si deve sentire una forza, problema del resto comune ad altri campi).

Una volta iniziata l’azione di palleggio, allora si possono muovere tutti e due i piedi, addirittura correre (è chiaro, ora dovete di nuovo allargare il campo visivo, ripensare alla sequenza di gesti nel contesto di cui l’azione è parte). Bisogna però fare attenzione, il pallone deve essere protetto (non tanto ovviamente perché il pallone stesso sia sensibile, qui proteggere va letto piuttosto come difesa di un possesso, non lo si fa per il pallone ma per se stessi, certo il verbo suggerisce una dimensione affettiva, ma poi è chiaro che non c’è tanto conflitto, è così che devono andare le cose, la radice ultima dell’azione deve essere il sé), dicevo, il pallone deve essere protetto, e per far questo si deve usare il corpo, interporre il proprio corpo tra il pallone e l’avversario (illuminante, alla luce di quanto sopra detto, il concetto di protezione con il corpo, pensiamo ad un abbraccio, certo è contenuta in un abbraccio anche della protezione, ma è chiaro che non si abbraccia soltanto per comunicare protezione).

E c’è modo e modo, come in tutte le cose del resto, ad esempio si potrebbe dare semplicemente la schiena all’avversario, palleggiare nello spazio delimitato dai propri piedi e avanzare rinculando alla cieca (è chiaro che così non va bene, non so quanto siate addentro alla filosofia del gioco, e forse quest’immagine così fortemente e così negativamente connotata, “avanzare rinculando alla cieca”, vi insospettisce, forse pensate che io cerchi di plagiarvi, allora se questo vi aiuta mettetevi in un’ottica relazionale, altri direbbe sistemica, si tratta di uno sport di squadra, ed in questo volgere la schiena al mondo non c’è altro che difesa esclusiva, gelosa, quasi morbosa dell’oggetto, la paura della perdita dell’oggetto in sé diventa dominante, sembra sottintendere una incapacità relazionale, un non saper vivere la propria relazione nel contesto di tutte le altre relazioni) e invece il corpo deve essere messo di taglio, l’asse delle spalle perpendicolare alla direzione di spostamento, offrendo la spalla al petto dell’avversario e palleggiando di fianco con la mano più lontana da lui, gli occhi da volatile che spazzano un angolo di visuale il più ampio possibile, guardando quello che non si vuol vedere e vedendo quello che non si sta guardando (avrei qui voluto dire “occhi di falco”, non fosse

un’immagine bisunta, e so quanto giustamente voi siete attenti a questo, allora ho detto occhi da volatile perché i volatili hanno un campo visivo più ampio del nostro, suggerendo così l’importanza che nella pallacanestro ha la visione periferica, mi piacerebbe comunque che vi soffermaste un attimo sull’immagine del falco roteante nel cielo in attesa di colpire, sul senso di agguato e imprevedibilità, questo devo comunicare quando sono in campo) e quindi proteggendo il pallone a testa alta dimentico il pallone stesso, ma nel modo in cui si può dimenticare il proprio braccio (è chiaro, a questo bisogna mirare, l’oggetto è importante quanto può esserlo una parte di noi stessi, eppure non può essere il tutto, l’annullamento, le cose devono avvenire in modo naturale, così come è naturale per noi muovere un braccio). Se sapete fare questo, allora siete pronti davvero.

La Cappella Sistina

(descrizione 2)

Una stanza grande, con il soffitto e le pareti ricoperte di pitture.

Il Traspiratore – Numero 49

di S. Mola