Il paesaggio italiano

settembre 15, 2002 in Libri da Gustare da Stefano Mola

AAVV, “Il paesaggio italiano”, Touring Club Italiano, pp. 279, Euro 35,64

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Il paesaggio. Non so se capita anche a voi, di fronte a certe parole. A volte, se ci chiedono di definirne con precisione il significato, tutto quel sistema di carrucole e cavi che regge la nostra mascella nella sua posizione consueta e (speriamo) americanamente volitiva con cui affrontiamo il mondo, improvvisamente si disarticola. Spesso la risposta che forniamo è tautologica: massì, dai, vuol dire… la tal cosa vuol dire la tal cosa. Come quando per strada non vediamo un gradino, e facciamo un passo nel vuoto. È un problema delle parole? O forse dell’uso noncurante, spesso inconsapevole, che ne facciamo? Oppure solo mio? Certo, sarebbe paralizzante se prima di emettere una qualsiasi combinazione di lettere ci mettessimo a sfogliare il vocabolario. Supponiamo che qualcuno, magari in tram, senza antipasti di chiacchiere sul tempo, vi chieda: che cos’è il paesaggio?

Scatola, ad esempio, è una parola molto più confortante, pur nella sua potenziale multiformità. Perché il paesaggio non è una scatola, una parola che riassume una categoria di oggetti su cui non è detto che sia necessario un investimento emotivo. Mentre “paesaggio” richiede una nostra partecipazione, richiama sottilmente le nostre categorie estetiche, sottintende probabilmente un giudizio. Anche lo Zingarelli non mi soddisfa più di tanto: dice “complesso di tutte le fattezze sensibili di una località; panorama; aspetto tipico di una regione ricca di bellezze naturali”. Mi sembra anche lui un po’ in difficoltà, forse ha capito che sarebbe stato necessario dilungarsi troppo. Insomma, il paesaggio è inscindibile da chi lo guarda e dalle sua categorie. È come dire che il paesaggio non esiste senza nessuno che gli stia davanti.

Per fortuna, scorrendo questo magnifico libro, ci soccorrono parole più autorevoli delle nostre. Prendiamo ad esempio Eugenio Turri, che a pagina 63 dice: “Il nostro sguardo è al tempo stesso emozionato e indagatore e questa duplice attività trasforma il territorio in paesaggio in quanto percezione soggettiva che dà valore culturale, sentimentale a una realtà che vive anche senza di noi, senza il nostro sguardo”. Più che un qualcosa di tangibile, il paesaggio è quindi un insieme di emozioni che si scatenano dentro di noi quando il nostro sguardo e la nostra attenzione sono ben svegli e attivi. E dipende quindi anche dalla nostra cultura. Infatti, sempre Turri, più avanti dice “l’apprezzamento del paesaggio sottintende sempre il superamento di un rapporto semplicemente consuetudinario e convenzionale con il territorio in cui si vive. Comporta passioni vitali, sentimento della natura, autocompiacimento dell’esserci e dell’agire”.

Scusate se mi sono lasciato un po’ trascinare dalla parola paesaggio e vi ho detto poco o niente di questo libro. Da quanto ho detto finora, non credo possa stupire che questo libro sia fatto di ben 12 saggi diversi che cercano di rendere e spiegare le ricchezze e le diversità dell’Italia. Per cercare di scomporre l’insieme degli elementi che generano le emozioni che fanno il paesaggio: geologici, storici, culturali, agricoli, industriali. Se ne possono tracciare le trasformazioni (il paesaggio vive, cambia, così come la società e la cultura). E i problemi, le possibili cause di degradazione. Tutto questo è poi ancora più vero per un paese come l’Italia, che “per la sua posizione geografica, al sua forma allungata e peninsulare, ma anche per la sua eterogeneità storica, è un micro-continente”, come dice Adriano Agnati nella prefazione. Ci troviamo tra le mani quindi non solo un volume ricchissimo di notizie e spunti di riflessione, ma anche un patrimonio iconografico. È un libro fatto di fotografie bellissime e problematiche insieme: ci quelle di Venezia, ma anche di Porto Marghera.

In più, tra un saggio e l’altro, ci sono dossier di immagini dei più famosi fotografi italiani, da Gianni Berengo Giardin a Fulvio Roiter, da Luigi Ghirri a Mimmo Jodice (sono in tutto 11). Questa parte è complementare a quella più “scientifica” e conferma senza bisogno di parole che il paesaggio è emozione e che quindi potenzialmente esistono tanti paesaggi quanti sono gli sguardi che si posano sul territorio. Penso a certe fotografie di Franco Fontana che trasfigurano astrattamente il paesaggio della Basilicata, quasi a farne un Mondrian di puri colori. O all’emozione di quella strada in Toscana adagiata come un serpente su un crinale, e una coppia in basso all’inizio della risalita, un bianco e nero di Gianni Berengo Giardin.

Ma in chiusura vorrei tornare alle parole di Agnati, quando dice: “dobbiamo capire che questo concentrato di diversità è un valore inestimabile, che certo pretende, anche nella gestione del patrimonio paesaggistico, soluzioni, interventi e modalità locali diverse e autonome, ma strettamente coerenti a un unico ferreo indirizzo, saldamente teso alla valorizzazione lungimirante dei valori, che la natura, la storia, l’intelligenza, il coraggio, la fatica e la prudenza di coloro che ci hanno preceduto nel tempo hanno depositato nel nostro territorio”. Parole da tenere bene a mente, e da coniugare con quell’esserci e agire del citato Turri.

Agire che purtroppo, sempre tenendo gli occhi aperti, vediamo spesso andare in direzione opposta alla tutela o allo sviluppo armonico. Per questo sarebbe bello adottare questo testo almeno nelle scuole superiori, per creare coscienza e consapevolezza. Come abbiamo detto, il paesaggio è emozione anche culturale, e la cultura dovrebbe fondarsi sulla scuola. Ma forse, come purtroppo accade, far leggere un libro a scuola equivale a ucciderlo.

(en passant, è proprio la ricchezza tutta italiana di diversità territoriale e culturale che si rispecchia specularmente in quella della sua cucina)

di Stefano Mola