Il naturale disordine delle cose

febbraio 22, 2004 in Libri da Stefano Mola

Andrea Canobbio, “Il naturale disordine delle cose”, Einaudi, pp. 262, Euro 16,50

CanobbioUna sera, nel parcheggio di un centro commerciale, Claudio Fratta è appostato in macchina. Sta seguendo un uomo, uno degli strozzini che hanno rovinato suo padre, provocando il fallimento della sua azienda di mobili. L’uomo, in piedi, sotto una pioggia fine e fitta, attende non si sa bene chi, o cosa. Improvvisamente, un furgone lo investe. Subito dopo, una Ka passa sopra all’uomo a terra e scappa via. Claudio Fratta parte, inizia a seguire la donna. Incontrerà così per la prima volta Elisabetta Renal, estraendola dalla Ka, uscita di strada pochi metri dopo.

Inizia così, in questa atmosfera un po’ noir, il quinto romanzo di Andrea Canobbio. Claudio Fratta è un architetto di giardini. Ha intrapreso questa professione non per vocazione, ma quasi per caso. Lo ha fatto per aiutare il padre che, dopo il fallimento, per guadagnarsi da vivere, aveva cominciato a fare il giardiniere. La vicenda del padre non è l’unico snodo drammatico nel passato di Claudio. C’è anche la morte per overdose del fratello Filippo. Soprattutto, la lunga notte silenziosa passata insieme al padre, e nessuno dei due capace di prendere la decisione di portarlo per tempo al pronto soccorso.

Claudio vive ora solo, in una cascina, dove apparecchia sempre per due. Ha un aiutante polacco, che ha una passione fanatica per l’Italia risorgimentale e l’opera. I suoi momenti di felicità coincidono i fine settimana, quando gioca con i nipoti, i figli dell’altro fratello Carlo, logorroico contestatore del sistema, frustrato ricercatore universitario. Elisabetta Renal telefona a Claudio poco tempo dopo l’incidente per commissionargli un giardino. Nella progettazione e successiva realizzazione Claudio Fratta ricostruirà a poco a poco la sua vita.

Canobbio ha sempre scritto libri in cui la struttura, la costruzione, i vincoli, hanno un ruolo molto importante. Scrivere non è sfogo, ma sport. C’è differenza tra correre liberamente in un prato, oppure su un campo da calcio durante una partita. Ma nessuno potrebbe obbiettare che questo secondo tipo di movimento, pur se soggetto a regole, sia più povero di arte o divertimento del primo (anzi, molti vanno allo stadio, pochi si siedono ai margini di una radura aspettando di vedere qualcuno correre). Mi viene in mente una frase di Jonathan Frenzen, l’autore de Le correzioni: Ho provato a giocare a tennis senza rete, e non mi sono divertito.

Anche in questo libro c’è una struttura forte. La ricostruzione che Claudio Fratta fa della sua vita, procede attraverso continui flash-back, che si generano in modo estremamente continuo e fluido dagli episodi del suo tempo presente. Per questo, secondo me, si può parlare di struttura naturale. È così che funzioniamo noi quando ricordiamo. E al tempo stesso, è estremamente funzionale. Per Claudio il passato è un fardello così pesante che non può essere dimenticato. È un groviglio inestricabile di senso di colpa e di incomprensione, tanto forte da arrivare quasi ad annullare il presente, e le aspirazioni per il futuro. Anche il legame con Elisabetta Renal, che pare rappresentare uno spiraglio di avvenire e di potenziale felicità, alla fine resta zavorrato dalle vicende della famiglia Fratta. Per questi motivi, la struttura narrativa si può definire non solo naturale, ma anche necessaria. Se il passato è un macigno, non può che rivelare continuamente i suoi tentacoli a ventosa, risucchiando all’indietro. Abbiamo qui già un importante indice di riuscita del libro: la fusione tra le caratteristiche del personaggio e il modo di raccontare.

Pertanto, il lavoro stesso di Claudio ha una componente ironica. Cerca di imporre una struttura alle forme casuali e disordinate (se guardate da un occhio umano) della natura, sperando di imprimere un senso riconoscibile per sé e per i suoi clienti, mentre non riesce a fare invece quanto spererebbe di più, ossia mettere in ordine, ricomporre, pacificare la sua storia e quelle delle persone a lui care. Questo sbilanciamento poi trova eco anche negli altri personaggi del libro, pur se su piani diversi. Tutti, in misura più o meno rilevante, si trovano costretti in ruoli che vivono come vestiti di taglia sbagliata. Da Rossi che vorrebbe essere Renal, al suo aiutante Witold, che è polacco ma vorrebbe essere un italiano ai tempi del risorgimento, tanto da ascoltare solo opere di Verdi e da citare frasi di d’Azeglio.

Proprio quest’ultimo personaggio è una delle invenzioni più felici del libro, dimostrazione della capacità di Canobbio nel creare personaggi secondari che “funzionano”, originali senza essere avere una eccentricità fine a se stessa, spesso con una vena buffa. Pensiamo ad esempio al Parapini di Padri di padri. O al matematico guida turistica Nirmal di Indivisibili .

Ma vorrei tornare ancora un attimo a Jonathan Frenzen. Anche Le correzioni è un libro con una struttura molto forte, e anche in questo c’è una vicenda familiare. Qui Canobbio dà un’altra dimostrazione di quanto i legami di parentela siano motori narrativi potenti. In particolare (come già aveva fatto in “Indivisibili”) mette in evidenza il legame profondo, oscuro, al limite dell’irrazionale, che unisce i componenti di una famiglia. La descrizione dei silenzi della famiglia Fratta è molto significativa. Come in una illogica conciliazione degli opposti, rendono evidente al tempo stesso sia l’impossibilità di comunicazione, sia il riconoscimento profondo di una comune appartenenza.

Ma il significato del libro sta anche nello sguardo sulle cose che ci dà lo stile di Canobbio. L’occhio di Claudio Fratta sul mondo ci restituisce una fragilità, una precarietà dell’esperienza. Da un lato, il tentativo apparentemente convinto e fondamentalmente illusorio di poter tracciare delle linee diritte tra le cose e le persone. Dall’altra l’incontro continuo con la non linearità, la tortuosità, i chiaroscuri, con l’impossibilità di dominare il proprio destino. Però, questa condizione, cui sarebbe facile appiccicare il cartellino tragico è resa con un tocco estremamente leggero. Claudio Fratta è senz’altro un personaggio drammatico, ma al tempo stesso è anche un personaggio buffo. Questo mi sembra un altro elemento importante e riuscito del libro. Citerei infine, in parallelo, e non come semplice sfondo delle vicende dei personaggi, la descrizione del territorio degradato, tra centri commerciali, casermoni, condomini e ville prive di anima. Se i rapporti tra le persone si degradano, diventano più labili e contorti, se non riescono a essere oggetto di discorso e chiarificazione, se possono portare alla sparizione progressiva della fiducia e dell’etica, tutto questo forse ha un riflesso nella gestione del territorio che abbiamo intorno, che è risultato e specchio del nostro operare.

di Stefano Mola