Il naso

ottobre 29, 2006 in Spettacoli da Stefano Mola

L’EVENTO

Dopo la straordinaria Turandot che ha aperto la stagione, eccoci al secondo appuntamento per il Teatro Regio. Il titolo in scena è anche un tributo al centenario dalla nascita del compositore russo Dimitri Shostakovich (San Pietroburgo, 25 settembre 1906 – Mosca, 9 agosto 1975): avremo infatti la possibilità di assistere a Il naso, dall’omonima novella di Gogol.

Se per il Regio si tratta di una prima esecuzione, le note di Shostakovich non sono una novità assoluta per Torino. Nel 1979 l’opera venne eseguita al Carignano, suscitando entusiastiche recensioni da parte, tra gli altri, di Massimo Mila e Paolo Gallarati (leggete le loro parole riportate meritoriamente qui da Sistema Musica).

L’allestimento che vedremo è quello storico del Teatro Musicale da Camera di Mosca, che trasporterà sotto la Mole solisti, Coro e Orchestra, per la direzione di Vladimir Agronskij (en passant e per amore del numero, si sappia che i personaggi sono ben 60). Lo spettacolo è firmato dal grande regista Boris Pokrovskij e dallo scenografo e costumista Vladimir Talalaj.

La prima avrà luogo Martedì 31 Ottobre, alle 20:00.

IL NASO

Il nasoLa novella è celeberrima. Lasciamo la parola allo stesso Dimitri Shostakovich: Il soggetto del Naso mi ha attratto per il suo contenuto fantastico e assurdo, esposto da Gogol’ in un tono strettamente realistico. Accenniamo solo all’incipit, che ci sembra del resto sufficientemente significativo. Il distratto barbiere Jakovlevič, taglia il naso all’assessore di collegio Kovalev nel fargli la barba. Il barbiere ritrova il naso nel pane sfornato dalla moglie (la quale si infuria e lo caccia di casa) finisce per gettarlo nella Neva. Kovalev si accorge di aver perso il naso solo il giorno dopo, al risveglio. Decide di denunciarne la scomparsa alla polizia e nel tragitto incontra il Naso stesso (!) vestito da Consigliere di Stato. Visto il suo momentaneo elevato rango, il Naso si rifiuta di tornare al suo posto… Chi volesse leggere o rileggere l’intera, può trovarne qui il testo integrale, mentre nel sito del Regio trovate la sinossi dell’opera.

Quando Shostakovich porta a termine la stesura dell’opera, è il 1928. Siamo nel decennio post rivoluzione, nel fiorire ancora libero delle avanguardie artistiche russe. Nelle note di Shostakovich troviamo echi delle più avanzate esperienze musicali dell’opera (due nomi su tutti: Stravinskij e Berg). Studiò inoltre la drammaturgia insieme al grande regista Mejerchol’d: la scansione delle scene è quasi cinematografica, la grottesca ilarità è accentuata dallo straniamento musicale che contrappone talora ai momenti più buffi una inaspettata severità.

Come i pochi accenni della trama possono facilmente lasciar immaginare (presenza di funzionari, e conseguente presa in giro del potere ostentato come un obelisco), l’opera non fu vista di buon occhio. Il periodo di libertà espressiva cui si accennava in precedenza volgeva infatti al termine. Dopo poche repliche, Il Naso venne messo da parte, per essere rispolverato solo nel 1974, alla soglia della scomparsa del maestro. Di lì a poco, dopo una esecuzione di Lady Macbeth (la sua seconda e ultima opera) arriverà l’accusa di formalismo. Shostakovich verrà dichiarato nemico del popolo.

LA MUSICA DI SHOSTAKOVICH

Avvertenza. Lo scrivente adora Shostakovich. Le parole che seguono potrebbero essere affette da fanatismo

ShostakovichSe piacciono le parole comuni messe in un verso, a caricarsi di senso e nobiltà oppure di sofferenza, addirittura di gioia intravista dietro una tenda a quadri in un tinello, ecco, se quello che conta è la commistione, lo sguardo che spazza tutto lo spettro del visibile, lo sguardo che conosce lo strato attaccaticcio e non ben identificato della malinconia in fondo al barattolo, e al tempo stesso la risata che nasce dal niente capace di innalzarsi nell’aria volando su un senso che si costruisce da sé, lo sguardo a piombo del dolore, lo sguardo grottesco del puzzle scombinato e colorato, lo sguardo che conosce l’ombra dietro ogni distintivo di latta, lo sguardo che mescola tutti questi sguardi e li giustappone e ne fa suono, questo sguardo quando si fa musica si chiama Dimitri Shostakovich.

Penso al baratro del dolore che si apre per esempio nel Trio n°2 per violino, violoncello e pianoforte opera 67. La modernità di Shostakovich sta anche in questo. La sofferenza non è più romantica, non porta più con sé un senso. È la constatazione della scomparsa di un principio ordinatore, e lo sgomento che ne consegue. Non c’è più grandezza, una compostezza apollinea e haydiniana è improponibile, niente templi greci ma una sala polverosa e male illuminata dove si svolge uno spettacolo di terz’ordine davanti a pochi avventori. Poi magari passa un clown, che fa qualcosa di tenero e grottesco e buffo, tutto insieme, e sul tuo viso si disegna una specie di sorriso. Così penso alle note della Jazz Suite n° 1 che sanno di café chantant, sanno di buffo, di grottesco, di dolore, di allegria immotivata, sanno di vita, perché la vita non è mai in un verso solo, perché la luce cambia da un momento all’altro come il cielo con le nuvole.

di Stefano Mola