Il museo delle Guide Alpine

novembre 30, 2002 in Enogastronomia da Marinella Fugazza

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Sabato 30 novembre, alle ore 15, si inaugura a Balme (TO) tradizionale paese delle Valli di Lanzo, il Museo delle Guide Alpine, iniziativa che viene ad aggiungersi alla rete di testimonianze storiche e culturali che sta prendendo forma in queste valli ad un’ora di strada dal capoluogo piemontese. Il nuovo museo, che comprende anche un percorso naturalistico ed etnografico, rappresenta il giusto e dovuto omaggio alle guide e alle genti di queste montagne che sono state la culla dell’alpinismo non solo torinese. La celebre guida Antonio Castagneri, conosciuto e chiamato come “Toni dei Tuni”, e’ stata per tipo di ascensioni e prime vette assolute, uno dei piu’ importanti alpinisti italiani degli albori dell’alpinismo. La realizzazione del Museo e’ stata resa possibile grazie al contributo della Compagnia di San Paolo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.

Lasciamo alle parole di Giorgio Inaudi, vero ispiratore e forza motrice e trainante del Museo, nonché studioso attento e scrupoloso delle realta’ locali, la presentazione di questo importante tassello nella riscoperta delle Valli lanzesi: “L’apertura del Museo di Balme è una scommessa vinta in un gioco in cui tutte le probabilità erano contro: la scarsezza di risorse umane e finanziarie, i vincoli della burocrazia, la distanza del nostro piccolo paese dai centri di potere che governano gli snodi della politica e dell’economia, ma anche della cultura e della comunicazione. Il piccolo gruppo di volonterosi che ha costruito il Museo è invece stato fortunato. In ogni piccolo paese c’è una storia da raccontare e di solito c’è anche un appassionato di antichità locali che aspetta solo di raccontarla, quasi sempre nel più assoluto disinteresse degli amministratori locali.

A Balme non è stato così. Il Sindaco, Gianni Castagneri e il Presidente della Comunità Montana, Mauro Marucco hanno anzi abbracciato con entusiasmo l’iniziativa e hanno partecipato attivamente al progetto con un ricco contributo di esperienze e di idee. Diego Castagneri, giovane artigiano locale erede di una illustre dinastia di guide alpine, ha restaurato i locali settecenteschi dell’antica sede del comune, con quella perizia e quella capacità di lavorare la pietra e il legno che da noi si tramandano ancora da una generazione all’altra. Una cooperativa di ragazze anche loro valligiane, La Meridiana, ha curato l’allestimento con grande competenza, ma soprattutto con un entusiasmo che tradisce una passione profonda per la montagna.

Un’attenzione del tutto particolare merita il progetto, curato, come già quello di Ceres, dall’architetto Marcella Casciello che ha saputo sapientemente coniugare l’arcaica volumetria degli spazi con soluzioni tecnologiche innovative, dando prova di vivaci spunti creativi e grande capacità di sfruttare in modo efficace le emergenze preesistenti. C’è da augurarsi che la professionalità manifestata o acquisita da questi giovani non vada dispersa ma possa tradursi in uno stabile arricchimento del patrimonio di competenze cui fare riferimento per i progetti di rilancio delle Valli. Gran parte del lavoro è stato realizzato come volontariato, soprattutto dall’Associazione di Cultura Francoprovenzale LI BARMENK, all’interno della quale una ringraziamento particolare va a Enea Berardo, per la consulenza prestata sulla cultura e sulle tradizioni locali, e a Giulia Inaudi, che ha curato l’ideazione e la realizzazione della linea grafica, come ha già fatto per il Museo di Ceres. Un museo pensato dai vecchi ma costruito dai giovani, fatto del tutto insolito per un museo etnografico. Un museo al quale tutti i componenti della piccola comunità balmese, residenti e oriundi, hanno dato il loro contributo, che nasce anche nella cara memoria dei tanti che non sono arrivati a poterlo vedere, come Maria d’Malèna, Giuanìn Barbounnèt, Maria d’l’Aria, Rita d’Nicola e tanti altri.

A differenza della maggior parte dei piccoli musei locali, che di solito hanno origine dalla disponibilità di una raccolta di oggetti o dalla valorizzazione di una emergenza già esistente, quello di Balme nasce invece da una storia, quella di una comunità che si insedia in un territorio di alta quota e riesce a sopravvivere, sfruttandone le scarse risorse ed elaborando una propria precisa identità culturale. I cimeli e i documenti sono soltanto le illustrazioni di questa storia, i cui vari aspetti sono stati già oggetto di una buona dozzina di pubblicazioni apparse negli scorsi anni e che hanno toccato i diversi temi della cultura locale, spaziando dalla storia dell’alpinismo e dello sci alla musica e alla danza, dai riti arcaici delle stagioni al costume tradizionale, dagli strumenti della cultura materiale, come le racchette da neve e la slitta, al patois francoprovenzale, fino ai secolari rapporti con le vicine valli della Savoia.

32710(1)Dietro al museo c’è dunque un lavoro di ricerca condotto in modo articolato e sistematico, che trova sbocco in una pubblicazione semestrale, certamente assai modesta, ma giunta ormai al decimo anno di vita. In questi termini il museo è una miniera di temi e di documenti per la produzione di materiale audiovisuale che potranno essere realizzati nel prossimo futuro. Il museo di Balme racconta il passato ma intende guardare al futuro, senza concessioni al rimpianto romantico dei bei tempi passati. E non vuole neppure essere la vetrina di una comunità locale che diventi in qualche modo museo di se stessa, dove la conservazione dell’identità locale si tramutasse in immobilismo, in isolamento, in emarginazione. Balme, come gli altri villaggi di montagna, deve ricercare nel proprio patrimonio naturale e culturale le risorse per uno sviluppo turistico sostenibile dal territorio, capace a sua volta di mantenere redditizie – e quindi vive – attività tradizionali come l’agricoltura, l’allevamento e l’artigianato, condannate altrimenti a una rapida estinzione.

Allo sviluppo di questo turismo qualificato, a Balme e nei paesi vicini, confidiamo che il museo potrà dare un impulso non irrilevante. Il museo parla in lingua italiana (pur se sono già disponibili i testi in francese, mentre si lavora a quelli in inglese e in tedesco), ma è pensato in patois, la lingua locale che gli studiosi chiamano francoprovenzale. Ciò significa che si rivolge ai turisti, a coloro che frequentano la valle per la pratica dell’alpinismo e comunque degli sport di montagna, affinché scoprano che i valligiani hanno creato e conservano ancora una cultura propria, forse più profonda e articolata di quanto non lascino trasparire le espressioni, per loro più consuete ma talvolta superficiali, della gastronomia e del folclore. Ma il messaggio è rivolto soprattutto agli stessi valligiani. A coloro che ancora abitano in valle, affinché si rendano conto appieno del valore di un patrimonio materiale e immateriale di cui sono i custodi. Agli oriundi, che hanno dovuto lasciare il paese, che ritroveranno il luogo delle memorie e degli affetti, immagine virtuale di una comunità ormai cambiata e per certi versi a loro estranea. E infine ai giovani sia quelli che in valle sono nati e hanno deciso di restare, sia a quelli che vengono da altri luoghi e vogliono costruirsi una vita qui, tra le nostre montagne. Sono pochi ma ci sono anche loro.

Li attende una esperienza emozionante, quella di partecipare in modo responsabile alla costruzione di una comune cittadinanza europea, dove ogni identità è destinata non già a dissolversi, come qualcuno teme, ma a divenire la pietra, non importa se grande o piccola, di una grandiosa costruzione comune, in cui tutti potranno vivere in modo pacifico e paritario. In questo processo, che non sarà né facile né breve, i piccoli musei locali possono svolgere un ruolo positivo, educando al rapporto equilibrato con l’ambiente, con le generazioni che ci precedono e quelle che c
i seguiranno, con l’identità ereditata o in cui abbiamo deciso di riconoscerci, con quella degli altri”.

Sono parole nelle quali si avverte la passione e la ferrea volontà di non dimenticare, di continuare, di tramandare imprese ed emozioni che il tempo e l’incuria degli uomini non devono e non possono cancellare.

di Marinella Fugazza