Il mecenatismo

febbraio 24, 2006 in Arte da Redazione

De MediciIl tema del mecenatismo è complesso e affonda le sue radici storiche nel committente munifico del Tre-Quattrocento, che pagava all’artista le sue opere, destinate per lo più alla fruizione privata. Di questo tema si è discusso nel corso della tavola rotonda dal titolo “Principi e mecenati. L’evoluzione del rapporto tra arte, committenza e collezionismo”, tenutasi martedì 18 gennaio scorso, alla Fondazione Crt di Torino, a margine della quale è stata presentata dal direttore del Museo Civico d’Arte Antica e Palazzo Madama, Enrica Pagella, la mostra “Corti e Città. Arte del Quattrocento nelle Alpi Occidentali”, che si aprirà a Torino presso la Palazzina della Promotrice delle Belle Arti, il prossimo 7 febbraio. La memoria storica del termine “mecenate”, con riferimento a quel personaggio che diede il nome a tanti cultori e patroni dell’arte, si proietta con formule diverse a seconda dei secoli. Al critico Philipe Daverio, moderatore della tavola rotonda, è toccato l’excursus storico sul tema. “Primi anticipatori dei principi mecenati, simili alle odierne fondazioni bancarie – ha detto Daverio – furono il mondo conventuale e monastico. Il capitolato è stato un po’ il padre del mondo delle fondazioni bancarie, già presente nel XII secolo. Ancor prima del principe furono mecenati i Comuni”. “In Italia – ha aggiunto nel suo intervento lo storico Enrico Castelnuovo – dobbiamo immaginare nel Quattrocento un tempo in cui le opere venivano per lo più ordinate direttamente agli artisti in vista di una precisa destinazione. Tuttavia per quanto estremamente ridotto esisteva un mercato artistico di cui Parigi era il centro. Già nel Trecento i conti di Savoia vi avevano acquistato codici miniati, arazzi, dipinti. Il duca Amedeo VIII si rivolse a più riprese a orafi parigini come si rivolgerà a artisti ginevrini, per acquistare o commissionare opere d’arte di vario genere realizzate con diverse tecniche. Accanto a questi interventi il signore poteva avere alle sue dirette dipendenze uno o più artisti di corte”. La tavola rotonda è stata anche l’occasione di far conoscere moderni mecenati, come Marisa Bruni Tedeschi, vedova di Alberto Bruni Tedeschi, che fu un importante personaggio della vita torinese. Presidente della Ceat, sovrintendente per quattordici anni del teatro Regio di Torino, di cui gli si deve la ricostruzione, fu anche compositore di musica contemporanea e grande collezionista d’arte contemporanea. Ultima donazione promossa dalla Bruni Tedeschi è stata quella della collezione di miniature al Museo di Palazzo Madama: un gesto suo e dei suoi tre figli per ricordare l’amore che Alberto Bruni Tedeschi nutriva per la sua città, Torino. Infine è stata ricordata la collezione donata dal nonno di Marco Galateri di Genola, Vincenzo Fontana, al Museo d’Arte Antica, composta di 35 tavole, molte di grandi dimensioni, attribuite per lo più a Defendente Ferrari o alla sua scuola, messa insieme, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, dal padre di Vincenzo, Leone, appartenente a una famiglia di imprenditori provenienti da San Mamete, sul lago di Lugano.

di Mara Martellotta