Il giorno in cui ho iniziato a sudare | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 31, 2002 in Sudate Carte da Redazione

“Davvero?” è tutto quello che riesco a dirle prima di infilarmi i pantaloni della tuta, le fedeli mizuno e uscire di casa senza neanche sbattere la porta. Lei non risponde, ma le leggo negli occhi che è proprio vero: ormai sono anni che cerco di interpretare ogni suo sguardo verdazzurro, sto diventando esperto…so che adesso è in piedi alla finestra, e mi guarda correre via. Lei sa che non sto scappando, come pensano i passanti, sto piuttosto mettendo in moto il marciapiede, inghiottendo asfalto, macchine parcheggiate, alberi di cartapesta e tutto quello che mi sfreccia accanto. Chi mi vede si chiede sempre perché io stia correndo così, come se un perché ci dovesse essere sempre e ad ogni costo; il più delle volte non esiste un motivo, ma oggi un motivo c’è, ed è che la donna che amo mi ha appena confessato che tra me e Lei c’ è un altro.
Ho paura. Mi sento la fronte bagnata, le palpebre umide: sto sudando e, anche se potrà sembrare strano, è la prima volta che mi succede; in genere divento semplicemente rosso, di una tonalità davvero imbarazzante, e i muscoli del viso e del collo si tendono spasmodicamente…so di non essere uno spettacolo, ma mi piaccio quando corro. E non sudo. Mai. Sarà perché mi piace correre d’ inverno, all’alba, con il sole che non c’ è ma si intuisce nascosto nella nebbia e riflesso sulla coperta sottile di brina. Insomma, difficile sudare in queste condizioni. Oggi, invece, gocce: ad una ad una scendono dalla fronte sulla tempia, e poi giù lungo la mandibola. Lascio fare, è una sensazione nuova e voglio assaporarla fino in fondo; deve essere in qualche modo collegata alla scoperta dell’ esistenza di questo personaggio, che a quanto pare entra ed esce da casa mia già da qualche settimana Mi sento un po’ come il leone della storiella africana, quello che deve svegliarsi prima della gazzella ecceteraeccetera, ma mi rendo perfettamente conto che c’è poco da fare, che l’ altro, la gazzella in questione, ha già vinto.
Altre gocce, due, simmetriche, ai lati della mia faccia. Perché un altro? Perché proprio adesso? Cos’ era che non andava? Perché sto sudando?
E mentre corro e sudo mi rendo conto che sto ragionando proprio come i passanti che mi guardano distratti cercando un motivo per le mie corse mattutine: mi sono sempre sentito un alieno in mezzo a loro e adesso…adesso capisco che anche in questo caso non c’ è un perché, e la fatica di accettare la presenza dell’ altro, che adesso mi spaventa tanto, svanirà proprio come svanisce ad ogni corsa, dopo poche falcate, la paura di non farcela, perché verrà presto coperta e cancellata da quella sensazione di forza, potenza, serenità e trasparenza che conosco bene. Ecco, quando corro mi sento così, un po’ Salomone e un po’ Rambo. Che razza di genitore possa venirne fuori non saprei, ma direi che vale la pena di tentare.
I passeri congelano sui rami mentre io sudo, e intanto continuo a correre e arrivo a casa, la guardo bene da fuori, immutata, ma so che dentro non sarà mai più la stessa. Entro in camera e Lei è ancora lì, alla finestra; si volta, con aria interrogativa. La amo, penso mentre mi sento dire: “Sono pronto a provare a fare il papà”, e so di non essere pronto per niente ma di volerci provare sul serio. Leggo nei suoi famosi occhi verdazzurro felicità e inquietudine. So che rispecchiano la mia felicità, la mia inquietudine. Ci abbracciamo, e intanto io inizio a comporre per te una collana di gocce: una per quando ti sentirò piangere per la prima volta, una per quando mi chiamerai “papà”; una per quando farò i salti mortali per accompagnarti a scuola, a nuoto, a calcio, dovunque vorrai, una per quando ripasseremo fino a tardi le tue lezioni; una per quando ti insegnerò a guidare, una per le notti in bianco che passerò a casa aspettando il tuo rientro; una per quando ti porterò a correre con me e, se la genetica non è un’ opinione, la fatica non ti sarà nemica, e infinite altre gocce, altro sudore, fino a quando non sarai tu, bambino mio, a sudare, e poi ancora.

di Enrico Camporeale