Il cavallo del bambin | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 26, 2002 in Sudate Carte da Redazione

Quel giorno si scendeva verso il fiume, i miei due nipotini innanzi e io, piano, a seguirli.
“Dai, nonno, scendi più forte” e a spiegargli che il cuore era vecchio, “uh, nonno, guarda, i cavalli!”.
“Non correte che si suda!” più che pensata mi veniva fuori spontanea, la frase consueta di tutte le volte in cui corsi io da bambino.
“E perché non possiamo correre?”
“Perché si suda” ma anche stavolta non n’ero convinto.
“ E perché si suda?” e lì forse mi era utile rovistare tra i miei ricordi di studente di veterinaria.
E dopo aver tenuto testa per qualche metro ecco il contrattacco: “ e perché Cerino corre?”
“Perché è un cane!” subito risposi, rincuorandomi del fatto che stavolta la scappatoia l’avrei trovata.
“E perché?”
“Perché è un cane?”
“Nooo, perché può correre?”
“Perché non suda!” mi guardarono con gli occhi straniti come a dirmi che stavolta l’avevo sparata grossa. Ma quello aspettavo per farli ascoltare un pochino almeno fin quando saremmo arrivati giù al prato, ai cavalli.
E loro mi stettero innanzi di un passo, ascoltando perché il cane non suda e la lingua gli va penzoloni.
“E perché non suda?” piuttosto schietta stavolta perché era per loro come un torto che io avessi prima trovato una risposta azzeccata per non farli correre troppo.
“E il gatto?” sedendo lì sulla panca che dava le spalle alla strada, dinanzi avevamo i cavalli.
“E tu?”, “E mamma?” dovevo trovare un rimedio (“ e i cavalli?”) altrimenti la sosta sarebbe divenuta insopportabile. E mentre cercavo un rimedio (“nonno! i cavalli?”) la mia mente sembrò quasi rapita da un ricordo che meritava attenzione, forse quello mi avrebbe salvato e a loro, qualcosa, avrebbe insegnato.
“Allora bambini, ora venite qua e sentite questa storia. Volete sapere se i cavalli sudano? Se mi ascoltate, lo saprete. Vi parlo di tanti e tanti anni fa, quando ero ancora giovane e di cavalli ce n’erano molti di più. Nelle campagne vicine al paese viveva una famiglia che nessuno conosceva bene e di queste persone si raccontavano tante storie perché non parlavano mai con nessuno. Erano degli allevatori di cavalli. Alfredo era il papà, poi c’era la moglie e due figli, uno piccolo piccolo e l’altro aveva sette anni, Peppino. In paese si sentiva dire che quel bambino già andasse a cavallo a quella età e che fosse molto bravo. Era piccolo,solo poco più grande di voi. Sennonché, un mattina, appena svegliato, mi sento bussare alla porta. Era Alfredo, il papà di quel bambino. Non ci eravamo mai parlati e pensai subito che fosse successo qualche incidente a Peppino e che lui, non sapendo chi chiamare era venuto da me che ero il dottore degli animali. Era molto preoccupato e mi disse subito che il suo stallone sembrava strano, non era malato ma quella mattina lo aveva trovato tuuuutto sudato e agitato come non lo aveva mai visto. Io gli chiesi se ora il cavallo stesse bene e mi disse che ora stava bene ma che dovevo andare a vedere. Io gli dissi che avevo da visitare una cavalla che stava per fare il cavallino e se il cavallo ora stava bene sarei passato un altro giorno, appena avessi avuto un po’ di tempo. Lui voleva che andassi con lui subito ma lo convinsi e gli dissi che sarei passato l’indomani mattina. Però si vedeva che era molto preoccupato e soprattutto era stano il fatto che non mi avesse mai chiamato prima nonostante avesse tanti cavalli, perché se ne occupava sempre lui. Andai a letto pensieroso e quando mi svegliai presi il carretto e andai a vedere cosa succedeva. Lui mi portò dal cavallo che era bellissimo e che non avevo mai visto prima. Era un cavallo marrone e imponente, il più bello del paese, pensai subito. Non lo avevo mai visto nella mandria. Il cavallo però stava bene e non aveva problemi. Gli chiesi se stesse sempre lì chiuso dato che non lo avevo mai visto e lui mi disse di sì. In realtà era una stalla enorme ed era solo per lui. Poteva correre e fare quello che voleva ma la notte veniva legato ad una fune perché con il buio stesse più tranquillo. Lo visitai per bene ma non trovai niente e me ne andai, però c’erano tante cose che mi sembravano strane. Non capivo perché un cavallo così bello stesse lì chiuso. Non passò molto però che Alfredo mi venne a chiamare e questa volta era così presto che ancora era notte. Faceva tanto freddo che non avevo nessuna voglia di uscire ma ora ero molto curioso e andai con lui. Quando arrivammo stava per fare giorno. Lui aprì la porta della stalla e il cavallo era legato ma era tutto inzuppato di sudore, sembrava tornato da una corsa selvaggia. Alfredo mi disse che aveva sentito dei rumori e quando era arrivato alla stalla lo aveva trovato così, legato e sudatissimo. Il cavallo non aveva febbre né sembrava malato. Gli dissi che forse era entrato qualche animale nella stalla, qualche serpente che lo aveva spaventato e lo aveva fatto agitare e sudare tanto. Ma lui mi disse di no, n’era sicuro; mi disse che lo aveva capito perché il nodo con cui aveva ritrovato il cavallo era diverso da quello con cui lui lo legava sempre. Gli chiesi se fosse sicuro e lui mi disse che era sicurissimo. Io però non capivo perché se era stato un ladro non se lo era portato via. Gli chiesi che cosa pensasse lui della cosa e mi disse che ormai era certo che ci fosse qualcuno che si divertiva a prendere il cavallo, la notte.
Io non ero molto convinto; c’erano molte spiegazioni perché il cavallo sudasse tanto: innanzitutto pensavo ancora a qualche animaletto o insetto che la notte gli poteva dare fastidio, poteva poi dipendere da qualche erba nel fieno che gli procurava tanto sudore, poteva essere che il cavallo stesse impazzendo perché era sempre lì chiuso e isolato, il nodo poteva averlo fatto suo figlio o essersi sbagliato lui. Ma Alfredo mi diede tutte le spiegazioni necessarie e mi convinse che doveva trattarsi per forza di qualcuno che la notte lo prendeva per cavalcare. Allora, visto che la fattoria era così isolata mi venne subito in mente che fosse stato Peppino, che lo avesse preso di notte per divertirsi e perché, come mi confermò Alfredo, gli era stato vietato di cavalcare quell’animale. Alfredo mi disse che ci aveva pensato ma che era impossibile”.
“ E perché era impossibile, nonno?” con quella intonazione prolungata e curva con cui i bambini pronunciano domande, si davano forza uno con l’altro in una frase che uno iniziava e l’altro finiva o ripeteva, bocche aperte, occhi accesi.
“perché quando Alfredo si era alzato la notte, dopo aver sentito i rumori, aveva trovato Peppino nel letto a dormire. Ma Alfredo aveva paura di uscire di casa a vedere cosa succedeva e ormai sapeva che la mattina avrebbe trovato il cavallo tutto zuppo di sudore e legato male. Non sapeva più dirmi altro. Però poi aggiunse una cosa che non mi piaceva. Mi chiese di aiutarlo, lui non aveva il coraggio di vedere chi fosse la sera, non lo voleva sapere e voleva soltanto una cosa, che io gli uccidessi il cavallo, ma dolcemente perché gli era caro e non voleva che soffrisse. Aveva provato a lasciarlo libero ma sempre tornava alla stalla. Lui era molto affezionato allo stallone ma non sopportava più quello che succedeva la notte. Più del cavallo sudava lui nel letto quando si svegliava e sentiva gli zoccoli galoppare forte verso il fiume. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a prendere il fucile e aspettare la bestia al ritorno. A quel punto io gli dissi che non avrei mai ucciso un cavallo e che prima volevo provare a capire cosa succedesse la notte. Mi ero offerto di restare lì per uscire e vedere, ma lui non voleva. C’era qualcosa sotto che ancora non mi aveva detto e si capiva, perché, quando pensava a cosa gli si sarebbe potuto presentare sotto l’alone della lanterna, tremava. Io insistetti perché mai avrei ucciso il cavallo né lo avrei fatto uccidere da qualcun altro. Lui disse allora che me ne dovevo andare ma poi si vide solo e perso e (piangendo, ma questo a loro non lo dissi come tante altre cose) mi raccontò tutta
la storia. Mi disse che prima di Peppino aveva avuto un altro figlio; questo figlio era innamorato dei cavalli e da piccolissimo aveva voluto imparare a cavalcare. Ne era contento perché (sorridendo al ricordo) sul cavallo, Giovannino, era il bambino più felice del mondo. Un giorno però, quando Giovannino era pocopoco più grande, gli chiese di poter prendere lo stallone e lui sapeva che lo stallone era tranquillo ma era potente e gli disse di dover restare lì vicino, nei paraggi, non doveva allontanarsi. Giovannino però, come tutti i bambini, non ubbidì e una sera, quando Alfredo era ancora a pascolare,cavalcò fino al fiume. Al ritorno, Alfredo, vide la stalla vuota e disperato iniziò a cercare. Solo più tardi, nel buio, vide la bestia sola tornare, grondante d’acqua e sfinita. Corse al fiume, cercò per tre giorni ma poi si rassegnò perché Giovannino se l’era portato via la corrente.
Dopo quel racconto mi sembrava tutto ancora più strano. Tornai a casa promettendogli che la mattina dopo sarei ritornato. La notte non dormii perché non sapevo a cosa credere. Fu allora che decisi di andare alla fattoria quando ancora era buio e subito cercai la stalla. Incredulo, vidi un bambino che chiudeva il chiavistello, corsi incontro e lo chiamai per non spaventarlo ma dovetti afferrarlo dalle spalle per non farlo scappare. Era Peppino. Gli chiesi cosa stesse facendo. Mi disse di non dirlo al papà. Lui si sentiva tanto solo, al fiume aveva conosciuto un bambino con cui giocava ogni sera. Ma questo bambino voleva il cavallo, altrimenti non sarebbe più tornato. Gli disse di aprirgli la stalla di notte e slegarlo, l’avrebbe ritrovato lì al mattino. Avrebbe dovuto legarlo alla fune e richiudere. Rientrai nella stalla, la bestia ansimava. Non era sudore, capii, quella era l’acqua del fiume.”
Terminai il racconto fiducioso che essi avrebbero imparato a non fidarsi delle apparenze. Tuttavia, quando mi sono trovato a scrivere di quei fatti e rievocarli dopo tanto tempo, mi sono accorto che io stesso non ne avevo carpito una importante lezione, che cioè non tutto può essere spiegato, non sotto ad ogni piega un senso va cercato.

di Felice De Luca