Il Campiello XLVII alla Mazzantini

settembre 7, 2009 in Libri da Stefano Mola

IL TRIONFO DI MARGARET

Margaret MazzantiniMargaret Mazzantini con Venuto al mondo (Mondadori) vince il Premio Campiello edizione 2009. Ha ottenuto dalla giuria popolare ben 129 voti, più del doppio di quelli andati alla seconda classificata, Elena Loewenthal che con il suo Conta le stelle, se puoi (Einaudi) ha ottenuto 60 preferenze, tre in più di quelle totalizzate da Andrea Vitali per Almeno il cappello (Garzanti). Ancora più staccati gli altri due scrittori in cinquina, Francesco Recami cui sono andati 24 voti per Il superstizioso (Sellerio) e Pierluigi Panza, il cui La croce e la sfinge (Bompiani) ha avuto 15 preferenze.

La vittoria della scrittrice nata a Dublino è apparsa chiara fin dallo spoglio delle prime 50 schede. Se mi permettete una nota personale, sono particolarmente contento di aver azzeccato i primi due gradini del podio. Venuto al mondo è una storia forte, che difficilmente lascia indifferenti, che si immerge senza compiacimento in due domande scure. Il desiderio di maternità deve essere seguito anche quando diventa ossessione? Dal pozzo tremendo di una guerra orribile quale quella in Bosnia, può comunque fiorire la speranza? Ai nostri giorni, ci sono molti libri e opere d’arte che affrontano il nero dell’esistenza: spesso lo fanno con la semplice volontà di sbattercelo in faccia, come se non fosse abbastanza facile accorgersene da soli. Qui invece la vita si tocca, pulsante, e quando si tocca la vita si tocca anche la sofferenza. Ma non c’è rassegnazione, pur in assenza di soluzioni facili e consolatorie.

Mi fa anche molto piacere il secondo posto di Elena Loewenthal. La sua ucronia solo apparentemente affettuosa e leggera, ribaltata da quella pagina finale in cui ricorda che tutto il libro è pensato insieme a chi non c’è più a causa dell’olocausto, merita.

Ora però basta con gli autocompiacimenti divinatori, e passiamo alla cronaca delle due intense giornate veneziane.

UN NUOVO EVENTO A PUNTA DELLA DOGANA

Margaret Mazzantini e Elena LoewenthalPartiamo dall’inizio, ovvero dalla novità di questa edizione 2009. Il Premio Campiello ha voluto per la prima volta dedicare un momento tutto e solo per la cinquina dei finalisti. È sempre bene ricordare che tutti sono da considerare vincitori: la giuria popolare decreta il super-vincitore.

Per l’occasione, Venerdì 4, è stato scelto un luogo prestigioso, dotato di una bellezza rigorosa, che coniuga il passato e il presente: i nuovi spazi di Punta della Dogana, che per la Fondazione François Pinault si aggiungono a quelli di Palazzo Grassi. Gli intervenuti hanno così avuto la possibilità d’una visita guidata alla mostra temporanea Mapping the studio curata da Francesco Bonani e Alison Gingeras. Ci è sembrata una bellissima iniziativa, anche per la valenza simbolica del luogo (Punta della Dogana ha alle spalle una vita intrisa di commercio, e dunque intrisa di Venezia).

La crisi economica è stata spesso citata negli interventi di questi due giorni, e non poteva essere diversamente, essendo il premio organizzato dalla Confindustria Veneto. Aver aggiunto un appuntamento nonostante la situazione difficile, aver confermato a più riprese la centralità dell’investimento in cultura da parte del mondo imprenditoriale: segnali importanti. Sarebbe stato molto più facile andare nella direzione opposta.

CONFERENZA STAMPA E CAMPIELLO GIOVANI

I finalisti del Campiello GiovaniIl sabato mattina è il momento della conferenza stampa, ma soprattutto quello in cui viene lasciato maggior spazio ai cinque finalisti del Campiello Giovani, giunto ormai alla sua XIV edizione. Mariangela Carona, che ha condotto l’evento, ha ricordato alcuni numeri: 6000 i racconti inviati dall’istituzione del premio; 600 racconti quelli giunti quest’anno. Lorenzo Mondo ha sottolineato questo segnale positivo: ci sono molti giovani che, manifestando amore per la letteratura, vanno in controtendenza rispetto all’immagine negativa e omologata che abbiamo delle giovani generazioni.

Leggendo i racconti finalisti, non posso che essere d’accordo. Sono scritture spesso ancorate alla tradizione letteraria o alla storia: dunque ci sono ancora giovani che fanno della cultura una passione. Il livello m’è parso complessivamente buono, e si possono capire le discussione che, sempre secondo Lorenzo Mondo, hanno animato la giuria. Alla fine ha prevalso la friulana Alisei Apollonio, con il racconto Reverie. Una storia delicata, giocata sulla memoria e sulle sue suggestioni, a calco della vicenda di Tristano e Isotta. Mi ha convinto soprattutto l’inizio, per la forza delle immagini basata su un’aggettivazione non stucchevole che riesce a rendere molto bene il riemergere del passato nella mente della protagonista.

Detto questo, se io avessi dovuto votare, avrei senza esitazione scelto Apple chap stick, di Domiziana Francescon. A differenza degli altri racconti, qui lo sguardo è contemporaneo a quello dell’autrice: una presa diretta sulle sensazioni di una ragazza ancora studente, con una situazione familiare difficile, incerta sulla propria identità anche sessuale. Dopo questa mia brevissima descrizione uno potrebbe dire: sempre la solita storia. E invece no. La scrittura è di una freschezza e di una incisività invidiabile, tale da restare quasi sempre lontana dallo stereotipo, con una notevole sensibilità nell’utilizzare immagini non scontate, senza strafare. Inoltre, cosa di non poco conto come cantava anche Mina, l’importante è finire. Certo, un bell’incipit è necessario, altrimenti nelle storie non ci si addentra nemmeno. Spesso però capita di arrivare alle ultime righe e di sentire che in bocca non resta il sapore giusto. Qui non succede: pur essendo un finale aperto, chiude nella maniera (per me) più giusta. Tra tutte e cinque, la scrittura più sicura, forte e riconoscibile.

Citiamo gli altri finalisti: Ludovica Cimolai, Alessandro Rosanò e Francesca Santucci e chiudiamo ricordando la svizzera Benedetta Sara Galetti si è aggiudicata il riconoscimento per il miglior racconto scritto da un giovane residente all’estero.

E la conferenza stampa? Direi che si è svolta senza particolari sussulti o polemiche. Visti i tempi, non credo che sia un difetto.

LA SERATA ALLA FENICE

Come sempre presente il gran mondo veneto e non, abbigliato in maniera adeguata. La conduzione ormai consueta di Bruno Vespa non ha ecceduto nel gigioneggiare. Al suo fianco una sovrastante (per altezza) Maria Grazia Cucinotta, che ha fatto notare in un paio di occasioni quanto siano sempre più alti i tacchi al giorno d’oggi. Un po’ frettolosa e talora zoppicante la sua lettura degli incipit dei romanzi finalisti. La parte musicale è stata affidata a Giovanni Allevi, al centro delle polemiche quest’anno in particolare per un suo match particolarmente cruento con Uto Ughi. Dietro quell’aria un po’ naif da elfo della foresta in jeans e maglietta, ci sembra risieda un ego leggermente debordante. Scomodare Heidegger come nume ispiratore ci sembra sovradimensionato, così come attribuire alla sua musica un potere di rottura rispetto alla situazione contemporanea. Pur apprezzando la musica rock e pop e leggera, sono un tipo classico: mi riesce molto difficile accettare che Allevi possa essere accostato a Mozart. Come sempre, ai posteri l’ardua sentenza.

Ma basta con l’acidità. Voglio chiudere con due momenti positivi. Il primo sta nel ricordo piemontesemente sinte
tico ma sentito e commosso che Lorendo Mondo ha fatto di Nico Orengo, che fu in cinquina nel 2002 con il (secondo me) bellissimo La curva del latte (per cui a suo tempo avevo tifato, ma quell’anno vinse Scaglia), e nel conseguente omaggio della sala.

Il secondo è per il Campiello Opera Prima, vinto dalla settantenne Caterina Vighy con L’ultima estate (Fazi). Si presenta sul la figlia palco perché la Vighy è malata, e già in conferenza stampa al mattino mi ha aveva colpito per le parole sobrie ma intense, senza nessuna commozione esibita. Qualcosa di molto significativo in un tempo che ha ormai elevato la lacrima a valore e certificato di verità. In teatro ha letto un breve messaggio della madre che, con parole altrettanto incisive e per nulla retoriche, ha saputo esprimere la gioia per aver ricevuto un premio nella sua città. E la sua rivendicazione orgogliosa di venezianità ha scatenato l’applauso più convinto e coinvolto dell’intera serata.

Il resto è la gioia urlata di Margaret Mazzantini, che ha rivendicato di scrivere per la gente comune. Non ci sembra una cosa da poco. Arrivederci al prossimo anno.

Photos courtesy of montgolfier

di Stefano Mola