I maestri di tango Ricardo Labriola e Sarita Goyas per Traspi.net

febbraio 3, 2008 in Attualità da Redazione

Ricardo Labriola e Sarita Goyas Da qualche anno stiamo assistendo all’esplosione del fenomeno Tango Argentino. Una sorta di seconda giovinezza di un’espressione musicale e culturale ormai centenaria, che vede Torino in una posizione di assoluto rilievo. I Maestri argentini che arricchiscono con la loro presenza il panorama sabaudo, il pullulare di milonghe (sale dove si balla tango) ed il numero crescente di appassionati ne fanno verosimilmente la Capitale non solo italiana del tango.

Tra gli iniziatori della tradizione tanghera torinese troviamo i maestri Ricardo Labriola e Sarita Goyas con la scuola permanente di Tango Argentino “El Firulete” di Moncalieri e fondata nel 1993.

Ricardo e Sarita sono conosciuti non solo per il loro talento ma anche per l’impegno sociale, che si rinnova ogni anno nella manifestazione “Non solo rose per l’Argentina”. Il tango qui diventa strumento a sostegno di una piccola comunità missionaria per bambini ed anziani in difficoltà ad Oran, una delle zone più povere del Nord Argentina, ai confini con la Bolivia (www.amigosdeoran.org).

In occasione della nuova edizione dell’evento (8 marzo 2008 al Salon de Tango corso Sicilia 12 Torino) vi proponiamo quest’intervista per conoscerli meglio.

  • L’annuale Campionato Mondiale di Tango a Buenos Aires è l’esempio più famoso di un genere di manifestazioni ormai largamente diffuso. Che rapporto vedi tra questo tipo di avvenimenti di tipo piuttosto ‘sportivo’ ed il tango?

    Ricardo: Del campionato si possono dire e si dicono molte cose; sicuramente lo si deve intendere soprattutto come un richiamo tra gli altri allo scopo di radunare tante persone ad un fatto di grandi proporzioni, e quindi di porre Buenos Aires al centro di un evento internazionale.

    Oltre a questo aspetto, però, è bene fare una considerazione sul rapporto tra il carattere di competizione del campionato e l’oggetto del suo contendere, cioè il tango stesso. Comunque lo si riguardi il tango non si lascia misurare attraverso regole precise, non può essere codificato una volta per tutte, come accade per altre attività ‘fisiche’ naturalmente destinate alla competizione e quindi alla valutazione di una giuria. Seppure anche in una gara di tuffi o di ginnastica artistica o di ballo liscio qualcosa del giudizio rimane legata al gusto del giurato, l’essenziale del punteggio ottenuto deve rispondere ai canoni che quella disciplina riconosce come validi per definire un esercizio come un buon esercizio. Per il tango questo è molto più complicato.

  • Questo vuol dire che il tango e competizione non vanno d’accordo?

    Sara: Diciamo che, pur essendoci alcune norme e regole universalmente riconosciute come proprie del tango, risulta difficile affermare che possa essere giudicato come lo è il liscio, ad esempio, nel cui ambiente le competizioni assumono grande importanza. Per il liscio valgono delle regole formalizzate, che nel tango non hanno significato. Il tango può dare adito a forme di espressione che proprio per la mancanza di regole ferree si avvicinano più ad un’espresione artistica che a materiale da competizione. E questo fatto, che ad alcuni può sembrare una lacuna, risulta essere la salvezza del tango.

  • Quindi le competizioni non sono utili al tango?

    Ricardo: No, non è così. Quello che abbiamo detto non significa che un festival o un campionato di tango non abbiano senso, quanto che bisogna cercarlo in qualcosa di diverso dalla competizione pura e semplice. Le competizioni sono occasioni di confronto e di incontro per la gente comune; in qualche modo lì è l’uomo comune a diventare l’attrazione principale, a differenza degli stages che i maestri portano in giro per il mondo. Inoltre, grazie a questi raduni il tango continua a diffondersi. In questi due aspetti pare risiedere il ruolo ed il significato essenziale di eventi come quello di Buenos Aires.

  • Se un evento del genere avesse luogo in Italia, a Torino, ad esempio?

    Sara: Con ogni probabilità Torino rappresenta la realtà più frizzante nell’ambito del tango non solo italiano; si tratterebbe di riuscire a progettarlo bene e di trovare il canale giusto per pubblicizzarlo. Torino non è l’Argentina, e quindi non si può calare un evento del genere senza contestualizzarlo. Tuttavia sarebbe una manifestazione adatta per una città che investe sempre più sul terziario e sulla cultura. E dovrebbe necessariamente puntare su una gara vera e propria, distinta dal Festival, che è destinato ai maestri professionisti.

  • Quanto ha influito la diffusione del tango fuori dall’Argentina sullo sviluppo del tango stesso?

    Ricardo: Il tango che oggi viene ballato in Argentina ha fruito in parte dei ritorni europei. Il tango argentino ed europeo si sono nutriti di riflesso l’uno dell’altro, fin da principio: se tutto è cominciato in Argentina (e, non si dimentichi, grazie ad un gran numero di emigrati europei), e se l’Europa ha vissuto in un secondo momento l’invasione del movimento tanghero, certa parte dell’esperienza maturata in Francia, in Germania, in Italia è tornata in Argentina, come un boomerang. Ma, come dicevo, solo in parte l’esperienza europea ha inciso sull’odierno tango argentino.

  • Il tango è comunque cambiato e cresciuto fuori dalla sua patria d’origine?

    Ricardo: Tecnicamente il tango deve quasi tutto alla sua capacità di assorbire esperienze, tecniche, vite attraverso cui transita: pur rimanendo sempre se stesso, si sviluppa e continua a vivere attraverso le diverse realtà cui approda. Sempre ed ancora oggi è così, tanto che si imbastardisce in meglio, non solo grazie all’europeo, ma anche all’indiano, all’africano, all’americano.Il tango cresce ballato da persone che non sono solo di Buenos Aires; se questa cosa bella potessero vederla solo quei cinque milioni di persone rimarrebbe lì e alfine ristagnerebbe; se a fruirne sono miliardi di persone l’accrescimento può essere potenzialmente infinito.

  • Che differenze di approccio hai notato tra i tangueri argentini e quelli europei?

    Ricardo: L’Europeo crede che il tango sia essenzialmente una questione di studio: frequentando una scuola per un tempo sufficiente e con sufficiente impegno, ha la convinzione di poter arrivare al tango. Grazie a questo atteggiamento europeo anche in Argentina lo studio sistematizzato ha determinato una nuova via al tango: un conto è il custume, la tradizione, un altro è la scuola, che consente di dedicarsi e studiare, di disciplinarsi. In Argentina, almeno fino a tempi recenti, il concetto dello ‘studiare tango’ è stato piuttosto marginale; ma oggi anche lì l’idea della scuola sta determinando una nuova consapevolezza anche dove il tango è nato. Mi pare sia uno degli effetti più interessanti e positivi del boomerang Argentina-Europa-Argentina di cui ti parlavo.

  • C’è quindi un’affinità di atteggiamento tra Argentini ed Europei?

    Sara: Argentini ed Europei cominciano da due punti diversi, per poi incontrarsi. Il primo parte dallo studio, per poi arrivare alla consapevolezza che l’accademia non basta, e che deve immergersi nel custome per respirare appieno il signifcato del tango. L’Argentino compie il tragitto uguale ed opposto: da ciò che ha in casa sua va verso la scuola, giacchè non può considerare conclusa la sua esperienza solo affidandosi alla tradizione. Da una parte all’altra dell’oceano disciplina e tradizione concorrono a determinare un tango più consapevole, tecnicamente e culturalmente più maturo.

  • È sempre stato così?

    Ricardo: In Argentina le scuole di tango, almeno come le concepiamo noi oggi, non esistitevano, e quindi neanche il concetto del tango insegnato e disciplinato di
    datticamente. Specie fino a venti o trent’anni fa, le cose stavano in maniera assai differente. Ancora oggi si trovano maestri persuasi che con gli anni di pratica, certo, si può migliorare, ma che il tango sia qualcosa che già c’è o non c’è, un pò come dire “se non ce l’hai dentro il tango non lo balli”. Quando io ho iniziato l’idea di cui i tangueri erano pervasi e che tramandavano era proprio quella del carattere quasi innato del tango: o si o no. E niente mi pare più lontano dal concetto di scuola cui oggi siamo abituati.

    A Buenos Aires, quando ho iniziato a ballare, non esistevano scuole di tango, quanto piuttosto delle ‘pratiche’. Un ballerino mostrava un passo, magari due, durante una ‘serata di pratica’: se lo apprendevi lo apprendevi, altrimenti non c’erano altre occasioni.

    Proprio l’esperienza che ho avuto modo di vivere qui mi ha rivelato questa nuova modalità di approccio al tango: osservando ballerini che dopo due, tre, cinque anni alla fine, magari senza necessariamente essere dei fenomeni, riuscivano comunque a ballare bene. L’influsso del boomerang europeo, si diceva: anche in Argentina si sè propagata l’idea che tramite sforzo e fatica non ci sia solo si e no. È un concetto scolastico, questo, tipicamente europeo.

  • La rinascita del tango negli anni Novanta, qui in Europa, è avvenuta grazie all’arrivo di alcuni maestri ancora oggi in auge. El firulete, la vostra scuola, nacque a Torino quasi quindici anni fa.

    Sara: Bè, quando arrivammo a Torino effetivamente non c’era quasi nulla di tango. Era il 1993, e le attività che avevamo avuto modo di fare fino a quel momento, soprattutto a Roma, non godevano dell’eco cui siamo abituati oggi, dove tantissimi, più o meno, sanno cos’è il tango argentino. Specie oggi è necessario sottolineare come allora chi come noi tentò questa strada fuori dall’Argentina trovò ostacoli che oggi sono molto più ridotti, ostacoli di comunicazione in primo luogo.

  • In che senso ostacoli di comunicazione?

    Ricardo: Non sto parlando della lingua, naturalmente. Se oggi ti parlo del tango e della sua tecnica, mi capisci abbastanza agevolmente, anche se sei un principiante, o anche se non lo balli affatto, perchè il tango si vede un pò ovunque, e perchè gli ambiti sono ormai così tanti che si tratta più di un confronto in un orizzonte noto e condiviso. Oggi i cultori di tango, specie a Torino, sono un numero ragguardevole, l’insegnamento di un maestro viene messo a confronto con quello di un altro, si parla di stili, di figure, di eventi. Una quindicina di anni fa si veniva a raccontare qualcosa di totalmente sconosciuto, per cui gli stessi termini e la tecnica di ballo avevano una strada più ardua da compiere per giungere a destinazione. E questo a prescindere dalla tecnica. Chi allora si avvicinò a quello che andavo raccontando e mostrando era per curiosità pura, in un contesto di maggior difficoltà di apprendimento.

    Con questo non voglio dire che l’attrazione di Torino al tango sia un nostro merito: potrebbe esserci del merito ma anche della necessità, perché non c’era altro. Sia quel che sia, sono tanti i ballerini e i maestri che sono passati dal Firulete. Come dire… Tutti quelli all’epoca che hanno visto una sacada l’hanno vista a El Firulete.

    Per chiarire maggiormente, pensa che anche con Sara, di cui mi fu immediatamente chiaro il grande talento, vi erano difficoltà di comprensione: il tango a Torino non c’era e ne mancava l’abitudine e il linguaggio. Anche per chi disponeva di talento l’apprendimento del tango rappresentava difficoltà ben maggiori di oggi.

  • Che tangueri frequentano la vostra scuola?

    Sara: Di ballerini ne sono passati tanti. All’inizio il Firulete era un pò l’unico punto di riferimento a Torino, e quindi chi frequentava e continuava a frequentare la scuola forse lo faceva perché provava interesse per le cose che li venivano insegnate e che non potevano essere trovate altrove. In qualche modo i nostri primi allievi erano un gruppo di persone intimamente incuriosite dal tango che, come si è detto, non era oggetto dell’azione pubblicitaria di oggi.

    A questi si sono aggiunti via via generazioni di ballerini di indole diversa, come è naturale che sia col cambiare dei tempi e dell’immagine del tango nel sentimento collettivo. Tuttavia è possibile tracciare un carattere abbastanza omogeneo degli allievi del Firulete. Potrei dire che chi rimane negli anni è una persona semplice, intimamente legata al tango, al suo tratto originario come alla sua evoluzione, non incline a certi orpelli forse più studiati per eventi simil televisivi che per l’intimo piacere di una sera in milonga.

    Ricardo Labriola e Sarita Goyas

  • Il vostro mi pare un tango molto coreografico…

    Sara: Il nostro tango è diventato vieppiù coreografico. Col tempo abbiamo scoperto che la coreografia è parte integrante del nostro modo di intendere ed estrinsecare il tango. Nella coreografia ci sono dei passaggi tecnicamente ed emozionalmente unici, il che differisce ancora una volta il tango da altre espressioni danzate. In altre parole ciascun ballerino rimane se stesso nell’unicità delle sue figure e dei suoi movimenti pur nello schema maggiormente severo imposto da una coreografia.

    Ricardo: Esattamente. Il voleo di Sara sarà sempre e solo il suo posto nella coreografia, che nè lo snatura nè lo omologa ad altri. Il tango “coreografico” arricchisce tecnicamente il tango in se stesso, sicuramente.

  • Ricardo, come è cambiato il tango da quando hai inziato a ballarlo?

    Ricardo: Gli ultimi 15 anni sono stati quelli in cui il tango si è evoluto più che in tutta la sua storia precedente. Abbiamo continuato ad attingere a tale evoluzione con i viaggi annuali a Buenos Aires , rimanendo quindi in vista delle novità e degli sviluppi che in Argentina il tango è andato presentando.

    Oggi i maestri, per lo più argentini, girano il mondo, e il tango si può quindi imparare anche senza necessariamente andare a Buenos Aires; ma 20 o 30 anni fa era molto più complicato ballare davvero il tango senza aver mai visitato il suo luogo di nascita.

  • El Firulete proporrà il suo secondo saggio di tango. Come mai avete scelto la forma saggio, così poco comune nelle scuole di tango?

    Sara y Ricardo: Il saggio deve essere letto come un momento di sintesi del tragitto che il Firulete ed i suoi allievi compiono anno dopo anno. È un prodotto che è nato proprio in relazione alle persone che frequentano la scuola magari da 5, 7 o 9 anni, e che quindi non paiono più solo frequentatori di milonghe ma anche sinceri appassionati al tango in quanto tale, potremmo dire studiosi di tango. Effettivamente è vero, ci sembra che non sia un’iniziativa comune nel mondo delle scuole di tango, ma l’abbiamo pensato come una forma coerente con il carattere del Firulete, a chi vi insegna ma anche a chi ne frequenta i corsi. Al termine dell’anno di studio la scuola consegna qualcosa di importante a chi ha investito il suo impegno e la sua dedizione: ci pare il modo più bello di concludere il percorso annuale, sul palco, dove ciascuno può avere il suo spazio da protagonista. Si ricordi che saggio, in spagnolo, lo diciamo ‘demostraciòn’: far vedere cosa si sa fare, che per noi non è esibizionismo, ma demostrar quanto in fondo a noi è giunto il tango.

    di Antonio Cuna e Tatiana Stroppiana