I Kinkaleri a Torino

novembre 24, 2002 in Spettacoli da Redazione

32639(1)Venerdì 22 novembre la fondazione Sandretto re Rebaudengo di via Modane, 16 ha ospitato, nell’ambito della rassegna Exit, i Kinkaleri. Gruppo di teatro-danza-espressione nato nel 1995 in quei di Scandicci, unisce membri dalle diverse esperienze in campo artisitico-espressivo ed una volontà di lavorare attorno ai concetti di rappresentazione e oggeto rapportato all’ambiente e all’interazione dei linguaggi espressivi impastandoli e delegittimandoli per poi “ridefinirli in altro luogo”.

L’ultima produzione della compagnia, ormai affermata come una delle più interessanti giovani realtà creative italiane insieme agli MK di Roma, è “Otto”, numero e parola, realtà e negazione della stessa, pieno e vuoto, concetto e rappresentazione. Quella torinese è l’ultima tappa italiana prima dell’appuntamento parigino dell’11 dicembre, dopo una serie di date che hanno visto i Kinakelri presenti ai più importanti festival della penisola (Festival Primavera dei Teatri, Festival Internazionale di Polverigi, Festival dei Linguaggi). A Torino dopo più di un anno e mezzo l’attesa è grande, lo spazio per la rappresentazione insolito, ma suggestivo.

Lo spettacolo, realizzato da Matteo Bambi, Luca Camilletti, Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco, Cristina Rizzo, poggia le basi sulla potenza/atto espressiva, sulla presenza/assenza, la distanza, l’ipertrofia della ripetizione laddove tutto è già stato detto e tutto può dire un corpo immerso in uno spazio, allentando il pensiero, l’idea di se’ da un progetto, come affermato nelle note di regia: la presenza, mettersi in; l’oscenità di tale atto, la pornografia dello sguardo di chi lo abita, i percorsi tracciati, le componenti del risultato, innescano quei piccoli miracoli impronunciabili dovuti a coincidenze fortuite. Significativo è che nelle note di regia compaia anche l’estratto di un’intervista a Louis Wolfson, lo studente schizofrenico di lingue che nel 1970 scrisse il libro Le schizo et les langues, analizzato e interpretato anche da Deleuze in Critica e Clinica.

Deleuze afferma che il procedimento tracciato da Wolfson nel suo romanzo non consente di esplorare le regioni del fuori per tornarne vittoriosi. Wolfson non è Roussel, Brisset, Artaud, esso è piuttosto la registrazione sismografica del travaso delle forze del fuori nella grande regione del dentro, del venir meno della stessa frontiera dentro/fuori. Quello di Wolfson non è tanto un problema di trasgressione, quanto un problema di implosione.

E, forse, proprio sotto questa chiave può essere visto il percorso di stratificazioni geologiche che accompagnano le azioni indifferenti ed indefferenziate dei corpi pieni senza organi degli attori, che non pretendono esistenza ed esprimono di non esserci. I Kinkaleri ci mostrano ripetizioni di una medesima caduta iniziale accompagnate da tracce residue (attraverso le quali il corpo si definisce) ad ogni apparizione, una donna che balla replicandosi in scatti e movimenti isterici, e susseguirsi di sovrapposizioni dinamiche caratterizzate dalla totale indifferenza e assenza di corpi vuoti in completa irrelazione tra loro.

L’esistere, il divenire, è sradicato dalle migliaia di possibilità espressive del corpo che si sintetizzano ed annullano nella prima azione: quella caduta vuota del corpo, il negativo di se stesso che si definisce in pienezza e riempimento soltanto attraverso i segni e le tracce schiaccati ed esplosi all’esterno con oggetti che a loro volta lasciano , per eventi e contingenze fisiche spazio/temporali annullati e ricondotti ad un’unita zero, segni e tracce che solo incidentalmente ed in tempi differiti giugono ad un’esplicazione (tubetti di colore, microfoni, una bottiglia di latte versato, il rumore del proiettile che uccide).

E’ una costruzione paratattica da discorso orale, che rifiuta qualsiasi scrittura e tende invece a sovrapporre in continuazione azioni i cui effetti restano nello spazio, scordinato con tempi morti o d’improvvise accelerazioni. Tutto è ricondotto ad un grado zero, in cui è possibile scorgere per ogni azione un riferimento ad un contesto già esistente od esistito( dal cinema muto, alle espressioni delle avanguradie storiche, ecc…), il linguaggio e le azioni sono state ripulite fino ad annullarne completamente gli attori, spazio vuoto di assenza. Ma è il regno delle macchine desideranti come sistema di tagli che sezionano e strappano una parzialità da un flusso continuo restituito da un soggetto agente indefinito e che si costruisce in negativo solo come resto attraverso una selva di azioni/oggetti che sono l’esplicazione in atto di una potenzialità infinita e già del tutto espressa nella indifferenza del corpo senza organi (mangiare, cadere, ballare, musica, muoversi, frenesia, sorridere, parlare, un uomo che si scatta una foto con un grosso pesce in mano, una bambola uccisa da un uomo di cartone armato, ecc…).

Il taglio della macchina desiderante è il taglio-resto o residuo, che produce un soggetto accanto alla macchina, pezzo adiacente alla macchina. E tale soggetto (l’attore-uomo) non ha identità specifica o personale e percorre il corpo senza organi senza spezzarne l’ndifferenza, proprio perchè non solo è una parte accanto alla macchina, ma una parte essa stessa divisa, cui toccano parti corrispondenti agli stacchi di catena e ai prelievi di flusso operati dalla macchina.

Qui il soggetto procede alla sua partorizione dalla sua partizione (LACAN, Position de l’incoscient, in Ecrits, p.843)

di Alan Vai