Hotel Rwanda

maggio 1, 2005 in Cinema da Redazione

Titolo: Hotel Rwanda
Regia: Terry George
Con: Don Cheadle, Sophie Okonedo, Nick Nolte, Joaquin Phoenix, David O’Hara
Girato: Canada, Regno Unito, Italia, Sud Africa 2004

Hotel Rwanda1994: Paul Rusesabagina, impersonato da uno strepitoso Don Cheadle, è un uomo intelligente e diplomatico, che ha imparato il savoir faire e lo stile occidentale, e per questo motivo è diventato il direttore di un albergo di lusso di proprietà belga a Kingali, capitale del Ruanda. Gli occidentali gli hanno regalato una tranquilla vita borghese, gli hanno fatto credere di essere uno di loro, ma non è così e non può essere così: Paul è un nero, neanche un nero americano, ma un nero africano di etnia Hutu. Allo scoppio del conflitto, anzi genocidio interetnico tra Hutu e Tutsi, Paul si trova ad affrontare anche l’indifferenza occidentale. Non perde la testa anche se la situazione è apocalittica, non si lascia travolgere dalla spirale di paura, odio e violenza, non si limita a salvare la sua famiglia, ma facendo leva sui suoi privilegi lavorativi, sulle sue conoscenze, sul denaro, sulla sua capacità di muoversi tra violenza e corruzione, apre le porte dell’hotel a quanti rischiano di essere uccisi nel terribile eccidio.

Il regista irlandese Terry George conferma la sua vocazione civile: sceneggiatore di “Nel nome del padre” di Jim Sheridan e regista di “Some mothers’ sons” (tradotto in Italia con l’equivoco “Una scelta d’amore”), riprende lo stile di film-culto come “Le urla del silenzio” o “Un anno vissuto pericolosamente” ricostruendo le vicende che in soli cento giorni costarono la vita a circa un milione di persone. Sceglie uno stile diretto e semplice senza patetismi o falsa retorica che risulta efficace e avvincente: nelle quasi due ore del film lo spettatore si emoziona, s’indigna e si commuove rimanendo sempre incollato alla poltrona come se stesse guardando un thriller. Anche se non brilla per originalità di regia o stile, “Hotel Rwanda” ha il merito di evitare lo spettacolo per rievocare con precisione l’intreccio di complicità e indifferenza che portò al genocidio ruandese. Il regista rifiuta di mettere in scena il massacro nel suo orrore: ci fa vedere piuttosto l’abbandono in cui il Ruanda fu lasciato dal mondo intero; questa scelta ha un preciso intento pedagogico: evitare la violenza per evitare il divieto e raggiungere il maggior numero di persone, compresi i minori, cercando di far conoscere i fatti e la storia. Infatti pur concentrandosi sulla vicenda di questo Schindler africano, Terry George non tace le responsabilità occidentali: l’odio razziale e l’orrore sono anche il risultato di una colonizzazione infame e di una decolonizzazione ancor più irresponsabile: furono i colonizzatori belgi fin dal 1918 a dividere in base ad alcune caratteristiche somatiche il popolo ruandese in Hutu e Tutsi, facendo di quest’ultimi, considerati fisicamente più simili agli occidentali, una minoranza privilegiata e collaborazionista.

Le lotte intestine sono un’eredità e una convenienza occidentale. Forse per questo motivo l’Onu fu impotente: “Noi siamo qui per mantenere l’ordine e non per ristabilirlo” spiega il colonnello canadese Oliver (interpretato da Nick Nolte), uno dei trecento caschi blu di stanza in Ruanda. Il film, atto d’accusa nei confronti del cinico non interventismo occidentale, non risparmia il ruolo svolto dai mezzi d’informazione: da una parte c’è la Radio Ruanda Libera delle Mille Colline (RTLM) che incita all’odio e all’omicidio, dall’altra i giornalisti occidentali che lasciano il paese sapendo che i loro servizi scioccheranno o disgusteranno il pubblico per non più di qualche minuto.

Candidato a tre Oscar, Hotel Ruanda non ne ha vinto nessuno: resta comunque un film ben scritto ed interpretato, utile per fare un accurato esame di coscienza. Dove eravamo noi? Forse impegnati ad esportare democrazia e guerra a fini umanitari là dove ci sono petrolio e ricchezze da sottrarre, occupati con spettacoli televisivi a base di reality e calcio quando non c’è l’intervento di una super-potenza da contestare, per poi dispiacerci a tragedia conclusa. E questo vale per il Ruanda, il Sudan, o qualunque altro posto dove la vita umana vale meno di zero.

di Silvia Aimasso