Giacomo Bologna

ottobre 5, 2003 in Libri da Gustare da Stefano Mola

LDG 2003

Nichi Stefi, “Giacomo Bologna”, Veronelli Editore, pp.117, Euro 17,00

Si può provare affetto per qualcuno che non si è mai incontrato? Succede per esempio a milioni di persone con le rockstar o con gli attori/attrici. Oppure, svoltando in sentieri forse più nobili, con i personaggi della letteratura. Ci si può innamorare di Natasha di Guerra e Pace? Credo di si.

Nel caso del libro di cui vogliamo parlare qui, è ancora diverso. Si tratta di una persona reale, purtroppo scomparsa: Giacomo Bologna, da Rocchetta Tanaro, produttore di vini. Meglio, nobilitatore di un vitigno. Si deve a lui il riconoscimento del Barbera come vitigno capace di generare un vino apprezzato in tutto il mondo. Il Bricco dell’Uccellona non è soltanto un successo globale, ma è il risultato di un approccio completamente nuovo. Lasciamo la parola all’appassionato Nichi Staffi: “per la prima volta un Barbera viene curato e controllato come si cura e si controlla un vino proveniente da un grande e nobile vitigno. Selezione dei terreni più vocati, cernita delle uve, cura meticolosa della vigna unita al coraggio di abbattere le rese e di attendere il giorno perfetto per la vendemmia. Questo fatto cambia i comportamenti di tutti. Cambia per i produttori che da questo momento possono mantenersi anche possedendo piccoli appezzamenti[…] Questo vino ha detto al mondo scettico dell’agricoltura italiana che la qualità può premiare, che il vino non è più, definitivamente una alimento capace, a basso costo, di fornire energia, che è necessario bere meno ma meglio, che è possibile, come accade in Francia e negli Stati Uniti, parlare di cultura eroica. Tutto questo da uve barbera” [pagg. 74-77]

Per capire cosa vuol dire la chiusa, pensiamo anche solo alla canzone di Gaber, “Barbera e Champagne”. Qui però siamo già all’apoteosi, praticamente a un punto d’arrivo. Ma ci sono in queste poche frasi alcuni elementi importanti che ci aiutano a capire che cosa abbia rappresentato Giacomo Bologna. Innanzi tutto, l’accenno al cambio di comportamenti per tutti. Il libro è pieno di aneddoti che ricordano come Giacomo fu una persona assai aperta, sia ad accogliere le esperienze altrui, sia a riconoscerne e a diffonderne il valore. Nel suo ristorante e poi nella sua casa, non si bevevano soltanto i suoi vini. Anzi. C’è in questo sicuramente una grandezza e anche una profonda consapevolezza del fatto che la qualità paga e che non teme confronti: non per superbia, ma perché un prodotto fatto bene, con passione è un primus inter pares. Pertanto esce esaltato dall’accostamento con altri che hanno le stesse caratteristiche.

Accogliere l’esperienza altrui significa avere una grandissima umiltà, aver voglia di viaggiare per imparare, saper esclamare a proposito dell’America “Mi fa paura vedere cosa sono riusciti a fare loro che non hanno radici. Chi non ha un passato sa quanto è importante averlo e loro si sono impossessati di quello degli altri. Noi ora dobbiamo umilmente imparare” [pag. 51]. Questo passo è fondamentale direi anche culturalmente. Giacomo Bologna ha saputo mantenere delle saldissime radici col territorio, anzi, con il singolo pendio e al tempo stesso intuire il passaggio evolutivo necessario a impedire che la conservazione delle radici si impoverisse in teca polverosa e museale. Vorrei a questo punto citare nuovamente le parole di Nichi Stefi dall’introduzione: “In un’epoca in cui ci sono migliaia di tesori da salvare, da Venezia alla foca monaca, dalla foresta amazzonica ai dialetti, mi sembra si sia perso il senso dello scegliere, del discernere. Oltre a Venezia, si salva qualsiasi cosa impedendo al nuovo di emergere […] Forse per riscattarsi dalla colpa collettiva dello scempio si salverebbe qualsiasi cosa, perché scegliere non è politically correct ed estremamente rischioso”.

Tutto questo è già molto, e fin qui abbiamo privilegiato l’importanza di Giacomo Bologna per la Barbera. Ma c’è anche dell’altro. La voglia di far festa, di condividere con tutti il vino e le proprie passioni, le amicizie capaci di superare gli anni e non scalfirsi di fronte ai successi, perché “in una società ricca e asettica che offre tutto ma non coinvolge in nulla, gli incontri di Rocchetta sono coinvolgimento totale, irresistibile” [pag. 86].

Nichi Stefi riesce a darci la nostalgia di una persona che non abbiamo conosciuto, in un volumetto elegante, ricco di fotografie in bianco e nero, delle testimonianze dei tanti che lo hanno amato, a partire da Luigi Veronelli. Un’ultima segnalazione: la descrizione che Giacomo Bologna fa del personaggio del trifolau, il cercatore di tartufi (pag. 34 e seguenti), sarebbe sufficiente a giustificare il possesso di questo libro.

di Stefano Mola