Franco Battiato per Traspi.net

maggio 7, 2001 in Musica da Gino Steiner Strippoli

16827(1)Quale maestosità si cela in “Ferro Battuto”?! Sicuramente una musicalità oltre le barriere del tempo. Il battito scandito di un martello sull’incudine, a forgiare il metallo, è senza dubbio portatore di sonorità eccelse per il musicista siciliano che, sin dai primi anni ’70, ha attivamente partecipato alle correnti musicali europee di ricerca e sperimentazione. E’ tanto lontano quanto vicino quel 1978, quando un semi-sconosciuto Franco Battiato vinse il premio “K.Stockhausen” con “L’Egitto prima delle sabbie”! Oggi il suo nuovo album, “Ferro Battuto” (Sony Music), è già diventato.

E’ forse questo l’album più bello di Battiato? Certamente è il più completo, perché non conosce limiti nelle contaminazioni, perché è un inno alla gioia della vita e della musica. L’unisono alla creatività tocca il culmine quando il fraseggio chitarristico di Django Reinhardt, forse più grande jazzista di questo strumento, entra a far parte di “Scherzo in minore”, una rivisitazione di “Minor Swing”: e qui lo zampino di Manlio Sgalambro c’è tutto!

Otto brani ci accompagnano nell’empireo dei suoni, con musiche di Battiato e testi scritti a quattro mani con l’inseparabile professore; poi c’è l’accoppiata Reinhardt-Grappelli e la bellezza universale di “Hey Joe”, del leggendario mito Hendrix. Qui il rock diventa pura sinfonia, attraversata dalla voce leggiadra di Natacha Atlas, ex Transglobal Underground. La rilettura di questo brano è tanto travolgente nella creatività, quanto stravolta nella lettura sonora, dove archi, piano ed elettronica vocale dipingono realtà quasi metafisiche. Che dire poi dell’apertura di questo disco? “Running Against the Grain” è l’allegria in musica, portatrice di vita, di voglia prepotente di desideri e di caldo solare, con l’ex Simple Minds Jim Kerr protagonista e presenza attiva nel canto. Un discorso a parte merita “Bist Du Bei Mir”, canzone o meglio voce dei desideri, elevazione della realtà rispetto al mondo virtuale dell’oggi, accompagnata da un ritmo tanto cadenzato quanto barocco e romantico. In ultimo la copertina, quasi un manifesto ironico verso le dittature del passato, immagine di uno stile soviet-supremo da non dimenticare.

Il Ferro batte sulle note di Jimi Hendrix!

Da giovane suonavo il mito Hendrix; sebbene non fossi proprio un fanatico, il fascino di Jimi mi ha colto sin dagli esordi musicali. La mia scelta verso “Hey Joe” in realtà arriva dopo aver pensato di realizzare un’altra canzone, cioè “Stone Free”. Il cambio di sonorità consiste nell’aver trasposto in minore alcuni accordi che erano in maggiore, così da togliere quell’aggressività propria del rock. Se non avessi osato ed agito su queste modifiche, che hanno stravolto il pezzo, sarebbe stata una semplice cover senza alcun senso.

E la voce femminile in “Hey Joe”?

Sinceramente la prima idea era quella di un duetto con Ute Lemper, per allontanare la canzone dal tipico stile americano; poi la combinazione non è andata in porto, quindi ho pensato a Natacha Atlas, una voce che già apprezzavo personalmente e di cui anche altri miei collaboratori mi avevano parlato molto bene. Così è arrivata lei, che ha fatto da “ponte” tra l’elettronica e i ritmi arabi, ma non solo!

Come in “Personalità Empirica”, dove trovano spazio giochi legati alla musica classica e i francesismi arabeschi di Natacha.

Sai, a me piace sperimentare e quindi osare oltre i limiti: dal tema del piano-concerto di Ciaikovskij è nato così un quasi scherzo musicale, questo gioco vocale tra me, Natacha e Manlio.

Ricordi ancora i tuoi primi idoli musicali?

Certo, quando avevo circa undici, dodici anni ascoltavo i miti dell’epoca, da Elvis Presley a Little Richard.

Rimanendo nel passato, com’era il Battiato “primordiale”?

Mi fai tornare davvero indietro! Quando avevo tre anni chiedevo già i primi strumenti musicali, volevo la chitarra e il tamburo. Poi successivamente, a sei anni, mia madre, poiché la mia voglia di suonare non si placava, mi mandò a studiare pianoforte. Non avendolo in casa andavo ad esercitarmi in chiesa sull’organo dei preti. Poi a 11 anni divenni autodidatta per chitarra e iniziai anche a intrattenere, con la musica, nelle varie feste. Da allora non mi sono più fermato.

Torniamo all’album, ma questa copertina dai toni soviet-imperialisti?

Non è stata una mia idea, ma l’ironia che la contraddistingue mi è piaciuta molto. I regimi totalitari sono pieni di queste immagini: pur riconoscendole a dir poco ridicole e mostruose, trovo che abbiano anche un loro lato di fascino.

In “Cammino Interminabile” hai usato per il canto l’uso del dialetto siciliano, un omaggio alla tua terra.

Per me l’uso dialettale è bellissimo, mi piace molto, l’importante è che non sia un fattore usato per esibizionismo, come fanno alcuni politici e anche letterati. Questa canzone si farà apprezzare al di là dell’uso del dialetto, perché se è vero che non tutti capiscono il siciliano, è altrettanto vero che la musica va oltre l’aspetto dei testi. E’ importante che ognuno interpreti a suo gusto un verso o una canzone. Apprezzo quello che dice Sgalambro al proposito, quando asserisce che il dialetto è un duro linguaggio della necessità, è il momento animale della lingua, il desiderio di animalità. Chi parla di musicalità del dialetto non sa di che cosa parla: se la lingua è storica e culturale, il dialetto è cosmico. Chi muore, muore in dialetto!

di Gino Steiner Strippoli