Flavia Piccinni per Traspi.net

ottobre 15, 2005 in Libri da Stefano Mola

Flavia PiccinniFlavia Piccinni ha vinto il Campiello Giovani 2005. Forse lo ricordate, ma a noi è parso che il suo racconto e la sua scrittura siano di qualità, e che forse ne sentiremo parlare in futuro che per lei speriamo prossimo. Per il momento, ascoltiamo che cosa ci dice di lei, della sua scrittura, della Puglia, della lettura…

Raccontaci qualcosa di Flavia Piccini a.C. (ante Campiello)

Mi sono appena diplomata al Liceo Classico. Ma la scuola, vuoi per un odio viscerale verso gli insegnanti incompetenti che ho conosciuto, vuoi per la profonda irrequietezza che mi caratterizza, non è mai stato il mio forte. Adesso sono iscritta all’Università a Pisa e nel tempo libero collaboro con un quotidiano della mia città e lavoro presso una televisione… chiaramente poi esco con gli amici, ascolto musica, vado al cinema…fumo…

Vorremmo invece avere aneddoti dal backstage: cosa succede ai finalisti del Campiello Giovani? Quando arrivate a Venezia? Cene di gala? Giri in gondola? Invidie? VIPs?

Ai finalisti del Campiello succede che non sai chi ha vinto e quando arrivi in conferenza stampa la mattina credi che il vincitore lo sappia e invece nessuno sa nulla, neanche lo staff tecnico (così, almeno, dicono ed io ci credo… anche perché sono piuttosto stressante e nessuno mi ha voluto/potuto dire nulla). E quando senti che sta per arrivare il momento in cui verrà nominato il vincitore non ci credi proprio. Io, personalmente, non ci credevo proprio. Anzi, non ci speravo neanche. L’arrivo a Venezia è comunque previsto la sera prima la conferenza che, quest’anno, si è svolta sabato 17 settembre al Future Center. Cene di gala e giri in gondola non ce ne sono però c’è l’emozione di stare vicino a scrittori come Cavalli e Scurati e di essere premiati da Bruno Vespa… in diretta su Rai Uno con tutta la strizza che comporta una cosa del genere… Pensavo che non avrei dovuto-potuto dire nulla e così sono salita sul palco del tutto impreparata. E’ andata a finire che Vespa mi ha fatto delle domande a cui ho risposto insensatamente. Quando immaginavo la vittoria a casa, nel mio lettino, invece avevo tante belle parole, fra cui: Volevo fare la velina. Mi sono ritrovata invece a commentare – balbettando – i giovani d’oggi scrivono ma non leggono. Non me lo perdonerò mai. Anzi, me lo sono già perdonata: sono riuscita a fare di peggio, ma questa ve la evito.

Avevi già provato a partecipare, oppure è stata la prima volta?

Questa è stata la prima volta: era un sogno riuscire a scrivere una storia abbastanza lunga che mi permettesse di buttarmi. Poi ho preso coraggio ed ho iniziato a raccontare… ed ancora non ci credo, a come sia andata.

Come è nato il racconto con cui hai vinto?

E’ nato da un pensiero: raccontare la Puglia. La scuola di oggi, i professori che fanno di tutto tranne che insegnare, il desiderio di evadere. “Non c’è” è nato da solo, senza troppi pensieri. In automatico, insomma. È stato ed è, per me, la possibilità di raccontare la regione in cui sono nata. La bellissima città in cui sono cresciuta.

Parlare di una rapporto amoroso tra una allieva e un professore può voler dire che una comunicazione è ancora possibile, ma solo al di fuori delle regole e dei recinti scolastici?

Può voler dire che gli insegnanti, la maggior parte almeno di questo folto gruppo di stipendiati statali, non abbiano la minima idea di cosa voglia dire comunicare, seguire gli studenti. Di cosa voglia dire insegnare, insomma. Anzi, oltre a non averne idea non ne hanno il minimo desiderio. Forse l’unica relazione possibile in ambito scolastico è quella amorosa. Dove non vengono trasmesse delle conoscenze, ma dei fluidi. Che siano corporei, poi, è un altro discorso.

Cos’è la Puglia per te? Dal racconto, sembra che sia un sentimento forte, soprattutto il mare.

La Puglia è casa mia. Anzi, Taranto è casa mia. Vincere con “non c’è” è stata una sensazione bellissima, perché la storia non è sterile. Fa parte di me. Le descrizioni di Martina sono le mie descrizioni. E non mi appartengono solo perché sono nate dalla mia tastiera. Mi appartengono, soprattutto, perché sono incise in me. Non con una bic nera, ma con il coltello che i pescatori usano per staccare le cozze dagli scogli. Uno di quelli grossi che fa il taglio profondo. Un taglio che ti rimane.

Che cosa rappresenta la scrittura per te?

La scrittura è. E’. Ecco tutto. Un sogno, come quello di Julia Roberts in Pretty Woman. Una compagnia e una compagna. La scrittura è quella persona, non una cosa no, che mi permette di raccontare storie. La scrittura è un insieme di parole e musica. Quello che mi piacerebbe fare, nella vita: continuare a usarle, queste parole.

Che cosa ti piace trovare in un libro, e che cosa invece te lo fa gettare all’aria dopo tre pagine?

Dico sempre di essere una pessima lettrice. Leggo poco la “narrativa di genere” e preferisco le cosiddette storie. Non sopporto la scrittura pesante, piena di coordinate e subordinate. Detesto la scrittura autoreferenziale poi, quella in cui lo scrittore si siede e dice: “guardate come sono bravo: leggetemi e scoprite quanti paroloni e quanti intrecci riesco a snocciolarvi”. Mi piacciono le cose semplici. Lineari. Ben gestite. La lettura che ti trasmette qualcosa e lo fa con leggerezza, senza essere superficiale però.

E Flavia d.C. (dopo Campiello) che cosa farà? Sta lavorando a qualche altro racconto?

Nel cassetto ho più di 200 racconti. Anzi, dopo i recenti calcoli sono risultati essere parecchio di più. Continuo poi a scrivere e ho iniziato da un po’ qualcosa di più lungo. Mi sento estremamente fortunata, tanto. Per tutte le persone che le hanno dedicato del tempo e continuano a dedicarlo alle mie parole. A gennaio usciranno poi due miei racconti su delle antologie. La prima, aldilà del fegato, raccoglierà i racconti di venti autori emergenti italiani. La seconda, a cui tengo particolarmente, è sempre legata a Taranto. Il filo conduttore dei testi narrativi e giornalistici raccolti è infatti l’Ilva, l’industria siderurgica tarantina… croce e delizia del Sud e dell’Italia intera che cambia ma non dimentica.

di Stefano Mola