Fiiiiiiii

febbraio 4, 2002 in Racconti da Redazione

25375(1)Quando mio padre m’insegnò a fischiare con le dita eravamo al mare ed avevo dodici anni. Dopo diversi tentativi miseramente falliti in spruzzi di saliva e bavette varie, uscì un sibilo molto simile ad un fischio, e papà pensò bene di umiliarmi tirandone fuori uno dei suoi migliori, quello fatto ad una mano, pollice e medio uniti a formare un cerchio, lingua ad esse: una sirena fece uscire i vicini, che pensavano di essere stati chiamati da qualcuno.

Mario, il fischiatore, se la rise sotto i baffi; i baffi ce li aveva sul serio, e corse con me a nascondersi in camera da letto. Io me la facevo sotto dal ridere e lui assunse un’aria seria seria, sguardo dritto nei miei occhi, e mi disse: “Adesso fallo tu”.

Deglutii in modo da non avere troppa saliva in bocca, unii il pollice al medio, li appoggiai entrambi sulla lingua rovesciata e soffiai: il fischio fu talmente forte che mio nonno, sordo da una decina d’anni, si alzò di scatto dalla poltrona senza stampelle e corse verso di noi a vedere che accadeva. E noi giù a ridere come due scemi.

Il fischio di Mario mi ha seguito per molte tappe della mia esistenza: nei campi da calcio quando, io difensore centrale, ero incitato da mio padre a superare la metà campo “Eh non aver paura, buon dio!” e dal mio allenatore a restare immobile al mio posto “Ma dove cazzo vai? Sei l’ultimo uomo”.

Poi allo stadio, insieme contro la Pertinese, tanto che ci faceva male la lingua a fine partita.

Una mattina, avrò avuto vent’anni, Mario mi disse di accompagnarlo in un posto, su in montagna, perché doveva farmi sentire qualcosa che non mi sarei mai scordato. Zaino in spalla, partimmo con la nostra Panda quattro per quattro; guidavo io, da un po’ di tempo papà preferiva così.

M’indicò la strada da perfetto navigatore qual era sempre stato e, percorsa un’oretta per i sentieri non facili del Monte Ruino, ogni tanto mi fermavo ad aspettarlo, giungemmo in un punto dove la via si affacciava sull’immensa valle sottostante. Mario arrivò dieci minuti dopo di me, tutto sudato con il fiatone, si sedette su una roccia a riposare. Io intanto scrutavo in basso con il mio cannocchiale, aspettando quel che doveva accadere. Poi mio padre si alzò, unì il pollice al medio a formare un cerchio, li appoggiò sulla lingua e soffiò: ne uscii un debole sibilo, ma interminabile perché riecheggiava per la vallata come se rimbalzasse impazzito da una roccia all’altra.

“Non te lo scordare mai: finché qualcuno fischia per te non devi temere nulla. Poi, toccherà a te a fischiare per qualcun altro, ed allora comincerà la tua vera vita”.

Sono trascorsi sette anni da quel giorno, ed io non sentii più il fischio di Mario. Ma è come se mi rimbalzasse di continuo nella testa e, oggi, in pochi fischiano forte come me.

di Gianluca Ventura