Festival delle Colline Torinesi

giugno 9, 2008 in Spettacoli da Roberto Canavesi

SUTTUSCUPA

TORINO – Tra i primi titoli che hanno caratterizzato la tredicesima edizione del Festival delle Colline Torinesi segnaliamo “Voilà”, lo spettacolo ideato e diretto da Vincenzo Schino per il Teatro Valdoca, in coproduzione con il Festival: il giovane performer pugliese, ospite nel 2007 della rassegna con “Opera”, propone un altro suggestivo esempio di “teatro delle visioni” con un allestimento di vaghe reminescenze felliniane e circensi, in cui a fronte di pochissime parole lo spettatore è investito da un diario per immagini dove a dominare sono colori e suoni. In “Voilà” Schino si conferma essere grande studioso ed esperto conoscitore delle arti visive, spaziando da toni ora comici ora melanconici, scegliendo come punto di osservazione dell’evento scenico una prospettiva circolare simboleggiata in scena da un enorme oblò che si materializza, per poi ridursi e poi scomparire, ed al cui interno si realizzano momenti di intensa emozione quali ad esempio il declino di uno struggente Pulcinella. Uno spettacolo per la cui piena comprensione si deve abbandonare il legame con la componente testuale del teatro, laddove per una volta per testo non si voglia intendere una sequenza di colorati quadri visivi in grado anche di sovvertire la visuale palcoscenico-platea grazie ad un sapiente utilizzo di specchi che pongono lo spettatore, in determinati passaggi dello spettacolo, da elemento “osservante” a entità “osservata”: un’ora di suggestivi visioni teatrali in cui merita una citazione il prezioso contributo di una componente musicale mai come in questo caso linguaggio espressivo in grado di evocare e suggestionare.

Di tutt’altro genere la non meno interessante proposta della compagnia palermitana Suttascupa, quel “Rintra ‘u cuòri” con cui Giuseppe Massa tributa un indiretto omaggio alla figura di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due immigrati italiani giustiziati negli Stati Uniti nel 1927 il cui nome è ancore oggi al centro di una delle pagine più discusse in materia di giustizia. Nella messa in scena degli applauditi Emiliano Brioschi, Giovanni Prisco e Simona Malato, l’originaria vicenda è presa ad esempio per una moderna trasposizione in un contesto attuale dove risaltano riflessioni sulla condizione del carcerato e sul ruolo dei rimorsi e sensi di colpa sulla coscienza di un uomo chiamato a decidere sul destino di un suo simile.

Uno spettacolo double face con la giovane Laura intenta a riassumerne lo svolgimento della vicenda nella narrazione del suo personale dramma legato all’arresto del compagno: una recitazione “di pancia” che vive il suo momento più alto e divertente nel grottesco racconto di una cerimonia funebre metafora di un’esistenza fatta di apparenza e di continue tentativi di prevaricazione reciproca.

A seguire si cambia totalmente registro con il punto di analisi che diventa la giustizia, universalmente intesa, e le componenti chiamate ad esercitarla: ecco allora i sei poliziotti responsabili dell’arresto, ridotti a fantocci semoventi, interrogarsi e quasi tutti speculare sul ruolo di persone in grado di influenzare il destino di un uomo. Per non parlare dei rimorsi che attraversano l’animo del pubblico ministero chiamato a decidere sulla sorte dei due condannati che, incatenati e con la divisa d’ordinanza, riversano nell’ultima sequenza tutta la loro desolazione e disperazione in una tragica danza di morte in un sofferto contesto emotivo in cui risalta la loro condizione di “stranieri” in un paese che non ha saputo (o forse voluto) accoglierli e aiutarli.

Uno spettacolo intenso e ottimamente interpretato dove, partendo da una ben nota vicenda storica, lo spettatore è indotto a riflettere con amarezza e preoccupazione su di un’idea di giustizia, ahinoi ancora molto attuale sembra suggerisci il testo tra le righe, che sembra necessariamente prevedere una lotta tra sopravvivenza e solidarietà.

di Roberto Canavesi