Farinelli… 300 anni dopo

maggio 1, 2005 in Spettacoli da Marcella Trapani

farinelliNelle scorse settimane Torino ha accolto al Teatro Regio due eventi abbastanza singolari nel panorama della musica classica in Italia: due conferenze legate al personaggio di Carlo Broschi, detto Farinelli, in occasione del 300° anniversario della sua nascita, avvenuta ad Andria in Puglia nel 1705. Singolari ma non unici, dato che la settimana prima Bologna, città dove Farinelli era morto nel 1782, aveva degnamente celebrato l’anniversario con un convegno intitolato Il Farinelli e gli evirati cantori, svoltosi il 5 e il 6 aprile presso la Biblioteca Universitaria. Ma il convegno era soprattutto cosa da specialisti, le conferenze di Torino invece sono state pensate per il pubblico e per avvicinarlo al fenomeno Farinelli.

La prima conferenza, svoltasi il 13 aprile nella Sala del Caminetto del Regio, è stata curata da Sandro Cappelletto, noto musicologo e autore del volume La voce perduta. Vita di Farinelli evirato cantore, edito da EDT nel 1998. Alla conferenza è seguito lo struggente spettacolo di Guido Barbieri e dello stesso Cappelletto dal titolo Quel delizioso orrore… Farinelli evirato cantore vita e canto di Carlo Broschi.

Pietro Nuti vi recitava la parte del vecchio Farinelli, mentre il sopranista Angelo Manzotti eseguiva le arie di Händel, Giacomelli, Hasse e altri compositori che resero celebre il “Castrato” nei massimi teatri d’Italia e d’Europa. Suonavano il clavicembalo Rita Peirotti, il violoncello Alessandro Peirotti e la tromba Davide Sanson. In questo primo pomeriggio dedicato a Farinelli si è reso omaggio soprattutto alla sua vicenda umana e professionale che lo ha visto “prima paragonato a Dio e poi insultato come il grottesco residuo di una pratica barbara” (S. Cappelletto).

L’uso di sottoporre i fanciulli alla castrazione per conservarne la voce cristallina si era diffuso soltanto in Italia a partire dalla metà del Cinquecento specialmente per la musica sacra, settore interdetto alle voci femminili. In altri paesi questa triste “manipolazione genetica” ante litteram non era praticata, anzi nella Francia illuminista dell’Encyclopédie era apertamente criticata come atto di barbarie contrario all’umanità, alla ragione e alla religione, che pure ne aveva promosso lo sviluppo. Tuttavia il fenomeno castrati ebbe una diffusione enorme in tutta Europa e i più grandi musicisti settecenteschi scrissero arie per questi divi che suscitavano l’euforia delle corti.

La seconda conferenza torinese, svoltasi il 20 aprile e tenuta in modo impeccabile da Alessandro Mormile, toccava meno le corde emotive per esaminare un altro fattore che influenza il belcanto attualmente: la “rivoluzione dei controtenori”. Dopo aver rischiato l’estinzione dai palcoscenici, questa categoria di cantanti è tornata prepotentemente alla ribalta grazie all’intervento di alcuni direttori d’orchestra, specialisti dell’Opera Barocca, quali Ch. Rousset, W. Christie, R. Jacobs (lui stesso ex controtenore) e altri, che nelle loro rappresentazioni hanno utilizzato i controtenori nei ruoli che un tempo erano stati concepiti per i castrati.

Si badi bene, ruoli di eroi maschili con voci femminili. Si tratta sicuramente di un falso storico, in quanto i controtenori cantano con un timbro e un’estensione totalmente diversi da quella che si possa immaginare essere stata propria di Farinelli, del Senesino, del Cusanino e di altri famosi castrati. Fatto sta che anche quello dei controtenori rappresenta un fenomeno musicale in ascesa, soprattutto al di fuori dei nostri confini nazionali, negli Stati Uniti e nel resto d’Europa, dove nomi quali D. Daniels, A. Scholl, A. Kristofellis, D. Lee Ragin, B. Asawa, molti dei quali ascoltati in disco durante la conferenza di Mormile, rappresentano i nuovi divi della musica classica.

Sarà forse un caso che i controtenori siano pochissimo ascoltati in Italia, la patria degli “evirati cantori” del Settecento? La pratica della castrazione per “fabbricare” durature e potentissime voci bianche fu bandita nel nostro paese soltanto nel 1870. L’ultimo castrato noto e di cui si possegga una registrazione del 1902 è Alessandro Moreschi, solista nel coro della Cappella Sistina dal 1883 al 1913.

Soltanto l’Italia (…) ha ritenuto che questo tipo di vocalità generata da un primitivo intervento di manipolazione “genetica”, potesse consentire l’immaginazione e l’ascolto di una bellezza senza confronti, simulacro di un’idea di purezza e di perversione, capace di restituire almeno i contorni, l’ombra di quella originaria unità dei sessi, di quella perfezione che racconta il mito senza tempo dell’ermafrodito (S. Cappelletto, La voce perduta., p. XI).

Mito oggi più che mai di grande attualità.

di Marcella Trapani