Expo 2000

febbraio 18, 2001 in il Traspiratore da Redazione

Siete mai stati ad una Esposizione Universale? E’ qualcosa di unico, fuori dagli schemi.

E’ un Luna Park moderno, scientifico, senza la parvenza di provvisorietà che normalmente lo contraddistingue. Un’accozzaglia di forme che non possono incastrarsi fra di loro, stili e materiali che non vogliono incontrarsi tra loro; tutto in un’area enorme, impossibile da visitare in due giornate intere.

Più di tutto, l’Expo è un insieme di razze e nazioni che si affiancano creando contrasti curiosi. Il padiglione dell’Australia vicino a quello della Thailandia, i cammelli degli Emirati Arabi che stanno in un recinto di fianco alle tende mongole. Io ci sono entrato ed ho potuto saggiare l’aria di ciò che ha creato le leggende della Tour Eiffel, del padiglione di Mies Van der Rohe a Barcellona, del Cristal Palace, del Borgo Medioevale al Valentino.

Tante cose da dire, forse più di quante ce ne sono da vedere. Per sensibilità personale toccherò solo alcuni temi; non me ne voglia chi c’era, qui o a Lisbona. Dico qui o a Lisbona perché questa è la prima caratteristica degli Expo: rinnovarsi, ma restare fedeli a se stessi. Di che cosa sto parlando? Ecco le componenti di un expo che si rispetti: padiglioni delle nazioni, hall tematiche, arena per concerti e quant’altro, chioschi per merchandising e cibo, piazzona per gli spettacoli, spazio aperto sormontato da copertura megalitica, funi-ovo-seggio-sorvolo-via, vascona dell’acqua. Punto. C’erano a Lisbona, c’erano ad Hannover, non ho difficoltà a credere che ci fossero a Siviglia e così via [confermo n.d.r.].

Sorvolo sulla presenza di tante nazionalità diverse, un po’ perché abituato (frequentazioni di Taizé) ed un po’ perché non c’è un vero e proprio scambio con la gente. Interessante invece vedere, anche qui come nel mondo reale, le differenze tra le varie nazioni. I ricchi, con sfarzosi stand e chiccosi contenuti; i poveri, con la merce venduta a metà prezzo negli ultimi giorni per non dover sostenere i costi di trasporto nel viaggio di ritorno. I padiglioni degli Stati del primo mondo sono impeccabili, ordinati, ben pianificati, con la coda per la gente comune, l’ufficio accoglienza vip e l’entrata apposita per i giornalisti. In quelli dello Yemen, dell’India o del Buthan, tutti in coda assieme, in un percorso magari poco lineare ed ordinato; ma è solo ai padiglioni venezuelano o yemenita che puoi trovare dei vocianti ragazzi dell’organizzazione che ti rendono partecipe della vita dello stand e dell’Expo. Sono stati forse più significati questi atteggiamenti che non i lunghissimi filmati di promozione all’interno di altri stand.

L’acqua è un elemento di cui ormai non si può più fare a meno, negli Expo. E’ stata usata da tutti, cercando i modi più originali per farlo. Risultati però banali: tutti usavano gli stessi “trucchi”. Il padiglione dell’Islanda era un enorme cubo blu sulle cui pareti esterne scivolava una pellicola di acqua. Cosa fatta anche da Shangai e da altri. Innumerevoli gli stand contornati da un sottile specchio di H2O: Svezia, Danimarca, Grecia, Islanda, Germania, Monaco, Australia, Norvegia. E lo spettacolo serale si basava sull’acqua; e la scultura interna del padiglione greco aveva l’acqua; e l’enorme getto del padiglione norvegese era di acqua; e la pioggia venuta giù in tutti e due i giorni che sono stato là… e basta, non se ne può più!

Per essere originali noi italiani non abbiamo usato nessuno dei materiali più in voga dell’Esposizione (legno, vetro, acqua). Ci siamo dati al cemento armato, con una cupola tipo Palazzetto dello Sport (visto che è una delle poche cose moderne che riusciamo a fare nel nostro Paese…). Sotto il padiglione vero e proprio, un bel bar con specialità all’italiana. Per darvi un’idea del costo della vita ad un Expo: prendete una pizza un po’ più grande di quelle al mattone e dividetela in otto fette. Ok, l’una costava 8 mila lire; e la gente se la comprava!!! A prendere il caffè invece ho trovato un carabiniere (presenti al padiglione italiano in rappresentanza delle forze armate) che beveva in compagnia di due suoi amici: un poliziotto verde vestito della forza d’ordine tedesca e una guardia a cavallo canadese.

Intanto le ore passavano, e bisognava mangiare. Immaginando i prezzi assurdi della kermesse, mi ero portato dietro dei panini fatti in casa, ma volevo provare qualche piatto tipico di un qualche Paese. Così ho provato l’hot dog danese (e la differenza? meglio gli Smørebrod) e dei simil-involtini primavera thailandesi. Ma il meglio doveva ancora venire. Al padiglione dello Sri Lanka mi aspettava un assaggio del buon Arrack (niente a che spartire con quello cinese, all’anice) ed una simil crêpes con carne e verdura. Magico il piatto mongolo assaggiato il secondo giorno, tipo focaccia con della carne cotta tritata. Il tutto innaffiato da un rinfrescante succo di pompelmo preso al padiglione di Mali, freddo e piccante allo stesso tempo.

Per tirare le somme, conviene, almeno una volta nella vita andare a visitare un’Esposizione Universale. Magari non le prossime due edizioni, che si terranno in Corea ed in Giappone, ma prima o poi. Tanto, come detto, un’expo vale l’altro.

Il Traspiratore – Numero 27

di Diego DID Cirio