Eurojazz Festival

marzo 4, 2002 in Spettacoli da Redazione

25464(1)Come un’ostrica racchiude una perla così Ivrea racchiude il piccolo delizioso teatro Giacosa dove sabato sera si è svolta la tappa finale dell’Eurojazz Festival. Dopo anni di problemi e aperture a singhiozzo il Giacosa è tornato a vivere e speriamo che non smetta più. Bellissimo inoltre vedere che si tratta di una perla alla portata di tutti e non una di quelle che fanno bella mostra sulle spocchiose signore ingioiellate; sabato infatti abbiamo visto un pienone di giovani per nulla inibiti dall’atmofera regale dei balconcini dorati e del parquet tirato a lucido.

Il pezzo forte della serata era il grande batterista Billy Cobham ma chi lo ha preceduto è stato altrettanto magistrale. A dare il la ci ha pensato il trio di Dena De Rose, una straordinaria cantante-pianista accompagnata da Alessandeo Minetto alla batteria e Alessandro Maiorino al basso.

Su di un palco perfettamente illuminato e privo dei tetri fiori finti visti a Collegno, il Festival con la bella Dena De Rose ha iniziato il suo arrivederci con un jazz trascinante e godibilissimo, voce calda e pianoforte coinvolgente come d’altra parte la stessa Dena che ha instaurato subito un bel rapporto col pubblico che l’ha ringraziata con un mare di applausi.

Il Trio ha alternato pezzi ritmati a pezzi malinconici dando sempre l’impressione di un gran feeling e trasmettendo alla platea una sensazione di gioia e di benessere soprattutto grazie alla meravigliosa voce flautata della De Rose, naturale e per niente impostata… e pensare che cominciò a cantare perché una gravissima artrite, poi sconfitta, le bloccò un braccio impedendole di suonare il piano. Dopo una chiacchierata col pubblico di Dena che invitava a comprare i suoi cd per pagarle il biglietto per New York e un finale fantastico subissato di applausi c’è stata una pausa che, dato il caldo, è servita a combattere l’arsura, poi è stata la volta degli Odwalla.

Un gruppo di cinque percussionisti con Beppe Consolmagno e Billy Cobham come ospiti d’eccezione. Luce gialla e come intro un crescendo di percussioni travolgente. Tante mani che danzavano dappertutto. La marimba e lo xilofono uno di fronte all’altro quasi a combattersi a colpi di musica in una sfida tra legno e metallo, la batteria, le percussioni varie, i gong appesi e un omino barbuto, Beppe Consolmagno, che faceva dei versi strani, affascinanti, sembrava di stare in mezzo alla giungla di primo mattino quando gli animali si svegliano e salutano il sole. I musicisti si sono mossi per suonare tutto quello che c’era sul palco. Per un attimo abbiamo avuto il timore che strimpellassero anche sulla coda del piano anche perché sono certo che da piccoli in casa abbiano battuto su qualsiasi cosa per scoprire nuove sonorità. Un po’ di new age, un pizzico d’oriente, Caraibi e un tocco d’Africa con lo djembé di Hablaye Mbaye che ha infuocato il pubblico. A fungere da trait d’union durante ultimo pezzo, Billy Cobham che ha reso ancor più unica l’esibizione.

25466Il patron Sergio Ramella, a suo agio come se fosse nel tinello di casa sua, ha poi annunciato il Billy Cobham’s Art of 3, un trio di sessantenni indiavolati che hanno suonato con gente del calibro di Herbie Hancock, Miles Davis, Dizzy Gillespie e Aretha Franklin tanto per citare i più noti. Al piano Kenny Barron, al basso Ron Carter e alla batteria di paillettes Billy Cobham. Subito padroni della scena i tre hanno ringraziato il pubblico in delirio già dopo il primo pezzo, gran bei sorrisi tra di loro, complici e caricati da un’atmosfera frizzante. Neanche una cosa blu caduta tra le corde del piano ha interrotto la loro esibizione e tutti e tre hanno dato il meglio con una tranquillità invidiabile culminata con un Billy Cobham che tirava le pelli dei tamburi suonando. La batteria in questo trio non accompagna, domina e sembra sia il piano a dare il tempo anche se poi invece ci siamo fatti rapire dai suoi splendidi trilli durante un emozionante assolo molto elaborato. Anche Carter ha avuto il suo momento con un assolo seguito dalla platea col fiato sospeso in un silenzio irreale, poi i riflettori hanno fatto brillare la batteria di Cobham e il suo talento è esploso trascinando coi suoi tom secchi e particolari il teatro verso la fine di una manifestazione bellissima. Alle due e zero uno di mattino, anzi no a mezzanotte e mezza perché l’antico orologio del teatro è fermo, tra applausi, fischi ed urla si è chiuso il ventiduesimo Eurojazz Festival di Ivrea, appuntamento all’anno prossimo con la certezza che Sergio Ramella tirerà fuori dal cilindro jazz altri grandi nomi.

di Jean Gasperi