Di questa vita menzognera

luglio 28, 2003 in Libri da Stefano Mola

Giuseppe Montesano, “Di questa vita menzognera”, Feltrinelli, pp. 189, Euro 13,00

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Al centro di questo romanzo ci sono una famiglia e una città: i Negromonte e Napoli. Arroganti, ignoranti, ricchi, potenti: vivono in palazzi storici e prestigiosi circondati da opere d’arte verso cui hanno la stessa bulimica bramosia di accumulazione propria dello shopping d’alto bordo. Come una grottesca corte neo-borbonica, collusi al potere centrale, sono i padroni di Napoli. La città è per loro mero terreno d’esercizio per nuove forme di controllo e di sviluppo affaristico: obbiettivo è farne un enorme parco di divertimento a tema, in cui ogni abitante diventi attore di una enorme gardaland finto storica.

Questo incubo di degrado è raccontato attraverso gli occhi di un personaggio “intellettuale”: Roberto. Non volendo scendere a compromessi con lavori “normali” per mantenere intatte le proprie aspirazioni culturali, attirato da un annuncio estetizzante letto sul giornale, entra nella corte dei Negromonte per fare il segretario di Cardano, che ha sposato l’unica figlia femmina della famiglia. Legge libri in biblioteca da cui estrae citazioni che poi i Negromonte stessi consapevolmente utilizzano nei loro discorsi, stravolgendone il senso. Assiste allucinato al calcolato progetto di stravolgimento, alle ruberie di pezzi d’arte, a ristrutturazioni criminose di palazzi storici trasformati in locande o ristoranti. Tutto questo, senza trovare il coraggio di fare alcunché. Allo stesso modo Cardano, esteta raffinatissimo e decadente, è il mago del giustificazionismo, campione di retorica: “In un mondo strangolato dalla necessità io esercito l’arte del superfluo, mi concedo il lusso supremo, l’ultimo rimasto al vero eroe! L’arte dell’inutile…” [pag. 15] è una delle sue prime dichiarazioni.

Nessuno dei due ha la forza o la capacità di fare della cultura una leva di trasformazione, o un supporto, un sottofondo per esercitare almeno il rifiuto, se non la denuncia. Roberto, in uno snodo fondamentale del romanzo, non trova nemmeno il coraggio di seguire Nadja, di cui di dichiara innamorato, quando questa urla in faccia a Ferdinando Negromonte il suo disgusto. Roberto e Cardano sono la dimostrazione dell’inutilità e/o dell’impotenza della cultura oggi? Oppure della sua insignificanza qualora non sia sorretta da un fondamento etico che sia in grado di portare alla rinuncia?

E del resto, come potrebbe avere presa la cultura quando “finalmente l’idea arcaica dei diritti dell’uomo era morta e sepolta, e la gente invocava nuovi diritti. Anche i vecchi lavoratori erano morti, e al loro posto sorgevano gli individui liberi dell’economia a spaghetti. Avevano mai visto un piatto di vermicelli? Coi fili di pasta tutti nello stesso sugo? Intrecciati tra loro in una sola matassa? Era quella, la nuova economia. Ogni famiglia diventava una fabbrica, ogni singolo un’azienda, e tutti vendevano e compravano qualcosa da qualcuno” [pag. 84]. Questo il quadro ideologico composto dal Calebbano mentre descrive il progetto di Eternapoli. Perché “il popolo se ne fotteva della politica. I figli volevano il motorino e il cellulare, le mogli la pelliccia e la vacanza, i mariti l’amante e i film porno. E non si sarebbero fatti uccidere per una villetta al mare? E l’avrebbero avuta, ne avrebbero avute a milioni, due metri cubi di cemento sulla sabbia non si negavano a nessuno.” [pag. 84]

Vista da questa prospettiva desolante e al tempo stesso lucidissima, neppure una cultura con alle spalle una solida base etica probabilmente può nulla. Resta soltanto la via della pura resistenza ad oltranza, quella del fantomatico Scardanelli, che si manifesta in azioni episodiche, lanci di sassi, scritte sui muri. Anch’essa sembra però destinata a un futuro incerto, nel grande baccanale carnevalesco finale. Dove significativa è l’impiccagione di una ragazza che osa disapprovare a voce alta. L’esecuzione è perpetrata dalla folla, senza neanche che venga sobillata dalle guardie dei Negromonte, mischiate alla gente.

Giuseppe Montesano ha scritto un libro denso, febbrile, quasi allucinato. Soffocante, per quel caldo onnipresente, sia quello naturale dovuto alla stagione, sia quello dovuto all’eccesso di riscaldamento nei palazzi dei Negromonte. Per tutti questi aggettivi richiama sicuramente Dostoevskij. Seguendo questa suggestione, il caldo e la febbre, ad esempio, richiamano l’attacco di “Delitto e castigo”. E la figura di Andrea Negromonte, l’unico della famiglia ad avere una visione della vita quasi mistico evangelica, ricorda, se la nostra non è una forzatura eccessiva, “L’idiota”.

Montesano ci getta in faccia un incubo, sicuramente un’estremizzazione, che talora infastidisce volutamente per l’infarcire involgarente del dialetto napoletano. Ma siamo sicuri che questo incubo sia così lontano?

Molto materiale sull’autore (articoli, interviste, recensioni) si può trovare nella ricca pagina a lui dedicata sul sito della casa editrice Feltrinelli.

di Stefano Mola