Cuore di madre

settembre 7, 2003 in Libri da Stefano Mola

Roberto Alajmo, “Cuore di madre”, Mondadori, pp. 233, Euro 16,00

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Cosimo Tumminia, poco più che quarantenne, vive a Calcara, immaginario paese della Sicilia centrale. Fa il riparatore di biciclette, in un paese arrampicato di salite che sembra fatto apposta per scoraggiarne l’uso. E d’estate, il caldo incarta ogni cosa di sonnolenza. Cosimo ha così rarissimi clienti e non è aiutato dalla fama di menagramo che gli è cresciuta a poco a poco addosso. Ha avuto qualche fidanzata, ma alle donne ha rinunciato, preferendo ora soddisfarsi occasionalmente con la matura prostituta Trimmutùra. Vive solo in una casa di campagna, fintamente emancipato dalla opprimente madre vedova, che tutti i giorni gli prepara da mangiare.

Cosimo è sospeso in una specie di vuoto a molte dimensioni. Praticamente nessuno potrebbe scoprire, anche solo per caso per caso, che nasconde in casa sua un ragazzino che “quelli” gli hanno chiesto di tenere per qualche giorno.

“Quelli” sono ovviamente e senza necessità di esplicitare, la mafia. E Cosimo non ha potuto rifiutare. Sia per le sue scarse entrate (benché il compenso non sia mai stato nominato) sia perché questo tipo di rifiuto gli sarebbe costituzionalmente impossibile. La solitudine di Cosimo è prima che umana, culturale. Non nel senso spocchioso dell’ignoranza di alcune presunte nozioni di base. Piuttosto, è sprovveduto di strumenti che gli permettano di costruire una immagine del mondo diversa da una fatalistica e immutabile ciclicità.

Tenere il bambino è quindi un’altra espressione della banalità del male. Cosimo non è malvagio, nemmeno in potenza. Cerca addirittura di stabilire un rapporto col bambino, ovviamente senza riuscirci. È un male compiuto per riflesso involontario: accetta di tenere il bambino così come accetta di spostare la sedia davanti al negozio per mantenersi all’ombra del sole e completare metodicamente la settimana enigmistica.

Tuttavia, il cambiamento introdotto nella sua vita dalla presenza del bambino non è privo di scorie. Soprattutto quando le cose non vanno come gli è stato detto. Ovvero, quando i tre o quattro giorni al massimo sono passati e nessuno è venuto a riprendersi il bambino. E né sui giornali, né alla televisione viene denunciato un rapimento. Cosimo al massimo si può spostare seguendo l’ombra, non la può creare. Così come qualcuno gli ha chiesto/imposto il bambino, ora avrebbe bisogno di un’altra guida.

E questa non può che essere la madre. Insospettita dal fatto che il figlio, parzialmente sconvolto nelle sue abitudini, non passi più da lei con la frequenza consueta, irrompe a casa sua credendo che gli nasconda la frequentazione di una donna: scopre invece il bambino.

Da quel momento in poi, Cosimo le si affida mani e piedi. Gli pare improvvisamente la migliore delle soluzioni possibili. E alla madre non pare vero di riprendere il controllo sulla vita del figlio. La vicenda quindi scivola lentamente verso una conclusione semi-aperta, ma grottescamente drammatica.

Roberto Alajmo, più che un noir, ci offre una sorta di soffocante metafora di una società legata a schemi di comportamento quasi tribali. Il tessuto sociale è inesistente e incapace di supportare l’individuo, e la povertà materiale è duale della povertà di strumenti per leggere il mondo. Un cambiamento, uno scarto di Cosimo, sembrano quasi impossibili. Per scrivere questa storia, Alajmo ha adottato una lingua piana, priva di orpelli di metafore, didascalicamente ossessiva nella descrizione dei gesti e pensieri minimi di Cosimo, e proprio per questo perfettamente aderente al personaggio.

di Stefano Mola