Condanna | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 26, 2002 in Sudate Carte da Redazione

Erano le undici di sera, fuori era buio pesto e tirava aria di neve.
Frank Holiday fendeva con gli abbaglianti la Bent Road appena fuori città mentre il collega Mike Breston, al fianco, gli cambiava stazione con l’indice, trattenendo tra medio e anulare una sigaretta accesa, la prima della sua giornata. Il rumore silenzioso della strada si sommava irregolare al gracchiare della radio.
Pochi minuti dopo erano seduti ad un vecchio tavolo di mogano di fronte al signor Clayton.
Mike spense la sigaretta prima di entrare nella villa ed ora tamburellava le dita su quel tavolo.
– Allora, che ha da dirci di così urgente, signor Clayton?
Frank non riuscì a trattenere un brivido: – Diamine, fa più freddo qui che fuori! Le hanno tolto il riscaldamento, ci ha chiamato per questo?
Matt Clayton lo guardò e accennò una smorfia al contempo pietosa e saccente di chi sa e contempla con tenerezza chi ancora ignaro sta per conoscere cose più grandi di lui.
– Bene, ci racconti… – disse Breston con aria d’attesa.
Era il sesto giorno che chiamava in centrale, in tutto quattordici volte. Aveva insistito per parlare d’emergenza con un paio d’agenti a casa sua ostinandosi a non riferire altro al centralino del dipartimento.
– Capita quando meno te l’aspetti. – Esordì Matt – Spaccai il grugno ad un tale, un canadese, forse uno spaccalegna. Fu l’inizio. Tre mesi fa circa. Ma non è importante quando. Sono importanti le parole. –
I due agenti si passarono un’occhiata. Breston lo invitò a proseguire con un cenno della mano.
– Quella notte affogavo i miei pensieri in una birra in un locale di periferia quando lo vidi insidiare una cameriera.
Sapevo che mi sarei messo nei guai, ma non riuscii a trattenermi.
Dopo il gancio, il tipo rimase a terra, ma i suoi amici non esitarono sul da farsi. Prima di girar loro le spalle per imboccare l’uscita ne vidi uno rompere la gamba ad una sedia ed un altro afferrare il collo di una bottiglia.
Mi precipitai in strada e cominciai a correre con tutte le mie forze, quasi le stesse con le quali colpii quel bastardo. In paese neanche l’anima di un cane pisciava nei vicoli. Corsi per mezz’ora, forse un’ora non saprei dire. Scansai bidoni dell’immondizia, inciampai in pozzanghere e mi schiantai su un cancello. Imprecai il Signore, non poteva avermi abbandonato contro un branco di furfanti.-
Matt s’interruppe per un paio di secondi.
– Ritrovai la forza per continuare a scappare fin quando in quel deserto urbano incrociai un taxi. Gli gridai dietro. Quando aprii lo sportello posteriore mi sembrò di non aver mai fatto nulla di così piacevole in vita mia. Piombai sul sedile e pregai l’autista di correre dovunque.
Dovunque.
La macchina partì sgommando lasciando le ombre minacciose dietro il lunotto posteriore.
La paura e la speranza da poco ritrovata non mi permisero di accorgermi subito che al volante c’era una donna. E che donna.
“Tutto bene?”, mi disse.
“Sì.. sì, ora sì.. grazie”, le risposi.
“Bene, ora mi dica dove la devo portare, mi dovrò fermare prima o poi”.
“Ecco, non saprei… ho trenta dollari, mi lasci appena il tassametro segna la cifra”.
Dallo specchietto vide che avevo qualche spicciolo in più.
“Se mi dà anche il resto posso portarla a casa mia. Ci vanno ancora quindici minuti”.
Accettai. Era una bella donna.
Salimmo al quinto piano di un palazzo. Una volta nel suo appartamento, mi versò senza chiedermelo del whiskey, qualcosa di bassa qualità.
Lei prese dell’acqua e si sedette con me. Non domandò nulla degli ultimi avvenimenti, mi chiese solo il nome.
“Matt, Matt Clayton”.
“Io mi chiamo…”
La interruppi. “No, non mi mentire… gli angeli non hanno nome”.
Ancora la fronte mi sudava. Lei si avvicinò e ci passò una mano sopra. Se la leccò ed io mi eccitai.
Finimmo sotto le lenzuola, mentre fuori il silenzio ed il buio erano terrorizzanti.
Una notte di sesso, fino all’alba, sesso fra la sua solitudine e il mio disorientamento.
Solo un’avventura? Questo credetti in principio.
Il giorno dopo mi svegliai al suo rientro, era tardi, e prima che potessi accorgermene era già svestita al buio accanto al mio letto. E ricominciò ciò che aveva interrotto, come fossi un programma da portare a termine. Nessun’attesa, nessuna parola.
Questa volta tuttavia, privato della novità, prestai attenzione ai suoi movimenti: calcolati, al minimo dettaglio, forse i migliori possibili per spingermi al massimo. Ma c’era dell’altro..

– Basta Mike, andiamocene, è un altro svitato! – Frank si alzò dalla sedia.
– No, no, ascoltatemi, vi prego.. ho le prove! – Urlò secco Matt.
– Ma prove di che? Ci sta raccontando solo delle sue stramaledette avventure con una puttana!
– Su, Frank, divertiamoci a sentire come finisce questa stronzata! – Mike fece cenno al collega invitandolo a risedersi. – Avanti, continui signor Clayton, continui.
In realtà Breston sentiva che non avrebbe perso tempo.

– Il sesso non era il fine, ma il mezzo. – Matt proseguì.- Farmi sudare. Lo capii solo dopo.
Restò agganciata alle mie labbra fin quando non ritenne di avermi ‘scaldato’ a dovere, lasciò poi la lingua fuori per trascinarla su tutto il corpo, su ogni dannato lembo della mia pelle. Una fiera assetata che lecca con avidità una pozzanghera in un deserto, e alla stregua di una cagna mi voltò e rivoltò al pari di un osso, ingurgitando ogni goccia d’umidità che mi si era formata addosso.
Tutto questo si ripetè nello stesso e identico modo per ventiquattro giorni.
Un rito perverso da cui non riuscii a sottrarmi: un’inspiegabile dipendenza mi legava a lei, al suo appartamento, ai suoi giochi.
Fin quando un giorno non mi accorsi che stavo cambiando.
Non ricordavo più la mia data di nascita, né il nome di mio padre né quello di mia madre. – Matt Clayton si portò le mani al volto, poi le lasciò lentamente scivolare giù. – Nulla. Un buco. All’inizio pensai ad un momentaneo calo di memoria. Dopo cinque giorni non lo credetti più.
Una notte, dopo il solito amplesso, mi costrinsi a recuperare energie e a seguirla. Non mi ero mai chiesto dove andasse ogni giorno a tarda ora, pochi minuti dopo avermi ‘usato’.
Quella notte la pedinai per non so quanto tempo, fino alla periferia decrepita e abbandonata della città.
E la vidi.
La vidi di nascosto alla luce soffusa di un lampione chinarsi con metodo su una grata di scolo lungo un marciapiede e vomitarci dentro il mio sudore.
In un primo momento non lo pensai, temetti solo un malore. Accennai i primi passi per uscire allo scoperto a soccorrerla, ma uno sguardo più lontano mi lasciò agghiacciato: lungo la strada innanzi a me altre ombre, corpi chini agli angoli dei marciapiedi, ripetevano gli stessi gesti. Tutte donne simili alle nostre donne, si passavano i turni agli scoli. Mi avvicinai tenendomi nascosto dietro i palazzi e ne sentii alcune parlare tra loro. Le udii farfugliare qualcosa su imprecazioni, esecuzioni e condanne. E parlarono di me, sentii il mio nome: Matt… Matt… L’ultimo arrivato tra i dannati, Matt Clayton.
– Ma condannato per cosa? E a che? – Dal volto contratto dell’agente Breston fu evidente che aveva deciso ormai da qualche secondo di prestargli seriamente ascolto.
– Non lo so, dannazione! Non lo so… – Matt perse il controllo per qualche istante. – Non riuscii a capire molto e quel po’ che capii stento ancora a crederlo. Quella notte, in principio, quando mi scagliai contro Iddio, accusandolo di avermi abbandonato in quella situazione di merda.. una parola di troppo, un’imprecazione… le parole, sono loro che ci condannano.. che ci condannano tutti.
Non so cosa pensare, ma sentii perfettamente quelle.. bestie parlare della loro missione, emissari con il compito di bere l’anima dal sudore direttamente dai corpi dei condannati e rovesciarle nel sottosuolo. Un viaggio di sola andata per i nostri pensieri, i nostri ricordi, le nostre passioni… –

Delle lacrime si fecero strada ai lati del naso.
– Il freddo… – Notò Breston – Qui non si suda, vero?
Non ci fu bisogno di conferma. Mike lo invitò a proseguire.
– Aspettai di vederla tornare a casa, la avvicinai di nascosto e la colpii con tutte le forze. A terra le vidi ancora fuoriuscire dalla bocca il mio sudore. Presi un coccio di vetro e le tagliai la gola. Poi scappai a casa.
I giorni successivi lessi i giornali, ma non ci fu accenno al cadavere. Trascorsero nel terrore, ma lentamente mi risollevai cercando di convincermi di aver fatto solo un brutto sogno.
Fin quando dieci giorni fa non rientrai dall’ufficio accaldato: mi buttai in una corsa per non perdere il pullman, ma al momento di entrare in casa con la coda dell’occhio vidi qualcosa muoversi alle mie spalle. Chiusi la porta d’ingresso, ma piantai l’occhio destro allo spioncino. La mia vicina era lì, sull’uscio del suo appartamento, e appena fu sicura di non essere vista si tuffò a terra vicino allo zerbino della mia porta e con la lingua raccolse frammenti di me, del mio sudore. Si ritirò strisciando solo quando fu sicura di aver preso tutto.
Non so come, ma mantenni la calma e decisi il da farsi.

Usai il mio sudore come esca.
Ne catturai cinque.

Un’agente delle assicurazioni.
La donna delle pulizie.
Una collega di lavoro.
La bambina delle elemosine all’angolo.
Un’impiegata delle poste.

Matt mise la mano sinistra sotto il tavolo – Ecco le chiavi, sono lì dentro. – Indicò impassibile agli agenti le camere della villa.
Frank Holiday non esitò un attimo. Prese le chiavi e puntò sulla prima porta. L’aprì e trovò una grossa signora addormentata legata ad una sedia. Mentre le scioglieva i legacci chiese al collega di liberare le altre. Quando Mike si presentò davanti a Matt con una delle donne in grembo, come a chiedere diverse spiegazioni, questi aveva già in mano il suo suicidio. Sparò un colpo secco alla testa della donna.
– Controllale la gola, Mike. – Fece in tempo a dire prima di essere colpito a morte da un proiettile sparato dall’agente Holiday.

Pochi minuti dopo la scientifica e un paio di ambulanze cambiarono la scenografia di villa Clayton.
Tra i suoni delle sirene Mike, all’aperto, aspirava pensieroso la sua seconda sigaretta, un uomo diverso da quello che aveva fumato l’altra circa un’ora prima. Lentamente le auto abbandonarono il posto portando con se vittime, cadaveri e poliziotti.
I giorni seguenti non cambiarono la vita di Frank Holiday, uomo di forti certezze.
Non fu altrettanto per l’agente Breston.
Analisi non ufficiali sulla donna, vecchi ricordi presenti e mancanti, sospetti, rancori e soprattutto parole con la p maiuscola generarono mostri o forse angeli.
Un bacio di sua moglie sul collo appena sudato fece il resto.

Virginia Madsen fu trovata con la gola recisa accanto ad un apriscatole.
Mike Breston, agente decorato, fu arrestato per uxoricidio e condannato alla pena capitale.
Trascorse gli ultimi giorni internato nel manicomio criminale ossessionato dall’idea di recuperare ed ingoiare il proprio sudore.

di Alessandro Girolamo Cellamare