Charly Gaul

dicembre 10, 2005 in Sport da Federico Danesi

L'”Angelo della Montagna” del ciclismo, è stato piegato alla resa non dalle montagne ma da un’embolia polmonare a quasi 73 anni.

gaulPiù forte delle montagne, non di un’embolia polmonare che lo ha stroncato due giorni prima di compiere 73 anni. E’ morto così, Charly Gaul. Il più grande, almeno quando la strada cominciava a salire. E’ questo il giudizio unanime di chi ha seguito il mondo del ciclismo professionistico. Perché nessuno come il lussemburghese di ferro è stato capace di avere estimatori comuni in così gran numero.

Era l‘Angelo della Montagna e per gli altri si trasformava in diavolo. Passato professionista nel 1953, si rivelò al grande pubblico due anni dopo, quando al Tour de France conquistò la maglia a pois come miglior scalatore. Nel 1956 arrivò come outsider al Giro d’Italia e stupì tutti. Trento-Bondone, una tappa passata alla storia. Attaccò da subito, in compagnia di Bahamontes, e sul Passo Rolle era già da solo, con più di due minuti sui primi inseguitori. Il tempo girò decisamente al brutto, in discesa perse praticamente tutto, complici anche due forature e la poca dimestichezza con le strade scivolose. Ma quando arrivò il Bondone e la pioggia si trasformò in neve, Gaul ritrovò le forze e non lo prese più nessuno. Arrivò in cima tutto solo, in mezzo alla tormenta, e il Giro fu suo. Stesso risultato nel 1959, rivincita rispetto ad un anno prima, quando era stato attaccato ‘a tradimento’ da Nencini e Bobet. Fu grande anche in Francia, con un Tour vinto da protagonista assoluto: nella frazione che arrivava ad Aix-les-Bains vinse con quasi otto minuti sul secondo, Vito Favero.

Chiuse la carriera nel 1965, con un palmarés ricchissimo, solo in parte macchiato da un carattere riservato al limite della scontrosità. Poi, il lungo oblio, anche perché cadde vittima dell’alcool. Ma seppe reagire, rialzarsi, e tornò a lavorare nel mondo del suo sport, per il governo lussemburghese.

Si rivedeva in Marco Pantani, che sentiva vicino per spirito e voglia di combattere. Spesso negli anni passati era stato al Giro per seguirlo, incitarlo, fargli capire quanto fossero uniche la sue imprese. Com’era successo a lui cinquant’anni fa.

Il Bondone, arrivo di tappa del Giro 2006, avrebbe dovuto celebrarlo a dovere con una grande festa. Lo farà lo stesso, ma lui è già da un’altra parte.

di Federico Danesi