Canobbio per Traspi.net

febbraio 12, 2001 in Libri da Stefano Mola

Andrea Canobbio è nato a Torino nel 1962. Ha esordito nell’antologia “Under 25 – Giovani Blues” curata da Pier Vittorio Tondelli. Nel 1989 ha pubblicato il suo primo libro, “Vasi cinesi” (Einaudi), raccolta di racconti con cui ha vinto il Premio Grinzane Cavour Opera Prima e il Premio Mondello Opera Prima. In seguito, sempre per Einaudi ha pubblicato i romanzi “Traslochi” e “Padri di padri”. Nel 2000 ha pubblicato per Rizzoli il romanzo “Indivisibili”, recensito da Traspi.net.

In un’intervista pubblicata recentemente su “La Stampa” (giovedì 24 Agosto 2000), alla domanda “Lei si considera un moralista?”, Bret Easton Ellis ha risposto così: “Non saprei dire in cosa possa consistere un’opera intenzionalmente morale. Appena ci si lancia in un’impresa satirica, che critica la cultura nella quale viviamo, ci si sente a tal punto oltraggiati da quello che ci circonda, che descriverne i lati negativi diventa, di fatto, un atto morale.[?] Ma, come ho appena detto, credo che l’atto creativo in quanto tale sia in qualche modo un atto morale. Diciamo che sono cosciente di essere un satirista, ma non di essere un moralista. Secondo me, la morale è un prodotto derivato della satira. La letteratura, quindi, è morale per difetto”.

Nel tuo penultimo romanzo, “Padri di Padri”, mi sembra che ci siano scorci di satira “sottotraccia”: penso al capitolo in cui Claudio Meis vaga per il centro commerciale, o alla descrizione degli Autogrill, o in generale a quella Italia dei non-luoghi che vi si può ritrovare. Anche nel tuo ultimo, “Indivisibili”, la descrizione di questo gruppo di turisti italiani in giro per un’India che vogliono vedere, ma non toccare (mi è sembrata molto appropriata l’immagine che hai scelto, quella del pulmino-televisione su cui girano) si può vedere sotto questa luce. Dico satira sottotraccia perché non penso che questo sia il tuo fine primario, ma piuttosto un prodotto derivato. Ritieni anche tu che l’atto creativo sia in qualche modo un atto morale?


Canobbio.

La domanda mi ispira due risposte, una pomposo-pedagogica, l’altra telegrafica.

1) Quando si parla di morale in letteratura bisogna stare attenti: c’è un’etica della scrittura che non ha nulla a che vedere con contenuti o messaggi morali (anzi lo stile delle storie edificanti o dei romanzi impegnati è spesso immorale, per lo più retorico e falso). Naturalmente porre questioni morali (tutti i grandi scrittori lo hanno fatto) è diverso da pretendere di definire il bene e il male. E ancora diverso è parlare di atto creativo come atto morale. Quest’ultima idea è quella che necessita di un approfondimento. L’atto creativo dev’essere un atto morale; non lo è di per sé. Se muove da necessità e onestà e arriva a porre questioni necessarie in modo onesto, l’atto creativo diventa un atto morale.

Può sembrare bizzarro parlare di onestà per uno scrittore di finzione; non vorrei essere frainteso: l’onestà non sta nel raccontare storie vere o verosimili, o nell’usare un registro linguistico piuttosto che un altro. In questo senso non è morale scrivere per illustrare verità o dogmi o luoghi comuni presi a prestito da filosofia, sociologia, politica, psicanalisi ecc. Non è morale scrivere in unione mistica con l’anima del mondo e trarne la consolante certezza di essere veri e profondi. È morale invece scrivere per inventare nuovi linguaggi e nuove figure e nuove storie che pongano nel modo più ricco e preciso e meno rassicurante e ideologico le domande cui non dobbiamo smettere di cercare di rispondere. Ma la moralità della letteratura non sta nel dare risposte. La “morale” di una storia non ci deve interessare.

2) Se invece la tua domanda era molto più semplice e consisteva nel chiedermi: “Ti interessa parlare dell’oggi, ti interessa un’antropologia del quotidiano, affrontata, certo, con sguardo ironico?” Sì, moltissimo, è la cosa che mi interessa di più. E non credo che si diventi moralisti a raccontare l’alienazione dei non luoghi e delle non relazioni umane e della non vita.

In una recensione a “Il fratello perduto” di H. Treichel, su L’Espresso del 13 Luglio 2000, Roberto Cotroneo scrive: “Nel grande corpo a corpo tra narrazione cinematografica e romanzo, il vincitore probabilmente è già scritto. Il cinema ha già sostituito il romanzo, soprattutto nella sua funzione sociale. Alla narrativa può rimanere la possibilità di andare in altre direzioni, prima fra tutte quella che conduce a una scrittura densa, complessa, inafferrabile. Perdendo così la sua capacità di narrare fatti e cose, e forse perdendo in freschezza. [?]

Se il cinema assolve al ruolo di rendere più comprensivo e decifrabile il mondo, oggi la letteratura si è spostata nella posizione che un tempo era della poesia: divenendo manifesto dell’ambiguità, esplicazione della frammentarietà. Forse la sua scommessa e la sua ancora di salvezza è tutta qui”. Io non sono molto d’accordo, per più motivi: in primo luogo perché non vedrei battaglia tra cinema e letteratura, ma complementarietà, in quanto si tratta di due mezzi creativi diversi, ciascuno con potenzialità e limiti; in secondo luogo non mi sembra di vedere nel cinema di oggi grandi narrazioni in grado di rendere comprensivo e decifrabile il mondo Infine sono convinto che ancora ci sia la possibilità di narrare delle storie con la scrittura. Tu cosa ne pensi?


Canobbio

Non ho le idee chiare su questo. Capisco Cotroneo, anch’io ogni tanto ho voglia di dire: non è lo stesso campo di gioco, il cinema è troppo forte, la letteratura perde lo scontro diretto ecc. Altre volte mi viene voglia di provarci.

In “Padri di padri”, il padre di Claudio Meis è un professore di matematica che ha l’ambizioso progetto di riuscire a fermare il tempo; in “Indivisibili”, la guida del gruppo di turisti è in realtà un professore di analisi matematica: da dove viene la tua attenzione verso questa disciplina e che cosa ti attrae di essa?


Canobbio

La matematica moderna è forse l’elaborazione più alta della razionalità occidentale, eppure il secolo scorso si è aperto con la scoperta che tutta la matematica era minata alle fondamenta, che c’erano proposizioni indecidibili e contraddizioni insanabili. La figura del matematico mi è sempre sembrata eccezionalmente ricca di possibili sviluppi narrativi, perché ambigua: da un lato l’apparente certezza del calcolo, delle formule, delle dimostrazioni, dall’altro la debolezza della ragione che pretende di spiegare tutto e fallisce.

In questi ultimi due libri, un tema in comune è forse l’esplorazione dei legami familiari: in “Padri di padri”, c’è il rapporto padre figlio, mentre in “Indivisibili” quello tra due sorelle (e nel sottofondo, ancora il loro rapporto coi genitori): che cosa ti ha fatto mettere al centro dei tuoi ultimi due lavori i rapporti familiari?


Canobbio

Ci sono storie che non smetteranno mai di essere raccontate (in un modo o in un altro), perché l’umanità non ne potrà mai fare a meno: sono le storie necessarie. Riguardano i fatti della vita, che qualunque essere umano deve affrontare (di cui fa esperienza) a qualsiasi latitudine, in qualsiasi epoca storica, in qualsiasi tipo di società. Le storie famigliari fanno parte delle storie necessarie. Ancor di più oggi, mi pare, dopo che un cambiamento radicale ha modificato il concetto di autorità, dentro e fuori la famiglia (gli anni ’70 sono il punto di arrivo di un movimento secolare, vedi Hannah Arendt, Che cos’è l’autorità? in Tra passato e futuro, Garzanti).

Queste famiglie orizzontali (o rovesciate a testa in giù, quando sono i figli a comandare, cosa piuttosto comune) rappresentano per un narratore di oggi un serbatoio inesauribile di storie. La famiglia, dunque: non scegliamo un fratello, ma cresciamo insieme a lui, e anche nel caso in cui tagliamo tutti i ponti e lo cancelliamo dalla nostra vita, il fratello rimane sempr
e con noi, non ci abbandona mai, è dentro di noi (i fratelli sono tutti fratelli siamesi, in questo senso).

In famiglia si imparano le prime regole e si ricevono le prime istruzioni per l’uso della vita. Si impara ad amare (o a non amare), si impara la competizione (per il premio più ambito, l’affetto materno, paterno), la felicità (come procurarsela, che uso farne), l’infelicità (come infliggerla anche agli altri), il gioco, l’indifferenza (a fingerla, a praticarla), la pazienza, il perdono e la vendetta. Per un personaggio (per un narratore) le possibilità sono infinite; ogni rapporto è una trama, ogni legame è il germe di un romanzo.

In “Vasi cinesi” e “Traslochi”, l’attenzione mi sembra principalmente rivolta alla struttura narrativa, alla costruzione matematica. I personaggi si muovono in un mondo astratto, in cui i riferimenti al mondo così com’è sono abbastanza ridotti. Più che la storia in senso forte, intesa come concatenazione di fatti che incollano il lettore, mi sembra più importante la relazione che collega i diversi elementi della narrazione. Questo aspetto è ancora molto presente in “Padri di padri”, in cui la struttura è ancora molto forte: da un certo punto di vista mi sembra sia come il culmine di una certa ricerca (nonché un progetto ambizioso, lo scrivere un libro così corposo, non mi sembra che molti altri scrittori italiani abbiano concepito dei progetti così complessi di recente) sia un punto di svolta: lo spazio dentro cui si muovono i personaggi si fa decisamente più concreto, specchio di contraddizioni e alienazioni del reale.

Allo stesso tempo, anche la storia si fa narrativamente più consistente (penso alla vicenda di Andrea, che come storia di per sé è molto ricca). In “Indivisibili”, il reale è decisamente presente (e non poteva essere forse diversamente, visto che il libro è ambientato in India) mentre la struttura diventa un velo più sottile di rimandi e la storia (qui nel senso di cose che succedono ai personaggi) è anch’essa più leggera (forse perché l’indivisibilità prescinde un po’ dall’evoluzione?), tranne che nel momento dell’accelerazione verticale data dal racconto che Malan fa dell’origine della sua cicatrice. Ti riconosci in questa sommaria descrizione di percorso? Che importanza hanno adesso per te la struttura e una storia “forte”? Li vedi in contrapposizione o in sinergia?


Canobbio

Certamente in sinergia. A un certo punto, scrivendo Padri di padri, ho scoperto che l’attenzione per la struttura (che va benissimo chiamare struttura, basta non confonderla con la struttura degli strutturalisti: qui si parla soltanto di un’architettura, di una disposizione particolare degli elementi, quindi di una sintassi, di un linguaggio, e la mia passione per l’architettura delle storie viene dalla domanda: perché non utilizzare tutti i linguaggi, perché trascurare strumenti che possono arricchire il significato?) non mi impediva di costruire una trama, anzi, che la trama e l’architettura (e le rime che in quel romanzo rimbalzavano da un capitolo all’altro) potevano dialogare.

Indivisibili non ha una struttura così evidente (in realtà in Padri di padri la struttura era evidente solo nel senso che si capiva che il romanzo aveva una costruzione particolare, ma non credo che si “vedesse”), ma le sette parti sono comunque costruite con un modulo iterato: ogni parte è “isomorfa” al tutto, e quindi inizia con uno spostamento, poi c’è un dettaglio dell’incontro con l’India, poi il presentimento della morte di fronte al nuovo, poi la matematica di Nirmal che nega l’India, la storia di Malan, la tappa che non c’è, un finale che non chiude ma rilancia (il viaggio in India non può finire). Per rispondere meglio alla tua domanda: forse quello che è cambiato, da Vasi cinesi a Indivisibili, è il mio approccio ai vincoli che una data architettura ti impone: ho capito che i vincoli non devono essere applicati in modo rigido: non sono regole di un gioco. Per funzionare un vincolo deve sprigionare un di più di immaginazione, un “plus” di fantasia; se ti soffoca, perde la sua forza (e con lui il libro che stai scrivendo). Ma questo era già vero per la poesia.

Per lavoro ti occupi di narrativa inglese e francese: quali sono gli aspetti che ti piacciono e quelli che non ti piacciono nell’avere comunque a che fare con i libri?


Canobbio

Calvino ha scritto che il modo migliore per leggere un libro è tradurlo. Io potrei dire che il modo migliore è rivederne la traduzione, dato che è quello che faccio (non solo, ma abbastanza!) Sono però grato al mio lavoro per avermi costretto a rileggere così attentamente soprattutto alcuni scrittori, da cui in questi anni ho imparato tantissimo, come Abraham B. Yehoshua, non solo per la forza delle sue costruzioni romanzesche, ma per il ritmo, l’affabulazione, lo slancio del suo racconto. O Kazuo Ishiguro: rivedere i suoi libri mi ha insegnato diverse cose sul punto di vista e sul narratore inaffidabile; in generale tutti gli anglosassoni mi hanno convinto che la trama dev’essere curata come la scelta delle parole, come il ritmo, come i personaggi o le descrizioni.

Qual è il tuo rapporto con il Web? Navighi spesso? Ritieni che l’e-mail sia in qualche modo un ritorno alla comunicazione epistolare? Ti interessa la possibilità che ognuno ha in internet di costruirsi un’identità nuova o parziale e di comunicare tramite questa maschera con altre maschere, come può avvenire creandosi un indirizzo di mail o partecipando a una chat line?


Canobbio

Non navigo spesso. Quando inizio non riesco a fermarmi e passo da un sito all’altro perdendomi e mi irrito perché mi sembra di perdere tempo. Bisogna dire che è difficile trovare siti davvero interessanti navigando alla cieca. Sto dicendo delle banalità terribili? Ne aggiungo una: sì, è il grande ritorno della comunicazione epistolare, di questo sono contento, e passo il giorno a ricevere e spedire e-mail (anche sul lavoro).

Infine, visto che questa è una rubrica di consigli di lettura, potresti indicarci qualche libro?


Canobbio

Aleksandar Hemon, Spie di Dio (Einaudi).

Italo Calvino, Epistolario (Mondadori).

J.M. Coetzee, La vita degli animali (Adelphi).

Emmanuel Carrère, L’avversario (Einaudi).

W.G. Sebald, Gli emigranti (Bompiani).

Andrea Canobbio: “Padri di padri”

di Stefano Mola