Bisanzio secondo Francesco Cordero di Pamparato

febbraio 6, 2007 in Spettacoli da Redazione

Venerdì 9 febbraio, nel garage di Arte e Cultura del Graal, ad ingresso gratuito, la mise en espace del testo teatrale a cura di Anna Cuculo e Enrico Fasella.

Bisanzio anna cuculoEsistono modi diversi per incontrare la Storia. La si può leggere nei libri, la si può studiare, vedere nei documentari, oppure sentir spiegare da chi la conosce bene. Talvolta la si può persino imparare in maniera disinvolta, chiacchierando con chi ne ha una conoscenza profonda. Tutti questi metodi si completano a vicenda, non sia mai che si prediliga uno piuttosto che l’altro, e ognuno richiede un approfondimento personale. Ma c’è anche un altro modo per incontrare la Storia. Andare a teatro, ad esempio, e vederla rappresentata.

La mise en espace di venerdì 9, “Bisanzio. Teodora e Giustiniano” dell’Anna Cuculo Group ha come punto di partenza un saggio storico, o meglio un testo teatrale nato durante la compilazione di un saggio storico. Entrambe le opere sono di Francesco Cordero di Pamparato, docente di Storia Medievale presso l’Università della Terza Età di Torino, e di Storia delle Crociate all’Università popolare. Inserite nell’atmosfera di una Bisanzio di altri tempi, hanno il pregio di immergersi e di fare immergere nel fascino di un’epoca passata, quasi leggendaria. E per una sera si potrà vivere la Storia, toccarla come fosse presente.

Per tutto il Medioevo, Bisanzio fu la terra meravigliosa di tesori senza fondo, dei palazzi scintillanti d’oro e delle feste senza fine; e al mondo intero era esempio di eleganza e di maestà. Molto più dell’antica Roma, Bisanzio era una metropoli nel senso moderno: una città cosmopolita per popolazione e costumi, centro d’industrie e di esportazioni, mercato e scalo internazionale. Così Hauser nella Storia sociale dell’arte.

Ma la serata ruoterà intorno al personaggio di Teodora, imperatrice di Bisanzio e moglie di Giustiniano. Donna incredibilmente ambigua, che giunse al potere attraverso il talamo e una dose altissima di spregiudicato erotismo. Discutibile finché si vuole, ma seppe anche essere un cardine energico della politica imperiale. Bella e crudele, ma intelligente e abilissima sovrana. Chi sia stata veramente, oggi è difficile saperlo, tanto la sua figura è stata manipolata dalle fonti antiche. E con buona pace dei nostri dubbi attuali, è bene sapere che anche i suoi contemporanei si divisero in un dedalo di interpretazioni.

CORDERO PAMPARATO”Teodora fu una donna di umilissime origini, che passò letteralmente dalle stalle alle stelle”, spiega il prof. Francesco Cordero di Pamparato. “Ebbe un’infanzia atroce, estremamente dura, rigida. Sin da piccola dovette arrangiarsi e fare di tutto per sopravvivere. Mendicava, ma siccome non riusciva a guadagnare solo con quello, è stata costretta a prostituirsi”.

Ma come è riuscita a conquistare il cuore e la mente di un imperatore? Giustiniano, pur di portarla all’altare, modificò una legge che impediva agli imperatori di sposare una cortigiana…

“Certo questo è uno degli aspetti più affascinanti. E sicuramente non si può dire che Giustiniano, con la posizione che ricopriva, avesse difficoltà ad organizzare appuntamenti galanti con bellissime donne. Poteva scegliere fra mille, e invece no, si innamorò proprio di Teodora. Ora, che una donna con un passato come il suo, molto burrascoso e molto più che chiacchierato, riuscisse a far perdere la testa all’uomo più potente del mondo, è davvero incredibile. Oltretutto Teodora non era nemmeno più giovanissima: trent’anni appena ma già molto matura, o vecchia persino, secondo i canoni dell’epoca”

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Tuttavia fu anche un’abile sovrana…

“Teodora ebbe un ruolo importantissimo nell’impero, tanto che quando morì nel 548, Giustiniano non fu più l’uomo di prima. E divenne un sovrano molto indeciso e insicuro dopo quella data, anche se questo non sempre viene detto nei libri di scuola”.

E per quello che riguarda la mise en espace? Un’incursione così attiva nella storia deve essere stata un’avventura artistica…

“Nell’occuparmi della storia di Bisanzio, mi sono interessato molto all’imperatrice. Quando si studia per tanto tempo una figura così carismatica, si finisce quasi sempre per empatizzare con lei. E se ne subisce il fascino come fosse una persona ancora viva. Così ho pensato di scrivere un pezzo teatrale, chiedendomi quali furono le ultime ore di vita di una donna che sa di essere stata padrona del mondo e che sa di dover morire”.

imperatrice Teodora

Come faceva a saperlo?

“La morte di Teodora è stata una morte annunciata. Era infatti malata da tempo di cancro, che a quell’epoca era già diagnosticabile. Lei dunque sapeva che cosa aveva, e sapeva di avere una malattia mortale”.

Come è nata l’idea di farne un’opera teatrale?

“Originariamente l’avevo scritta come un monologo. Poi ho pensato che in effetti, un monologo di 20 minuti di una persona che sta morendo poteva risultare noioso, o angosciante. L’avevo intitolato “Il tramonto di Teodora”, ma poi ho cambiato e l’ho reso in forma dialogica. Il nucleo narrativo parte dall’idea di mettere in scena Teodora che alla fine della giornata guarda la sua città, e vede le luci scomparire. Soffre del suo male e fa una riflessione su tutta la sua vita. In ogni caso, sin da quando ho scritto questo dialogo, ho pensato che mi sarebbe piaciuto farlo recitare da Anna Cuculo, attrice che conosco da anni e che stimo moltissimo”.

Questo connubio fra teatro e storia medievale, può avere qualche affinità con la sua idea di Storia?

“Io penso che quando si studia la storia, sia necessario conoscere le date, gli avvenimenti, le battaglie, ma non solo. Bisogna soprattutto studiare le cose che ci aprono la mente e ci danno nuove vedute d’insieme e prospettiche. Il presente, in questo senso, è sempre troppo vicino. Non dico che non sia utile o non sia possibile studiarlo, ma forse ci riguarda ancora troppo e senza una retrospettiva può risultare incomprensibile. Bisogna insegnare anche il passato remoto, perché sul passato prossimo non si è mai sufficientemente obiettivi. E chi insegna la storia senza obiettività fa un pessimo servizio a se stesso e alla storia. Al limite è vera un’altra cosa: la Storia non deve restare solo nei libri, è necessario confrontarla con il mondo di oggi, sempre, per renderla utile”.

BISANZIO. MISE EN ESPACE DEL TESTO TEATRALE DI FRANCESCO CORDERO DI PAMPARATO – a cura di Anna Cuculo e Enrico Fasella

Venerdì 9 febbraio, ore 21:15

Garage di Arte e Cultura “Nel Segno del Graal” Piazza Statuto 15, TORINO.

INGRESSO GRATUITO

Per informazioni tel. 011.530.84.

  • Nel corso della serata verrà presentato il volume “Bisanzio, undici secoli di grandezze, intrighi, guerre, lotte religiose e decadenza di un impero” di Francesco Cordero di Pamparato, Collegno, Roberto Chiaramonte Editore.

    Per entrare nell’atmosfera del testo di Cordero di Pamparato consiglio, prima di andare allo spettacolo, di rileggere la poesia di Costantinos Kavafis “Il dio abbandona Antonio” (Settantacinque poesie, edizione Einaudi, pag. 25) e dare una breve lettura al canto IV dell’Eneide nella traduzione di Luca Canali che nulla toglie al testo in latino, ma aggiunge sfumature in quello italiano. Chi vuole, può anche aggiunge
    re un’incursione letteraria nelle Heroides di Ovidio.

    Approfondimento

    Teodora fu imperatrice dal 527 al 548, anno della sua morte. Avendo sposato l’imperatore Giustiniano qualche anno prima, di fatto l’aveva affiancato nella gestione del potere, e in alcuni casi lo aveva persino superato in fermezza e capacità politiche. Il banco di prova è da sempre considerato la rivolta di Nika del gennaio del 532, avvenuta a Costantinopoli (“Nìka” era il grido di vittoria “vinci”, col quale la rivolta si era sviluppata). In quell’occasione, fu solo grazie alla tenuta del polso di Teodora che l’impero non venne rovesciato. Durante i subbugli, mentre i rivoluzionari festeggiavano nell’ippodromo il nuovo regnante Ipazio, eletto a furor di popolo, nelle camere imperiali invece sopraggiunse il panico. La conclusione sembrava più che ovvia, non c’era più nulla da fare, tanto che Giustiniano stava già per fare le valigie e filarsela. Fu Teodora l’unica a tenere i nervi saldi e a convincere il marito che non si poteva fuggire così. No, un imperatore non può morire in questo modo, un imperatore muore solo nella porpora, regnando.

    Non sappiamo se le parole siano state proprio queste, certo più o meno così sono state riportate da Procopio (in appendice). Ma fu lei a stroncare la più violenta rivolta che ci fu in tutta la storia di Costantinopoli. E la reazione dell’esercito fu di una durezza feroce, 30.000 morti in pomeriggio. Fu un bagno di sangue.

    Giusto per fare un paragone, si tenga conto che la battaglia di Malplaquet (1709), considerata la più sanguinosa del XVIII secolo, contò sul campo circa 13.000 morti e 24.000 feriti per circa sette ore di combattimento. E all’epoca c’erano già la polvere da sparo, i cannoni, eccetera. Dire che in un pomeriggio furono uccise 30.000 persone, a fil di lama, non è un semplice dato senza spessore. La punizione del giovane Alessandro Magno contro Tebe fece inorridire l’antichità per molto meno, con 6000 Tebani massacrati (anche se circa 30.000 furono venduti come schiavi).

    Ragione di stato, conservazione del potere o virtus in senso machiavelliano. Difficile giudicare dopo tanti secoli. Un cosa però è certa: la divisione all’interno di un ceto aristocratico, quella divisione che tante volte ha permesso ad altre forze “politiche” di entrare in campo, fu superata nel 532 grazie all’intervento di Teodora. Di una donna dalle umili origini e che molti credevano solamente una prostituta.

    A buon diritto quindi, e anche già solo per il fatto di aver dato coraggio al proprio marito in un momento difficilissimo, Teodora fu inserita nei mosaici della Basilica di San Vitale a Ravenna, di fronte a quelli che raffigurano Giustiniano, in uno scambio di sguardi perpetuo fra i due. Nel presbiterio, nel punto centrale, aristocratico secondo Hauser, di un luogo che nel VI secolo saldava ideologicamente potere imperiale e religioso. Ricordiamo qui di sfuggita che i mosaici furono completati tra il 546 e il 548, in una data molto vicina alla morte di Teodora. Un ultimo omaggio di Giustiniano a sua moglie? Non si sa. Resta solo il capolavoro. “I famosi mosaici di San Vitale incarnano il momento aureo dell’arte giustinianea come nessuna altra opera di arte figurativa a noi rimasta,” commenta Kitzinger nel suo “L’arte bizantina”.

    Tante comunque anche le critiche. I detrattori ebbero invece gioco facile con lei, soprattutto sui suoi trascorsi prima del matrimonio. Le critiche più aspre furono quelle di Procopio di Cesarea, storico coetaneo di Teodora che, dopo aver scritto una Storia delle guerre di Giustiniano, scrisse anche una Storia Segreta in cui metteva a nudo il malcostume della corte imperiale. Teodora finisce qui per essere un personaggio da risvolti licenziosi e libertini, sicuramente depravati, quasi erede naturale di una Messalina o di una Lesbia dai trecento amanti. Per chi vuole approfondire, ho inserito al fondo dell’articolo un estratto decisamente eloquente tratto dalla Storia Segreta di Procopio.

    Breve appendice letterari

  • La decisione di Teodora durante la rivolta di Nìka.

    “I consiglieri dell’imperatore discutevano su quale linea di condotta fosse meglio adottare, se rimanere oppure fuggire con le navi, avanzando molte ipotesi a favore dell’una o dell’altra soluzione. L’imperatrice Teodora così parlò: «Ritengo che nella situazione presente sia irrilevante tener conto della sconvenienza che una donna mostri coraggio fra gli uomini e proponga soluzioni ardimentose a chi ha paura, sia che si pensi così sia in altro modo. Per coloro i quali sono giunti a un pericolo estremo, infatti, null’altro pare essere più utile se non risolvere nel modo migliore la situazione in cui si trovano. Personalmente ritengo che la fuga nella situazione presente sia inutile, ammesso e non concesso che talvolta non sia tale, anche se porta alla salvezza. Nessuna persona venuta al mondo può infatti evitare di morire e a chi regna non deve essere consentito di fuggire. Che io non sia mai priva di questa porpora e che non veda mai il giorno in cui coloro nei quali mi imbatterò non mi chiameranno imperatrice! Se tu, o imperatore, vuoi salvarti, non ci sono difficoltà. Abbiamo infatti molte ricchezze, il mare è là e le navi sono pronte. Ma stai attento che non ti capiti, una volta in salvo, di preferire la morte alla salvezza. A me infatti piace un antico detto, secondo il quale la veste regale è un bel sudario”.

    Procopio, La guerra persiana, I, 24.

  • Il passato libertino di Teodora.

    “Quando le figlie divennero giovinette, subito la madre le avviò alla scena, poiché erano davvero belle: però non tutte simultaneamente, bensì a seconda che ciascuna le paresse matura al compito. La primogenita, Comitò [2], già brillava tra le cortigiane della sua età; Teodora la seguiva vestita di una corta tunica con le maniche, come uno schiavetto. Tra gli altri servigi che le rendeva, portava sempre a spalla lo scanno sul quale l’altra soleva star seduta nei suoi incontri. All’epoca Teodora non era affatto matura per andare a letto con uomini, né ad unirsi a loro come una donna; si dava invece a sconci accoppiamenti da maschio, con certi disgraziati, schiavi per di più, che seguendo i padroni a teatro, in quell’abominio trovavano sollievo al loro incomodo – e anche nel lupanare dedicava parecchio tempo a quest’impiego contro natura del suo corpo. Non appena giunse all’adolescenza e fu matura, entrò nel novero delle attrici e divenne subito cortigiana, del tipo che gli antichi chiamavano ‘la truppa’ [3]. Non sapeva suonare flauto né arpa, né mai s’era provata nella danza; a chi capitava, ella poteva offrire solo la sua bellezza, prodigandosi con l’intero suo corpo. Poi si associò ai mimi per tutti gli spettacoli teatrali e partecipò a ogni loro attività, assistendoli in ogni loro scherzo e burla [4]. Era quanto mai spiritosa e salace; così, ben presto seppe mettersi in evidenza. Era persona affatto ignara di quel che fosse il pudore; mai nessuno la vide tirarsi indietro, anzi, non esitava ad acconsentire alle pratiche più svergognate, e quand’anche fosse presa a pugni e a schiaffi, riusciva a scherzarci sopra, e se la rideva della grossa; si spogliava e mostrava nudo a chicchessia il davanti e il didietro, che devono invece restare nascosti, invisibili agli uomini.

    Con i suoi amanti, era maliziosa e finta tonta; snervandoli con sempre nuove tecniche di accoppiamento, riusciva a legarsi per sempre l’affetto di quei dissoluti. Non pensava certo d’essere abbordata da chicchessia, al contrario, ci pensava lei a provocare chiunque capitasse, con i suoi sorrisetti, con i suoi buffi ancheggiamenti: e soprattutto tentava i ragazzini. Mai vi fu persona più succuba a qualsivoglia forma del piacere; spesso giungeva a presentarsi a pranzo con dieci giovanotti, o anche di più, tutti nel pieno delle forze e dediti al mestiere del sesso; trascorreva l’intera notte a letto con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo, quella passava
    ai loro servitori, che potevano essere una trentina; s’accoppiava con ciascuno di loro, ma neppure così riusciva a soddisfare la sua lussuria”.

    Procopio, Storia Segreta, IX. (entrambi le citazioni da un articolo di Giorgio Ravegnani).

    di Davide Greco