AMMMERICA – Atto ottavo

giugno 17, 2011 in Viaggi e Turismo da Meno Pelnaso

Sono tornato in America due settimane dopo con due colleghi.

Il viaggio non è andato male, a parte che non ho dormito … ovviamente.

Le hostess sono sempre cortesi …

… penso che, oltre un certo numero di ore di viaggio, più che un obbligo contrattuale diventi una forma di solidarietà tra reclusi.

I film erano quelli dell’altro viaggio, così ho guardato un cartone animato … mi ha fatto venire l’ansia … la prossima volta guardo un fil horror … forse mi addormenterò.

Il pasto era orribile, ma questa volta non avevo di vicino un maniaco in crisi d’astinenza alcoolica che rischiava di farmi la doccia con il pollo Tandoori ad ogni movimento.

Ho bevuto litri di succo d’arancia e acqua, ma è stato il mio vicino a continuare ad andare in bagno … misteri della convivenza coatta!

Quando siamo arrivati un mio collega ha subito cercato di telefonare a casa, ma un poliziotto zelante l’ha subito apostrofato rudemente perché non si possono accendere i cellulari nella zona della dogana e poi, non contento, ha anche apostrofato noi che l’aspettavamo fermi davanti alle scale mobili (non c’era nessuno in coda!).

Quando siamo arrivati ai controlli dell’immigrazione, dopo una coda che sembrava interminabile, sono passato un po’ più agevolmente dell’altra volta, ma quando ho raggiunto il carosello per il ritiro dei bagagli mi sono accorto che mancava uno dei due colleghi.

Ci siamo girati in tempo per vedere che un poliziotto lo accompagnava in un ufficio a lato dei controlli.

Cosa poteva mai aver fatto?

Si era portato un capra nascosta sotto le ascelle?

Una mortadella nascosta nella ventiquattrore?

Aveva pronunciato male la parola “spiaggia” spiegando che voleva andarci con la sorella di qualcuno?

Ci siamo messi il cuore in pace e, dopo aver ritirato anche il suo bagaglio insieme ai nostri, abbiamo deciso di aspettarlo.

Dopo qualche minuto, vicino al tapis roulant c’eravamo solo noi.

Ci siamo sentiti osservati e girandoci ci siamo accorti che un doganiere di circa tre metri, con una pistola grande come una valigia al fianco, si stava avvicinando:

– Non potete stare qui.

– Si, grazie, ma stiamo aspettando il nostro amico che sta finendo i controlli nella stanza di fianco a …

– Non potete stare qui.

– Ho capito ma penso che …

– Non potete sapere quanto ci impiegherà.

Una certa irrequietezza cala su di noi.

– Siamo in America per lavoro. Penso che sia solo una questione di minuti, giusto per chiarire …

– Non potete sapere perché è stato portato nella stanza.

L’irrequietezza sembrava stranamente aumentare.

– Ho capito, quindi dove possiamo aspettarlo?

– Non qui.

– Ok. Quindi dove.

– Dovete uscire dall’area di dogana ed aspettarlo nella sala attese fuori di qui.

– Va bene.

Prendiamo i nostri bagagli, compresi quelli del collega e ci avviamo verso il controllo bagagli per uscire.

– Sono tutti vostri questi bagagli?

– Si, questi due sono miei e questo è del nostro collega che è nella stanza.

– Quindi non è tuo.

– No, ma è del collega che …

– Quindi non è tuo.

– Si, ma …

– E allora perché lo prendi tu? … Se non è tuo non hai diritto di prenderlo.

C’è qualche cosa che nei fumi della stanche mi sfugge?

Mi fa sentire come un bambino.

Però il ragionamento non fa una piega.

Come gli faccio capire ora che è solo una cortesia naturale e non ci sono secondi fini?

Qualche cosa nei meandri della stanchezza mi dice di lasciar perdere!

Molliamo i bagagli del “quasi disperso” vicino alla colonna e ci stiamo avviando verso il controllo finale quando il mio collega si fa venire il dubbio che, non vedendoli vicino al carosello, il nostro collega possa pensare che siano andati persi.

Quindi lascia i suoi, prende i bagagli del collega e si avvia per avvicinarli al tapis roulant.

Il poliziotto si stupisce, si ferma, mette la mano sulla fondina e ordina:

– Lascia i bagagli dove si trovano!

Il mio collega però non sente e continua verso il carosello bagagli.

– LASCIA I BAGAGLI!

Avendo ormai raggiunto il tapis il compare molla i bagagli e torna indietro sereno.

Il poliziotto è già paonazzo:

– Non hai sentito quello che ti ho detto?

– No.

– Non capisci quello che ti dico?

– Si, ma …

– QUANDO TI DICO DI LASCIARE I BAGAGLI DEVI LASCIARLI! – HAI CAPITO???

– Si, ma …

– SE TI DO UN ORDINE TU DEVI FARE QUELLO CHE TI DICO!!!

Intervengo cercando di spiegare che non intendeva mancargli di rispetto, ma solo che non aveva capito.

Questa ammissione d’ignoranza sembra clamarlo.

– Va bene, ma se gli dico di fare qualche cosa lo deve fare, va bene?

Gli do ragione e gli sorrido e l’episodio finisce qui.

Mi avvicino al posto di controllo e un altro poliziotto, che era rimasto ad osservare da lontano, mi chiede:

– Da dove vieni?

– Dall’Italia.

– Viaggio lungo. È bel tempo ora?

– Si, molto.

– Non sono mai stato in Italia, ma mio padre era italiano.

– BENE! E cosa aspetti per andare a visitare il paese dei tuoi avi.

– Mi piacerebbe. Cosa altro potrei visitare?

– Beh, semplicemente tutto, Roma, Venezia, Firenze, ogni ristorante, le spiagge …

– Ok, Ok. Quest’anno provo ad organizzare con mia moglie. Benvenuto negli Stati Uniti e buon lavoro.

L’altro poliziotto che è stato ad ascoltare dopo averci seguito osservando i bagagli, mi si avvicina e mi dice:

– Anche a me piacerebbe …

– Allora perché non organizzate una viaggio insieme?

– È una buona idea!!! … a proposito guarda, il tuo collega sta arrivando, … era solo un controllo dei documenti!

Mi sorride, sembra che si diverta …

Li saluto e ci avviamo lentamente per il corridoio trascinandoci i bagagli che sembrano pesare tonnellate.

Mentre ci passano accanto, altri tre poliziotti ci guardano storto:

– Sbrigatevi, non potete rimanere qui, dovete uscire subito!

… ma che ansia! …

Affettuosamente Vostro

Meno Pelnaso

di Meno Pelnaso