Addio a Roberto Lupo

novembre 13, 2008 in Attualità da Redazione

Roberto Lupo e Emilio Gay Il 30 ottobre si è spento, dopo una lunga malattia, Roberto Lupo, pittore, poeta, intellettuale, artista nel senso più ampio. Con lui scompare una delle intelligenze più brillanti e versatili della cultura torinese.

Attivo fin da giovane nei suoi percorsi italiani ed europei, amico e sodale di grandi artisti del milieu parigino, collaborò con Meret Oppenheim e con Alexis Keunen, ed ebbe familiarità con Man Ray e Maurice Henry. Fu lui a presentare, primo in Italia, il grande pittore surrealista Marcel Jean. Fervido ammiratore del bello nell’arte, si accompagnò a poeti e letterati senza nulla tralasciare nel suo percorso.

L’eclettismo e l’irrequietezza furono il fil rouge della sua vita, riscontrabili anche nelle sue letture, accanite e molteplici. Per molti anni visse a Parigi. Celebre e scapigliato il suo studio, affittato “per la somma di 200F mensili charges comprises”, tra il ‘72 e il ’75, e “illuminato dal faro della Tour Eiffel”.

E fu proprio a Parigi che scoprì le geometrie infinite e labirintiche di Borges, da cui, forse, ricevette il primo impulso a scrivere versi. In ogni caso, iniziò da lì la sua movimentata produzione poetica.

La sua fu una prosa ricercata, complessa, carica di suoni e immagini. Altrettanto il suo contributo poetico, mai diluito, ma sempre pregno di sofisticate irriverenze. Per non parlare dei riferimenti e delle citazioni, che inseriva nel fiume dei versi come fossero anche sue. Ormai sue.

Un lavoro di cesello, sicuramente. Puntiglioso, maniacale, precisissimo.

Spesso tagliente e consapevole del suo sguardo affilato, non concedeva né l’oblio, né la consolazione. Le sue creazioni erano una frattura, una demarcazione: o con lui o contro di lui. Senza concessioni.

Questo era il suo prezzo e il suo valore: sempre fuori dal coro, in ogni circostanza.

Gli amici lo ricordano “generoso quando riconosceva in qualcuno un compagno di via e tagliente verso le sottoculture. Ribadiva le sue critiche con veemente determinazione nel timore che non giungessero abbastanza precise e puntuali al bersaglio”. Tanto che fece propria la frase di Italo Cremona: “Non è il caso di fare economia: se una pallottola non basta, spara l’intero caricatore”.

Nel 1994, insieme a Emilio Gay e Bruno Labate, scrisse il manifesto di Poesia Attiva, che diventerà nel ‘95 associazione culturale. Il gesto, l’urlo si direbbe, fu di poco successivo e conseguente al “Mitomodernismo” proposto da Stefano Zecchi, Giuseppe Conte e Tommaso Kemeny.

Nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 1994, davanti al Monumento di Massimo d’Azeglio, la proposta fu ufficializzata e la poetica dei “poeti mantellati” divenne, così, un pezzo di storia torinese. Nell’occasione, Lupo spiegò: “Alcuni di voi vestono mantelle, altri si sono applicati al volto una mascherina. Usiamo il manto perché rende uniformi le persone e quindi omogenea la comunicazione corporea… ma lascia certo libero il capo, elemento distintivo, dominante, che caratterizza la capacità intuitiva del poeta”.

La sicurezza dell’affermazione cela anche un altro aspetto della sua personalità. Di certo, Roberto non avrebbe mai consentito al suo talento artistico di navigare a vista, perché riteneva indispensabile una rotta culturale dalla quale ogni deviazione era naufragio.

Ma fu anche un grande collezionista di giocattoli e costruttore di presepi, cosa che non riesce a passare inosservata ai nostri occhi. E soprattutto apprezziamo il contrasto, l’accostamento non privo di originalità, fra il gioco e la vibrazione di alte corde poetiche.

Negli ultimi anni intensificò il suo impegno anche a favore della memoria. E infatti nel 2001, assunta già da tempo l’eredità non solo spirituale di Italo Cremona (1905-1979), fondò l’Archivio Storico “Italo Cremona”, di cui fu anche ideatore e promotore. Un’operazione complessa perché l’Associazione propone, tra le iniziative di carattere culturale e artistico, anche l’ordinamento e la classificazione di tutti i lavori del Maestro. E quindi la catalogazione dei dipinti, di tutta l’opera grafica, di quella letteraria, e ciò che resta della sua attività di sceneggiatore e di costumista.

Dal febbraio 2008 divenne art director della Pinacoteca “Lorenzo Alessandri”, istituita per ricordare l’amico e celebre pittore di Giaveno, creatore della corrente “Surfanta”.

Si definiva “pedante e folle”, ma la sua pignoleria era così appassionata da coinvolgere sempre i suoi ascoltatori.

Dotato di sorprendente carisma e di una figura svelta e naturalmente elegante, riusciva ad essere ammirato nonostante le volute asperità del carattere. Trasmetteva decoro e fascino anche nei suoi scritti, curatissimi, perfezionati nel dettaglio, non solamente nelle opere poetiche (ricordiamo “Laudace” e “Lettura prima”), ma anche nei numerosi articoli per Pianeta, Vernice, Selva, Over, il Caffè. Curatore di splendidi volumi d’arte tra i quali la “Teoria della tangenti e sue conseguenze armoniche” dello scultore Mario Giansone, era profondo estimatore di musica classica, amante di Mahler. Chi lo conosceva bene, assicura in lui una naturale inclinazione per lo scherzo garbato, quasi ammiccante. Il suo spirito rimase vivace perchè, come docente dell’Istituto d’arte fondato da Italo Cremona, aveva vissuto molto in mezzo ai giovani, conservandone la freschezza e l’ansia di conoscere.

Lo possiamo riconoscere nelle parole di una lettera a lui scritta, nel dicembre del ’72, da Marcel Jean: “[…] Alcuni uomini sanno proteggere e difendere – oppure sanno riscoprire – quella vita interiore e quell’immaginazione che non conoscevano ostacoli al tempo della loro fanciullezza”.

Così ci piace ricordarlo. Come un fanciullo irrequieto, un ricercatore instancabile nel perenne scavo o approfondimento della propria esistenza.

L’infinito sognatore, che non ha mai smesso di stupire.

(ringrazio la dott.sa Franca Maria Gabriele per il materiale fornito)

Collegamenti utili:

www.laudace.it

www.lorenzoalessandri.it

di Davide Greco