A silvia | Sudate Carte Racconti I edizione

dicembre 31, 2002 in Sudate Carte da Redazione

“Quando si va verso un obiettivo, è molto
importante prestare attenzione al cammino.
E’ il cammino che ci insegna sempre la via
migliore di arrivare, e ci arricchisce mentre
lo percorriamo.”
Paulo Coelho

La strada, il fiatone, il sudore erano tutto ciò che aveva. L’asfalto era la sua vita. E correre su quell’asfalto era un po’ come respirarla, la vita. Il cammino, il percorso, il modo di affrontare i chilometri ogni giorno… era questo che contava: ciò che lo circondava poteva essere l’arsura, o la pioggia, o la neve; il percorso faticoso, in salita, rapido o terribilmente lungo da sembrare senza fine; il modo di affrontare i chilometri dipendeva dalle sue condizioni fisiche, ma soprattutto da quelle mentali: la felicità, l’entusiasmo, l’angoscia potevano rendere vittoriosa o turbare irrimediabilmente una corsa per la quale si era preparato per mesi. E non era un po’ questa, la vita? Cercare di volare verso una meta meravigliosa e piena di luce ma, soprattutto, assaporare il cammino, lo sforzo nel cammino, l’amore raccolto lungo il cammino, le ferite inferte dal cammino. “La vita è la strada”, questo pensava. La strada lo faceva sentire forte, potente, invincibile. Il sudore lungo le guance lo scaricava dell’odio e dell’amore profondo che portava nel cuore: era come se potesse far piangere ogni sua cellula, ogni fibra e ogni organo. Quel giorno pioveva a dirotto e, mentre correva, le lacrime del suo corpo si mescolavano alle lacrime di Dio. Li amava da morire, i temporali, per la loro violenza, per la rabbia che li scatena. E li odiava, allo stesso tempo: era come se persino in cielo ci fosse qualcuno infelice. Sudava di più, quando era triste. “Tutta quest’acqua… Tutto questo rumore… Tutta questa luce… Fanno venire a galla e risvegliano e illuminano le cose a cui non voglio pensare. Vorrei volare, in mezzo a quella pioggia incazzata, volare lontano lontano… Alla fine sono tutti soli, terribilmente soli… E a volte è così bello e affascinante esserlo, è così magica e pindarica quella malinconia che stringe le ossa… A volte però ogni cosa diventa terribilmente triste, e deprimente, e penoso, da far venir voglia ‘di saltare per sempre fuori da quel maledetto cerchio ce ci hanno disegnato intorno’. E’ che mi sembra di avere un macigno al posto del cuore, un fagotto pesante pesante completamente in balia di indecifrabili passioni confuse di odio ,e rancore, e lacrime, e infinito amore… Impotente, immobile, sfingico, da lasciarmi trasportare in qualunque direzione esse mi librino… Forse è vero che ciò che serve è la razionalità, forse è vero che ci vogliono i principi, le fondamenta, le basi solide, ma io no… Non ne sono capace, sono troppo debole, credo, o forse troppo forte… Non lo so… Resta il fatto che io un desiderio non riesco a controllarlo: la mia superbia mi ha sempre indotto a pensare che i miei fossero desideri troppo alti, e bellissimi, e che chi riesce a reprimere un desiderio lo fa soltanto perché il suo è probabilmente un desiderio abbastanza debole da poter essere represso… Ho creduto spasmodicamente che se a qualcuno viene concesso un desiderio gli viene concessa senza dubbio e di conseguenza anche la possibilità di saperlo far avverare…”. A questo pensava, mentre il sudore colava caldo lungo le tempie e la pioggia picchiettava gelida sulla fronte. Tutti non facevano altro che insegnargli solo a leggere problemi sulla superficie delle cose e algebra negli occhi della vita. Nessuno di quelli che conosceva sapeva cosa significasse sudare. Nessuno sudava tanto quanto lui. Si fermò di colpo, piegato sulle ginocchia, con le mani appoggiate alle cosce e l’acqua che gli scorreva ovunque. Le lacrime di chi sta lassù mescolate a quelle del suo corpo. Quando c’era il temporale pensava continuamente a lei, che era lassù, adesso, tra le nuvole che piangevano, che viveva nel Persempre. Lei sì, lei può volare libera e felice. Ma chi lo sapeva, in realtà, se era felice davvero… A volte riusciva solo a pensare al fatto che lei non ci fosse più, che semplicemente fosse sprofondata nel buco nero del nulla, e che ci sarebbe sprofondato anche lui, un giorno, laggiù. Gli piaceva pensarla com’era allora, seduta sul cesso a chiacchierare, una sigaretta e un Dylan Dog tra le mani, o gambe a penzoloni dalla finestra a guardare le stelle e le montagne disegnate dalla notte… Su quelle montagne se n’era volata via, chissà dove, a mezzogiorno, sotto il sole che batteva forte e che ha brillato ancora di più quando alla sua luce se n’è aggiunta un’altra in cielo, ancora più calda, e luminosa, e. Il suo volto e la sua voce si sfocavano ogni anno di più, e in mano a lui restava solo una fotografia sgualcita e un ricordo sempre più appannato e debole e lontano. E allora gli faceva tanto male pensarla… Solo, sudato, sulla strada bagnata. “PERCHE’ SI AMA DAVVERO FORSE SOLO NEL RICORDO (…è scritto…)”. E allora la immaginava mentre moriva sotto il sole di dicembre nella neve gelata… “STATE PRONTI, PERCHE’ NON SAPETE NE’ IL GIORNO NE’ L’ORA…”. Ora al pianto del suo corpo e a quello di Dio si mescolava quello dei suoi occhi.

di Roberto Dal Col