Zona mista.. un geo-viaggio musicale

Febbraio 7, 2010 in Musica da Redazione

Ai confini fra diverse aree, geografiche e stilistiche, per cogliere come si muove la musica “contaminata”.

LeddaZona mista è un termine calcistico ma che può essere però adattato ad altri contesti. Per esempio quello musicale: il punto d’incontro di due o più aree diverse, geografiche, stilistiche, ecc. E’ il concetto che ci suggerisce tanta della musica degli ultimi anni, terreno di contaminazioni multiple, ciò che un tempo era una primizia, un azzardo, mentre oggi può anche presupporre la genericità più disarmante, una terra di tutti e in realtà di nessuno in cui le differenze si azzerano desolatamente, determinando un prodotto privo di specificità e di nerbo.

La vera “zona mista” è quella dove ogni spezia è ancora avvertibile, semplicemente valorizzata da altre, come un vocabolario più completo, articolato, non volgarizzato o imbastardito. In termini geografici (e anche, inevitabilmente, stilistici), una delle aree più singolari è certamente il Québec, nel Canada francofono. Di lì proviene la quarantaseienne cantautrice Térez Montcalm, che ha appena pubblicato il suo quinto album, “Connection”, assolutamente emblematico nella nostra ottica. Nei tredici brani che lo compongono troviamo quasi di tutto: cinque canzoni sue (quattro in francese e la titletrack, che apre il disco, in inglese), quattro di autori anglosassoni (anche gli U2), di cui una con testo francese (C’est magnifique di Cole Porter), due di autori francesi, Aznavour e Ferré, e persino una in italiano, la battistiana E penso a te. A un patchwork del genere, Térez sa dare un’invidiabile unitarietà, offrendoci, oltre alla sua chitarra una vocalità senz’altro personale, grintosa, quasi impertinente, benché di timbro vagamente infantile che può ricordare la nostra Berté, mentre tra i francesi verrebbe da fare il nome di un uomo, Arthur H, figlio di Jacques Higelin. Non mancano spruzzi jazzati, reminiscenze blueseggianti e country, come di chi ha ascoltato con attenzione Tom Waits, e forse anche Rickie Lee Jones. Un lavoro non avaro di spunti.

Un’altra regione etnicamente anomala è certo la Corsica, francese di passaporto ma ben più italiana, fra Liguria e Sardegna, per radici storiche. Qui ha scelto di vivere da parecchi anni il marsigliese André Jaume, che nel corso della sua lunga carriera (quest’anno compirà settant’anni) ha incrociato sassofoni e clarinetti con voci corse (ça va sans dire) ma anche con i gamelan di Bali. Di professione jazzista, non ha mai tradito questa pelle a contatto con chiunque. Il suo ultimo CD, “Hymnesse”, lo coglie in duo col chitarrista Alain Soler lungo un songbook quanto mai composito, comprendente canti popolari catalani, irlandesi, corsi (Dio vi salvi regina, adottato nel 1735 addirittura come inno nazionale!), oltre al celebre Son for Che di Charlie Haden e all’Internazionale. Né manca pure qui un’icona nostrana, Bella ciao, in una versione piena, vibrante.

Castaneda Appena sotto la Corsica, nella succitata Sardegna, l’imprinting etnomusicale è certo tra i più suggestivi e fortemente caratterizzati. Sempre attingendo a materiale assai vario (ma nel contempo di assoluto rigore, come nei due cd appena trattati), Elena Ledda ha da poco pubblicato un album stupendo, raffinato e di ineguagliabile pathos, “Cantendi a Deus”, tutto centrato sul canto sacro, però dalle prospettive più disparate. Ci sono brani originali, tradizionali rigenerati o integrati, di matrice sarda e non (ancora Catalogna, e poi liturgia canonica, gregoriano…). A far da cornice alla stupenda voce di Elena, evocativa e intensa tanto quanto mai retorica o sovrabbondante, ci sono altre voci (Simonetta Soro e il coro Su Cuncordu ‘e su Rosariu, in primis) e grandi strumentisti, su tutti Mauro Palmas, autentico alter ego della cantante con le sue mandole e il suo mandoloncello, sempre pronti a supportarla in un connubio dai magici, inestricabili afrori. Un disco imperdibile, oltre tutto con un package preziosissimo.

In tema di forti radici popolari, un’altra area ricchissima è il Salento, alla cui icona, la taranta, è dedicato

“Taranta d’amore”, ultimo CD dell’organettista Ambrogio Sparagna, che vi dirige l’OPI, megaensemble di oltre venti elementi, fra cantanti e strumentisti (corde, mantici e tamburi, soprattutto), dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. E già qui emerge perché si tratti di “zona mista”: sia l’orchestra che Sparagna, nativo di Maranola (LT), sono laziali, ma qui si occupano di musica pugliese. Sparagna, in realtà, opera da sempre una capillare rivisitazione di tutto il folklore dell’Italia centro-meridionale, per cui nulla di più conseguente di questo disco. Il cui humus, molto fisico, saltellante, spesso persino sovraesposto (il termine “tarantolato”, del resto, ha un certo significato), rispecchia molto fedelmente la tradizione a cui si riferisce. Filologico e per più versi contagioso.

Parente stretta dell’organetto è come noto la fisarmonica, altrettanto calata nella tradizione popolare, ma che conosce da un po’ di anni notevoli fortune anche altrove. Nel jazz, per esempio, principale artefice il francese (di Cannes) Richard Galliano (origini cuneesi), approdato di recente, dopo tante esibizioni live in questa veste, all’album solitario. “Paris Concert” è stato non a caso registrato dal vivo, allo Châtelet il 9 marzo 2009. Vi trovano posto dodici brani, anche qui delle provenienze più disparate: metà li firma Galliano stesso, con quel suo inconfondibile tematismo che discende dall’amato Piazzolla (svariati i tanghi), ma con tratti certamente personali, più rigogliosi, arrembanti, rapsodici, rispetto al modello (Sertao e New York Tango, qui, le gemme). E ci sono poi due delicate, liriche Gnossiennes di Satie, l’immancabile Piazzolla, appunto (Oblivion), Gainsbourg, Monk e, un po’ a sorpresa, anche qui un hit nostrano, Caruso di Dalla, suonato all’accordina, sorta di minifisarmonica a bocca. Altrove l’approccio di Galliano al suo mantice ha accenti quasi organistici (specie nell’Aria conclusiva), ma a conti fatti bisogna ammettere che il disco non raggiunge le vette di suoi lavori in compagnia, da quelli con Michel Portal ad alcuni vecchi album in quartetto (per lo più).

MontcalmSe la fisarmonica ha impiegato oltre mezzo secolo a farsi accettare dal mondo del jazz (“zona mista” assoluta, quindi), a tutt’oggi è di là da venire una tradizione jazzistica dell’arpa. Esiste però un arpista jazz, anche di crescente richiamo, e non è certo un caso se, come i massimi fisarmonicisti jazz sono francesi e italiani, si tratti di un andino: il colombiano Edmar Castaneda, che a poco più di trent’anni, nel suo piccolo, è già una star internazionale. La sua musica sembra seguire logiche più pop che non strettamente jazzistiche. Il recente “Cuerdas” ce lo conferma: una musica di sicuro appeal formale, a tratti virtuosistica, non particolarmente problematica, certo commestibile e con una sua avvenenza. Un po’ esteriore, insomma, anche se l’apporto almeno del trombonista Marshall Gilkes e del vibrafonista Joe Locke, ospite in due dei brani migliori, irrobustisce non poco il tasso creativo del disco. Lo aspettiamo a prove ulteriori.

Riferimenti discografici:

Térez Montcalm, CONNECTION, GSI Musique/Egea 2009

André Jaume/Alain Soler, HYMNESSE, Durance 2009

Elena Ledda, CANTENDI A DEUS, S’Ard/Egea 2009

OPI/Ambrogio Sparagna, T
ARANTA D’AMORE, Parco della Musica/Egea 2009

Richard Galliano, PARIS CONCERT, CAM 2009

Edmar Castaneda, CUERDAS, ArtistShare/Egea 2009

Link utili:

www.egeamusic.com

www.marquisclassics.com/artists/montcalm.html

www.artistdirect.com/artist/andre-jaume/448817

www.elenaledda.com

www.ambrogiosparagna.it

www.auditorium.com/it/orchestrapopolareitaliana

www.richardgalliano.com

www.edmarcastaneda.com

di Alberto Bazzurro