Zombie di Romero

novembre 25, 2007 in Cinema da Redazione

ZombieSecondo capitolo della saga sui morti viventi di George A. Romero è forse il meno efficace dei quattro. Nettamente inferiore soprattutto a “La notte dei morti viventi” a causa dell’utilizzo del colore, che rende meno cruenta e reale la scena. Certamente una scelta ben mirata: se nel primo film voleva mettere in evidenza caratteristiche per lo più soggettive degli individui che formano la società (complesso di Edipo, diffidenza) in questo caso si sofferma molto più sul capitalismo e sullo sfrenato consumismo. C’era quindi bisogno di sottolineare con colori moderni la realtà contemporanea. A parer mio è inferiore anche per la scarsa originalità del tema. Se il primo era totalmente innovativo (ha fatto scuola, d’altra parte) qui si ricalca esattamente la stessa vicenda. Inizia dove eravamo rimasti quasi vent’anni prima. L’umanità è perfettamente a conoscenza di quanto sta accadendo ed è presa completamente dal panico. La pellicola si apre inquadrando un set di un programma televisivo, dove stanno girando un dibattito sulla tragedia onnipresente. Si nota subito come non esista affatto un’organizzazione, né voglia di risolvere senza essere presi dal panico quello che potrebbe trasformarsi nel definitivo declino dell’uomo. Alla domanda cruciale: perché uccidono, gli zombie? La risposta più chiara e concisa che l’intervistato può dare è che uccidono per nutrirsi.

Il problema però non è la presenza di questi esseri immondi che si sono risvegliati. Il problema, e Romero non si stancherà mai di ripeterlo nelle sue opere, sono i vivi che continuano a non vedere la realtà. Mentre i morti cercano di sopravvivere, con l’istinto più primordiale della caccia, i vivi hanno trasformato l’intera società in un monito vivente che ripete incessantemente Mors Tua, Vita mea. Il programma tv viene trasformato in una vera e propria giungla deforme, ricca di derisioni, urla, insulti. Il cervello degli uomini è già morto in partenza. Forse è proprio per questo che si colpiscono i mostri alla testa. Sembrano utilizzare più loro l’intelletto che noi. In mezzo a tutta questa baraonda, un gruppo di persone cerca di fuggire con un elicottero. Due appartengono all’esercito (un bianco e un nero) e due sono giornalisti (un uomo e una donna). Poco prima di partire, i due soldati incontrano un prete senza una gamba (ricordiamo che anche nel primo episodio il personaggio del rappresentante di Dio è importante, in quanto portatore di verità) che li lascia con una scomoda quanto palese dichiarazione: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere o si perde la guerra. Ma a cosa si può pensare di arrivare, in un mondo in cui è la morte a far da regina? Gli zombie oramai banchettano allegramente con i resti della civiltà. I due soldati cominciano la loro fuga con lo sterminio di un’ipotetica ultima cena: decine di apostoli professano l’imminente distruzione, priva di perdono e gloria. I soldati uccidono senza pietà. Se poi è uccidere, questo. Stanchi, devastati, alzano ancora una volta il grilletto, verso la telecamera. Lo premono e siamo noi a perire questa volta. Romero è totalmente negativo, ci fa intendere che nemmeno per noi, che stiamo guardano un semplice film dell’orrore, ci sarà qualcosa denominato salvezza.

Verremo uccisi. Se non dai vivi, sicuramente dai morti. Per farci capire meglio a quale deleterio stato siamo caduti, il regista ci mostra la nostra caccia. Se i morti cacciano per sopravvivenza, noi lo facciamo per puro e semplice divertimento. La musica dei Goblin, da cupa e angosciante, si trasforma in una tiritera da circo, accompagnata da risa di uomini che colpiscono, facendo a gara, quello che invece dovrebbe spaventarli e farli riflettere. Morte è uguale a divertimento. Nessun rispetto. Solo voglia di sangue. La scena più famosa del film è sicuramente l’entrata nel supermercato. Un supermercato, tra le altre cose, pieno zeppo di morti che camminano. Il motivo è presto detto: ci tornano per abitudine, per loro “doveva essere un posto molto importante quando erano in vita”. Non credo che ci sia bisogno di commentare ulteriormente questa frase già molto eloquente. Possiamo dire altrettato vedendo il modo di salire sulle scale mobili dei mostri: si calpestano a vicenda. Proprio come facevano in vita, a loro tempo.

La squadra di fuggitivi irrompe dunque in questo supermercato e fa razzia di tutto ciò che NON serve. Perché, strano a dirsi, neanche alle strette l’uomo riesce a comprendere quali siano le cose fondamentali della vita. Volere tutto e subito è ciò che caratterizza il nostro secolo e ciò che ci ridurrà a dei mentecatti bavosi (è il Romero-pensiero, chiaramente). Il restante tempo del film viene vissuto in questo tempio del consumismo, tra razzie, divertimenti e tragedie (in fondo è pur sempre un film dell’orrore, non tutti possono arrivare alla fine). Fino a raggiungere il classico tocco romerico, con l’irruzione di harleysti nel supermercato e la guerra civile tra i vivi. I protagonisti si alleano in qualche modo agli zombi, morte e non morte uniti per un solo scopo comune: il potere. Potere differente: se i fuggitivi possono rappresentare velatamente il governo costituito, gli zombi sono il popolo che si accontenta dei resti e ne banchetta. Romero non lascia spazio alla speranza. Gli unici due sopravvissuti (il nero e la donna, incinta) lasciano il supermercato in elicottero; il seme dentro di lei lascia intravedere una possibilità: un mondo nuovo potrebbe esser possibile. Ma è solo un diversivo. Le ultime parole pronunciate dai sommersi e salvati sono: “Quanta benzina abbiamo? – Non molta”. L’esodo continua, dunque. Per quanto si cercherà di fuggire, il problema è sempre dentro di noi: nell’Io che, quando meno te lo aspetti, può trasformarsi nel più grande incubo mai concepito dall’uomo. Quell’Io destinato a deteriorarsi fino a diventare quello che, in modo molto pagano, chiamiamo morto vivente.

di Alice Suella