Zeugma

dicembre 8, 2002 in Spettacoli da Redazione

32787(1)A Torino, la sera del 10 novembre 2002, al «Wipe Out» di via Bava, si è esibito in pubblico per la prima volta il gruppo che fa capo alla nuovissima rivista letteraria «Zeugma», in uno spettacolo estemporaneo di poesia, musica, video e danza.

Il locale è già di per sé accattivante e suggestivo: oscuro, affollato, fumoso, dove piccoli fari rossi, verdi e blu illuminano qua e là una nicchia, un tavolo, un dipinto o un manichino di donna macchiato con vernici multicolori, e dove il tendone che separa il proscenio dalle quinte è in realtà un grande telo di plastica nera, come di sacco per netturbini.

Su due monitor ai lati della scena scorrono immagini spesso in negativo, continuamente sdoppiate e raddoppiate, che sembrano alludere a strane vicende di inspiegabile ambiguità. Poi i protagonisti, i giovani poeti – tutti ventenni – si avvicendano sul palco, uno alla volta, e declamano, anzi quasi gridano nel microfono i loro versi, le loro parole spesso dure e forti, talora aggressive: a testimoniare l’urgenza del loro sentire, la forza del loro pensiero. I due danzatori – un ragazzo e una ragazza – in tuta e con il volto celato da una bianca maschera inespressiva, sono due figure del mistero, sono tutti e nessuno: mimano un’azione immaginaria, in contrappunto alle parole poetiche; e intanto seguono, assecondandolo, il ritmo incalzante, quasi ossessionante della musica, mentre paiono evocare con i gesti storie di violenza, di distruzione, ma anche di sentimenti, di intima ribellione e di anelito ad una irrinunciabile, imprescindibile libertà.

“Un re ha sempre bisogno di una regina e di una testa mozzata…” declama Antonio: una storia millenaria si ripete, l’uomo si evolve eppure resta sempre uguale a se stesso, con i suoi pregi e i suoi difetti, tanto che la medesima sequenza dei piani temporali finisce per confondersi in un singolare gioco di specchi: “ciò accadrà secoli addietro” afferma Sara, e poi anche “oggi è preistoria”. Così torna a dominare su tutto il tema dell’ambiguità, a prevalere il dubbio scettico (“ed io non so se restare o fuggire” confessa Antonio), a stingersi pian piano nell’indeterminato l’umana personalità: i due danzatori si scambiano alla fine la maschera, come perdendo la propria – pur misteriosa – essenza individuale per assumere indifferentemente quella dell’altro.

Ma i giovani poeti non hanno mai perso di vista il loro scopo più importante: mettersi in gioco in piena sincerità ed esprimere il proprio pensiero candidamente, senza veli, senza timori di contestazione, per puntare un dito ammonitore verso la “buona società” e dire “guardate, forse/forse non era/proprio tutto da buttare/parla di voi quello che evitate/soffia di voi quello che fuggite”. Per far pensare, almeno qualche volta, a quel “qualcosa da nascondere, di infame/che alla città per bene e ‘chestabene’/fa sempre male” (Sara).

Tutti applauditi con entusiasmo per la loro bravura artistica gli autori delle poesie: Sara Gennaro e Francesca Monge, Antonio Falbo e Alan Vai. I video erano curati dallo stesso Antonio Falbo, e la musica dal vivo era eseguita dagli “Psychopathic Carnival”. Eccellenti i due danzatori, Daniele Ninarello e Costanza Mariniello. Molto belle, infine, interessanti e in carattere con l’ambiente e con i testi le installazioni artistiche di Diego Scroppo, Jonis Castrogiovanni e dello stesso Daniele Ninarello.

di Marina Caracciolo