Wolf Creek

maggio 13, 2008 in Cinema da Redazione

wolf creekDimenticate i soliti assassini cui siete abituati (filmograficamente parlando). Basta coi fanatici che si costruiscono i vestiti con la pelle d’uomo, quelli quasi affascinanti alla Hannibal. E basta anche le solite signorine e i soliti signorini occupati a risolvere il caso (Brad Pitt e Jodie Foster, per esempio, i primi che mi sono venuti in mente). Però non pensate nemmeno a quelle classiche pellicole per ragazzetti con la ridarella, con i deficienti che si fanno scannare uno per uno, con colpi di scena così telefonati che, appunto, ridere è l’unico scopo (e consolazione) della visione.

Vi sto parlando di Wolf Creek. Forse a molti di voi non dirà niente come non diceva niente a me, molto prima che mi capitasse per le mani. Il classico film adolescenziale, mi dicevo. Così, l’ho messo su. Di notte. Al buio. Da sola.

Mi sono terrorizzata. So che la paura è un fattore soggettivo, che non si può valutare il film solo per le proprie sensazioni però, il cinema è bello anche per l’intimità in cui si è catapultati ed è sensazionale l’insieme di pensieri/sentimenti/reazioni che una semplice storia può scaturire.

Wolf Creek è terrorizzante. Parte da un momento semplice, da un qualcosa che può capitare a tutti. Come nella realtà. Chiunque, purtroppo, può cadere nelle grinfie di un maniaco, senza nemmeno sospettarlo.

Quindi, proviamo a metterci nei loro panni. Nei panni di tre ragazzi in vacanza nella splendida Australia. Vediamo questi spazi immensi, senza un’anima, che tolgono il respiro. Si sono incontrati per caso, loro. Le due ragazze sono americane, lui invece è un autoctono. Nel momento in cui li incontriamo ci sono ancora tutti i rapporti da definire, le cotte che iniziano ad affiorare, l’ansia e la gioia per l’ignoto.

«Andiamo a vedere il Wolf Creek!» Si tratta di un enorme cratere, nel bel mezzo del nulla, di cui si dicono tante cose. Che siano sbarcati gli alieni, che ci sia un campo magnetico all’interno (come nei cerchi del grano), insomma, è l’ideale per una bella gita fuori porta (si fa per dire).

Così partono. Con la chitarra, chilometri e chilometri. Uno spaccato di una vacanza qualsiasi. La mia, la tua.

Poi succede che, arrivati al dunque, mentre si osserva quel panorama mozzafiato – e il film è pieno zeppo di immagini suggestive, ti fa venire voglia di lasciare tutto e partire, talmente è splendido ciò che abbiamo davanti – succede, dicevo, che la macchina si ferma. Non si capisce bene perché: la benzina c’era. Eppure…

E succede che, proprio mentre si è terrorizzati dentro l’auto, di notte, col freddo che avanza, terrorizzati perchè soli, solissimi, e potrebbe capitare qualsiasi cosa, arriva lui. Un tizio grande e grosso, burbero ma gentile, che ci dà una mano. «Vi porto da me, posso aggiustare la macchina, oppure potete restare qui in attesa che qualcun altro passi di qui». Già. Nel deserto. È un caso più unico che raro.

Voi che avreste fatto? Sareste andati, non negatelo. E poi il signore era strano ma simpatico. Innocuo. Solo un po’ scemo.

Sì,sì. Come no.

Il risveglio è un incubo ed non voglio raccontarvi tutto, perchè già così so che vi ho precluso la sorpresa della visione. Raccontare un film è sempre un po’ “stuprarlo”, se mi permettete questa brutta espressione che però rende bene l’idea.

Aggiungo solo questo: è un raro serial killer davvero cattivo. Così sadico, terribile, incurante del dolore. Così “BASTARDO”. Così reale.

Solo una scena, un po’ da film americano da quattro soldi, è abbastanza superflua in tutta questa splendida opera dell’orrore. La solita sequenza in cui uno dei “pischelli” perde tempo e si fa beccare dal cattivone di turno e tutti che urliamo, da casa, «Scemo! Che fai, scappa!»

Da parte mia, glielo perdono.

E dovreste farlo anche voi.

di Alice Suella