Waiting for the miracle

novembre 19, 2008 in Racconti da Redazione

the CultAdesso ho Hal che mi sceglie la musica, arbitrariamente, cogliendo dalle mie centinaia di pezzi e di discografie e di emmepitre illegali. Mentre faccio il minestrone mi mette gli Afterhours ed io canto Cose semplici e banali per riconciliarmi con gli anni sprecati senza tanto pensarci, pelando una patata mentre le mani tremano perché non ho avuto nemmeno l’intelligenza di lasciarla un po’ fuori dal frigo, prima di sbucciarla. Così sono gelide e per fortuna Hal sceglie bene, sceglie sempre bene. Un po’ di Elvis, di Bob Dylan, di Led Zeppelin. A volte pure un po’ di Ricchi e Poveri (tutti hanno il proprio scheletro nell’armadio ma il mio ormai è in mezzo al salotto a ballare Sarà perché ti amo senza vergogna).

Se poi qualcuno fosse curioso e volesse scoprire chi è Hal, è necessario che si guardi 2001 Odissea nello spazio, perché Hal era uno dei protagonisti principali. Quando han smantellato l’astronave, è venuto a stare a casa mia ed ha cominciato a praticare il lavoro che aveva sempre sognato: ha iniziato a mettere su i dischi, a mixare, a decidere il tempo delle mie faccende di casa. Comunque non è stato sempre così. Ogni tanto Hal mi mette i Nomadi ed i Nomadi sono stati il mio primo amore ma non voglio subito bruciarmi questa carta, semmai voglio raccontare di quando la musica aveva ancora un senso per me. Di quando non era un semplice sottofondo in un ascensore, quando non era solo il UUUUU in sottofondo ai documentari di Piero Angela.

Voglio raccontare di quando, per esempio, mi hanno regalato quella chitarra elettrica imitazione di qualche marca famosa – non saprei dire quale, ora come ora – ed avevo iniziato a suonarla senza amplificatore, attaccata al Canta tu (quel giocattolo sponsorizzato da Fiorello) a palla, facendolo distorcere per il troppo volume.

Di quando mia madre, con le orecchie agonizzanti, mi tagliava le corde della chitarra per non farmi suonare ed io volevo spaccare tutto per la rabbia ed invece non mi restava che andare, col Canta Tu in spalla, in cantina, a far suonare le cassette con Light my fire dei Doors.

O forse vorrei parlare del prima. Di quando la musica non c’era o era ancora solo quella del carillon sopra la mia testa, con le api giganti che volavano, quelle di plastica, quelle che mi facevano addormentare. Quello che mi interessa è posizionato un po’ dopo quei momenti in verità, nella linea del tempo. Dopo tutti quei pomeriggi trascorsi dalla nonna, a sentire nel mangiadischi le canzoni dei cartoni animati, su quei vinili ereditati dalla Zia Lupara, più grande di me ma non di molto. Me lo ricordo ancora il giradischi: arancione, facile da usare. Senza puntina: prendevi il vinile e lo infilavi nella fessura, faceva tutto da solo.

Stavo per terra quando faceva caldo, sul letto quando faceva freddo ed ascoltavo e cantavo. Le so ancora tutte a memoria, quelle canzoni lì. Parola per parola.

Comunque, voglio raccontare di dopo tutti questi momenti. Perché lì, sul letto della nonna, la musica era un passatempo, qualcosa di più di ora, di questo momento in cui scrivo, certo, ma ancor qualcosa di meno. Io vorrei ricreare l’atmosfera del momento in cui è diventata qualcosa sul serio ed è diventata qualcosa sul serio quella mattina, saranno state le sette e mezza, in quella via piccola piccola, nel paese minuscolo dove vivevo. Quella via dietro all’A&O, il negozio di alimentari che dava sulla via grande, quella principale, diciamo. Quella via che, alla sua destra, aveva la villa grande, con il giardino immenso, con il cane dalmata che aveva il mio stesso nome. Quale sia il nostro nome non è un particolare importante, ma è essenziale richiamare il silenzio di quel giorno, di quando la gente è già a lavorare o ancora a letto, a seconda di quello che fa nella propria esistenza.

Un silenzio che sarà stato sicuramente freddo, perché era mattina presto e non era estate. Lo so che non era estate, perché stavo andando a scuola, secondo me era autunno. Ero in quella via perché dovevo percorrere quella strada per prendere il treno e arrivare nella città vicina e rinchiudermi nel Liceo. Quella mattina però me l’ero presa comoda, a scuola mica ci andavo, no, avevo preso un sacco di cassette e il walkman di mio padre ed un po’ di pile e mi ero messa ad ascoltare. Cassette nuove, per me, non sapevo bene cosa mi avrebbero portato, probabilmente niente. Solo qualche ricordo, come la musica del carillon con le api sopra. Invece, proprio mentre ero a metà di quella via, mi hanno inondato delle parole che oggi non sono più nulla. Parole che riascolto ma non hanno alcun richiamo, su di me, non riesco a capire come potessero averne allora. Eppure me la ricordo quella sensazione illuminante, quell’essere oltre, quel dimenticare la via, il cane dalmata e l’A&O di fianco.

Vorrei ricordarmi cosa c’era lì dentro. Sento, a concentrarmi bene, qualche accordo di Vasco, qualche vecchio pezzo dei Nomadi. Mi sfugge l’essenziale ma non l’essenza, la forma ma non la sostanza.

So solo che ho raggiunto l’estasi o quasi e che è una di quelle cose religiose di cui sono d’accordo. Che la religione è tanto bistrattata ma se si riuscisse a far tacere i credenti e i preti e tutti i santi si sentirebbe solo un gran cantare. Non gli angeli, certo che no, ma un canto dell’anima del mondo, un canto che proverrebbe dai sassi, dalle foglie, dal mio walkman, dai miei capelli e dai tuoi capelli, dai pesci in fondo al mare, dall’A&O e dal dalmata che erano di fianco a quella via. Credo che in quella via, durante quell’inverno o quell’autunno che sicuramente sarà stato freddo, come sa essere freddo solo in Piemonte, sia accaduto qualcosa di simile a quello che ha vissuto Mosè, quando si è messo con lo scalpello a incidere i dieci comandamenti. Che è facile che non capisse più niente, Mosè, che abbia scritto tutto un po’ così, senza pensare – e si spiegherebbe l’assurdità di certe regole che certo non ha dettato Dio – ma il fatto è che era talmente pieno di immensità, talmente pervaso dalla divinità che uno svarione glielo posso concedere. Io lo capisco, Mosè. Non è mica facile stare lì e vedersi inondato di luce.

Lo so cos’è successo, su quel monte.

Ha sentito Dio cantare. Magari niente di che. Magari cantava una filastrocca da nulla o una ninna nanna o anche una canzone di Guccini (d’altra parte Dio è Dio, lo sapeva già allora che sarebbe nato, il Vate di Pavana). Quel che conta è che Mosè c’era ed ha assistito a quei momenti indimenticabili, quelli che poi dopo ha ricordato per sempre, anche da morto.

La disgrazia semmai è che Mosè poi non è riuscito più ad ascoltare niente. Né io, per la verità. Quando accade un miracolo, ma un miracolo vero, dico – non come quando ti si rompe il cellulare e dici dio fa che non si sia rotto e poi il cellulare riprende: quello non è un miracolo, è culo – non è che ricapita. Non è che ogni tanto sei inondato di luce o di cose così. Basta, il momento di gloria è finito e non è nemmeno da tutti averlo, diciamo la verità. A me è successo. A Mosè anche. Probabilmente a John Lennon, perché no? E poi, inutile stare con la sua compagna, la Yoko a cercare di ricrearlo: Lennon ci ha provato a generare il miracolo in provetta ma non gli è andata bene. E nemmeno a Yoko, ovviamente.

Niente, solo questo volevo dire. Volevo dire che la musica è un viaggio.

Uno di quelli che durano un secondo e che non riconosci nemmeno come importanti, quando prendi lo zaino ed esci di casa. Tipo un viaggio su qualche treno regionale, di quei viaggi che si fanno in primavera per vedere un paese nuovo ma non troppo, vicino casa, insomma. Ecco. Quel viaggio lì, che non ha aspettative, potrebbe diventare il percorso eterno. A causa di un incontro. Per un profumo. Per un pensiero.

E’ che pensavo che quella via lì dovrebbe essere preservata dal passo degli scon
osciuti. Che dovrebbe essere chiusa, resa un museo, quella via lì.

Invece tutti passano, Dio canta e nessuno lo ascolta.

di Alice Suella