Visioni d’Oriente

novembre 9, 2002 in Spettacoli da Redazione

“Honogurai Mizuno Sokokara” (Dark Water, Jap, 2001) di Nakata Hideo con Kuroki Hitomi, Kanno Rio ed Oguchi Mirei.

32434In Giappone Hideo Nakata è una specie di mostro sacro. Dopo il successo di “Ring” e “Ring 2” il suo nome si è legato indissolubilmente alla produzione horror del Sol Levante. Ne è un esempio “Dark Water” presentato con notevole successo di pubblico nella serata di venerdì. Una donna che sta combattendo per ottenere l’affidamento di sua figlia va ad abitare in un appartamento nel quale – da subito – si manifestano anomale infiltrazioni di acqua scura dal soffitto. Al piano superiore si sentono dei passi. Appare spesso una borsetta appartenuta ad una bambina scomparsa due anni prima in circostanze misteriose. Per la madre inizia un viaggio nell’incubo senza biglietto di ritorno.

La pellicola girata con grande professionalità raggiunge gli obiettivi prefissatisi: Nakata dirige con lucidità e crea la suspense dal nulla. L’acqua, incontrollabile ed invasiva, diventa un mezzo per far vibrare lo spettatore. La tematica di elementi naturali che si rivoltano verso l’uomo è presente in maniera massiccia nella cinematografia horror giapponese. Si pensi, ad esempio, all’albero mortale di “Charisma” di Kurosawa Kyoshi. Ma non solo: l’acqua scura si mescola alla tradizione dei film kaidan ovverosia alle pellicole incentrate su storie di fantasmi.

L’horror del Sol Levante possiede una carica simbolista ed una stratificazione dei livelli di lettura che lo differenzia da quanto viene prodotto in Occidente, al Torino Film Festival va il merito di averne traghettato sotto la Mole un campione degno di nota.

“Shurayuki hime” (The princess blade, Jap, 2001) di Sato Shinsuke, con Ito Hideaki, Shaku Yumiko, Numata Yoichi e Shimada Kyusaku.

In un Giappone postmoderno che sa di Mad Max la principessa Yuki – assassina di professione al soldo della polizia governativa – e Takashi – genio del computer che appoggia gli oppositori del regime – scoprono di essere stati traditi dai loro capi. Questa scoperta li avvicina, fa scoprire loro l’amore, ma non c’è spazio per la felicità…

Ispirato ad un manga di Koike Kazuo e Uemura Kazuo il film di Sato Shinsuke scorre leggero e s’illumina nelle coreografiche scene d’azione. E’ un prodotto medio che da garanzie dal punto di vista economico, ma non soddisfa di certo la critica. E poi – ma questa caratteristica è tipica di tutto il cinema di genere giapponese – non c’è ironia, né distacco. Tutto è terribilmente serio e caricato. E a volte i momenti topici rischiano di diventare involontariamente comici.

di Davide Mazzocco