Un segno invisibile e mio

ottobre 6, 2002 in Libri da Stefano Mola

32047(1)Io credo ai colpi di fulmine. Almeno per quanto riguarda i libri. Del resto, innamorarsi dei libri non è un po’ come innamorarsi delle persone? Passare davanti alla vetrina di una libreria, cogliere di sfuggita una copertina, un titolo, sfogliare, trovare una frase a caso, sentire la voglia irresistibile di andare avanti. Questa è la passione fulminante. Ma a volte l’amore arriva piano, perché può capitare che le copertine siano fatte male, oppure arriva dopo, un giorno improvvisamente riaprite quasi per caso un libro che avevate lasciato lì, e partite inaspettatamente, come quando incontrate per caso dopo anni qualcuno che apparentemente, prima, non vi aveva colpito (non ci si può innamorare di tutti in qualsiasi momento, è anche una questione di maturità).

Come sempre, mi sono fatto prendere la mano dalle divagazioni. La mia storia con questo libro è come quando si conosce una ragazza a una festa. Infatti l’ho preso allo stand della minimum fax alla scorsa fiera del libro di Torino. Avevano organizzato un delirante happy hour, libri a metà prezzo, musica jazz sparata dallo stereo, distribuzione di birra a chi comprava almeno un volume. Così ho addocchiato questa strana copertina, con un braccio sotto vetro manco fosse un peperone. E poi questo titolo, per me intrigante: un segno invisibile e mio. E poi, una ragazza con la passione per la matematica (nel libro, sia chiaro, non nello stand).

La matematica è un sistema di segni con cui cercare di spiegare il mondo. Un sistema astratto, e quindi invisibile, che sta dietro a tutte le cose “Mescolando qualche numero e qualche segno si può ottenere un’equazione per i cambiamenti di direzione del vento.[…] Si può rendere conto della morbidezza”. Queste virgolettate sono le parole della protagonista, Mona Gray. Una che, nel giorno in cui il padre si ammala, smettendo di vivere, trascinando da qual momento in poi un’esistenza stanca dalla camera da letto al salotto, smette anche lei. Di correre. Di suonare il pianoforte. Di avere storie d’amore. Insomma, di fare qualsiasi cosa che possa coinvolgerla emotivamente, ma che possa anche un giorno venir meno (come il padre viene meno alla vita, per una malattia che sa di rinuncia). Mona Gray va a vivere da sola e inizia a fare l’insegnante di matematica in una scuola elementare, diventando probabilmente la più fantasiosa insegnante di matematica mai descritta in un libro. Inventa l’ora di “Numeri e materiali”, in cui i bambini devono portare l’incarnazione fisica di un numero in un oggetto.

Ma al di là di questo universo buffo radicato in una cittadina della sterminata provincia americana, il pregio del libro sta nella capacità di descrivere la nevrosi, con un realismo allucinato. Realismo per l’estrema concretezza di oggetti e situazioni, allucinato per la capacità di dare sostanza alla rete di tensioni nascoste, all’incubo che può sempre nascondersi dietro la realtà apparentemente più innocente (tutte le parti ambientate nella scuola elementare sono esemplari in tal senso) vista attraverso la sensibilità estrema di Mona, nel suo percorso verso la riappropriazione della vita. C’è molto, al di là tenerezza e della visionarietà di molte parti del libro: il rapporto con il corpo, quello coi genitori, quello con la morte (sia nel timore di Mona per quella del padre, sia nella bellissima figura di Lisa, la bambina con la madre malata di cancro).

Dei vari giudizi riportati nel primo risvolto di copertina, prendo quello di Jonathan Lethem, che parla di “una voce fresca, disarmante e bizzarra che danza sull’orlo di un precipizio” (infatti, pur raccontando cose pesantissime, il tocco della Bender è sempre leggerissimo e preciso). E, da quello di Entertainment Weekly, la citazione di Philip Dick (mio autore di culto peraltro). Citazione che ritengo particolarmente appropriata, perché anche in Dick la dimensione dell’incubo e dell’allucinazione è resa con una grandissima concretezza e umanità (penso in questo caso a “Noi marziani”, in cui guarda caso una parte della storia si svolge proprio in una scuola).

Alcuni link:

Il sito di Aimee Bender

La presentazione dell’autrice sul sito della casa editrice minimum fax (molto ben fatto e ricco di informazioni, con link a interviste)

Per chi volesse sapere qualcosa di “Noi Marziani” , romanzo di Dick citato nella recensione

di Stefano Mola