Un film parlato

ottobre 7, 2007 in Cinema da Redazione

Un film parlatoPellicola in concorso nella Sezione principale della 60° Mostra del Cinema di Venezia, “Un film Parlato” è del regista portoghese Manoel De Oliveira (“Ritorno a casa”, 2001). Una storia fatta di magia, di viaggi, di sogni e dal finale insospettato.

Marsiglia, Napoli, Atene. Una madre, con una piccola per mano. E una nave da crociera.

Una nave che si rispetti, naturalmente, possiede un capitano. Un gentiluomo, con lo sguardo malinconico, fedele solo al suo mare. Sue ospiti, tre donne molto belle. Una italiana, una francese e una greca.

La bambina accompagna la madre nel lungo viaggio fino a Bombay, dove vive e lavora il padre. Quale occasione migliore per poter visitare quei luoghi leggendari, studiati nei libri di scuola, immaginati con la fantasia?

Così, ad ogni inquadratura di mare, i posti si succedono, uno dopo l’altro. Piramidi, Sfingi, i resti di Pompei. Tanti perché non dimenticati che la mamma tenta di soddisfare con nozioni aiutate dalla vista, dall’esperienza. La bambina beve ogni cosa, ansiosa di sapere.

Ma questo, come ci suggerisce il titolo, è un “Film Parlato” e non resta che farci cullare dai suoni. Sembra di assistere a un documentario storico, ascoltando però tanti linguaggi differenti… Il portoghese, l’americano, il francese, il greco e l’italiano.

Per una magia quasi impossibile nella realtà di ogni giorno, pasteggiano a vino e cultura. Allo stesso tavolo, il capitano invita le tre donne e la madre con la bimba. Non si può parlare di amore a prima vista, ma sicuramente di vivo interesse. Non si sa da cosa sia scaturito. In quella nave i via vai di personaggi più o meno stravaganti sono cosa di tutti i giorni. Forse è stato un sorriso. O forse riascoltare, dopo tanto tempo, il portoghese.

Vino e cultura, ma anche dolori e malinconie. Cinque personaggi che hanno tanto vissuto e tanto perso. Chi ricorda un matrimonio, chi sogna un figlio. Chi invece non fa che lasciarsi cullare dal mare, senza una meta. Lo scopo sì, eccome. Lo scopo rimane sempre il mare.

Una canzone greca riecheggia nella sala da pranzo della nave. Una gentile concessione di una delle signore, che riporta alla luce la sua lingua, purtroppo quasi dimenticata. Si parla inglese, è vero, ma è dal greco che provengono le basi dei nostri linguaggi. Eppure, per qualche misteriosa ragione, la grecia viene sepolta nel dimenticatoio.

Solo una canzone, passeggiando tra i tavoli della gente che, stupita, ascolta, smettendo di mangiare, riporta l’antico splendore della civiltà tra noi.

Un’ombra scura sembra però coprire la giocosità dei passeggeri. Qualcuno ha messo una bomba ad orologeria.

Bastano pochi minuti e la nave è evacuata. Il capitano guarda, sommessamente, la propria casa dalla scialuppa di salvataggio. Quando due figure compaiono sul ponte.

Sono loro: la bimba, con la mamma. Rimaste indietro per uno sciagurato incidente.

La nave esploderà. Portando via la gioia, le speranze, due vite e il nostro incanto.

Un’altra torre di Babele è crollata.

di Alice Suella