TraspiGrinzane

febbraio 2, 2003 in Libri da Stefano Mola

Clara Sereni, “Passami il sale”, Rizzoli, pp. 265, Euro 16,00

33242(2)La protagonista di questo romanzo è una donna che si trasferisce con la famiglia da Roma a una città dell’Italia centrale, mai nominata ma chiaramente identificabile con Perugia. È una scrittrice, un’intellettuale che appartiene all’area della sinistra. Un po’ tirata per la manica e un po’ per la sensazione di “dover fare anch’io il mio pezzettino”, accetta di far parte della giunta comunale. Per un gioco di veti incrociati si trova ad assumere la carica di vice-sindaco, con lo scontento di un esponente di quello stesso partito cui, da indipendente, fa riferimento.

Fin da subito sono chiari e si intrecciano tra loro due temi. Da un lato, svanisce prestissimo l’illusione della politica come luogo di discussione, definizione e attuazione di cosa significa essere comunità. Il consiglio comunale si rivela un risiko del potere, una mappa di alleanze mobili, dove gli attacchi possono arrivare anche e soprattutto dal proprio partito. Un Partito sempre nominato con la maiuscola, quasi moloch incombente, artefice più della gestione degli equilibri interni che dell’elaborazione di forme e modi dell’agire. Districandosi a fatica tra personalismi, compromessi, interessi, meccanismi burocratici e legislativi che dovrebbero essere certi, fermi e invece si rivelano aperti alla discrezionalità dell’interpretazione, la politica è spesso attività collaterale, pari alle altre, cosa tra le cose, autoreferenziale.

Sintetica e significativa una frase (pag. 128): “L’assenza di una cominità costruita attorno a un progetto condiviso fa si che ogni controllo venga inteso come inutile pignoleria, come un’eredità del passato di cui liberarsi al più presto”.

Soprattutto, la politica è insaziabile divoratrice di tempo. Sedute interminabili in consiglio, presenza a inaugurazioni dove occorre tenere discorsi, parlare con la gente. Il cellulare che può squillare in ogni momento del giorno e della notte a portare via. Questa contrazione del tempo introduce inevitabilmente l’altro tema, la dimensione privata, la famiglia. La donna è sposata e dunque al ruolo pubblico di vice-sindaco, a quello intimo dello scrivere (il più sacrificato di tutti), si aggiungono quelli di moglie e madre. Figura quest’ultima sempre difficile da interpretare, ma in questo caso ancora di più: il figlio Tommaso è disabile psichico. Spesso il contatto con lui è difesa dalla sua aggressività, protezione dai suoi calci. Quasi mai le è concesso un gesto di affetto, o anche solo di condivisione, se non in un caso: nel preparare da mangiare. Nell’affettare le mele, o nell’utilizzare un frullatore, Tommaso si placa, collabora. Ma la mancanza di tempo e di energia sottrae calore, carica di stanchezza, nervosismo e sensi di colpa la vita famigliare.

I momenti in cui appare il cibo, in tutte le sue dimensioni (preparazione, fruizione, sia privata che collettiva) sono centrali nel libro, arrivando fino al dettaglio “tecnico”. I piatti che la donna cucina a casa possono tranquillamente essere riprodotti, per la ricchezza di particolari con cui sono descritti gli ingredienti e i gesti. Del resto il cibo ha un rapporto centrale sia con il tempo, sia con gli affetti. Per la cura amorevole che richiede, perché permette di concretizzare un’offerta di qualcosa di sé alle persone amate. La descrizione di un pomeriggio in cui miracolosamente la donna riesce a ritagliarsi il tempo di preparare il pane, si chiude con questa frase: “I miei uomini sedettero a tavola, normali: la loro gratitudine per avermi qui mi fece sentire importante, e mi fece male al cuore” (pag. 61).

Romanzo testimonianza, con una forte componente autobiografica (Clara Sereni vive infatti a Perugia e ha effettivamente ricoperto la carica di vice-sindaco di quella città), capace di sollevare moltissimi temi e riflessioni sull’oggi. Cosa significa fare politica? È possibile trovare uno spazio concreto per gli ideali al di là del particolare, del semplice equilibrio del potere? Coltivare affetti, famiglia, passioni private è conciliabile con il partecipare alla gestione della cosa pubblica? Che futuro ha chi è disabile?

Ma anche romanzo vero, in senso tecnico, opera di piena dignità letteraria. Le vicende, seppur molto dense e pesanti, sono trattate senza alcun autocompiacimento, senza vittimismo, senza eccessiva ingenuità di purezza. I capitoli si affiancano brevi l’uno all’altro come tessere di un mosaico. La prosa è estremamente controllata, precisissima, ordinata, ricca di cose, gesti oggetti. Non lascia spazio al facile sentimentalismo, eppure è tutt’altro che fredda, grazie a uno sguardo sempre partecipe. L’emozione e i moti dell’animo, più che descritti in modo esplicito, o ricercati attraverso la metafora nascono dall’accostamento di parole, colori gesti, pensieri appena accennati con una capacità di sintesi fulminea, poetica (si veda la chiusa della frase precedentemente citata, quel “e mi fece male al cuore”).

Uno dei capitoli più belli ed emblematici, da questo punto di vista, è quello in cui viene descritto un viaggio in treno. La donna vorrebbe che almeno quel tempo fosse libero da impegni di contatto, da conversazioni forzate, vorrebbe poter leggere per una volta il giornale con calma e con indugio. Ricerca uno scompartimento il più possibile vuoto. Ne trova uno occupato soltanto da un uomo, anche lui dedito alla lettura dei giornali. Inizia così un rapporto silenzioso, dapprima carico di gratitudine per il rispetto del reciproco silenzio e dello spazio, che via via si anima interiormente passando per pochissime parole, per un sorriso, per un gesto di gentilezza, per un contatto minimo ma capace di risvegliare tempi e sensazioni così lontani da sembrare irragiungibili. Fino sfociare nel rimpianto, quando l’uomo scende, di non aver parlato, condiviso esperienza con la leggerezza di quando si è sconosciuti. Anche qui la chiusa è di una sintesi mirabile: “Leggo delibere, e penso che vorrei leggere lettere d’amore”.

Mi sembra che Clara Sereni abbia trovato una via per fare quella cosa molto difficile che è coniugare letteratura e riflessione sull’attualità, senza che questo secondo aspetto apporti una dimensione effimera, una data di scadenza. Un modo per parlare del momento che stiamo vivendo e della nostra società che va al di là della prosa giornalistica, mettendosi fortemente in gioco, parlando di vita, gesti e oggetti quotidiani e al tempo stesso creando quella giusta distanza che permette di valicare un ambito esclusivamente privato, sollevando domande che toccano tutti noi. Soprattutto, riesce a farlo grazie a un modo di raccontare, a uno sguardo sulle cose: ovvero quello che chiediamo quando leggiamo un libro.

di Stefano Mola