TraspiCampiello

luglio 14, 2002 in Libri da Stefano Mola

Giosuè Calaciura, “Sgobbo”, Baldini & Castoldi, pp. 106, Euro 8,90

31554(1)Fiona, “importata” dall’Africa su una nave rugginosa, violentata nel viaggio, e poi avviata come per una specie di svolgimento naturale alla prostituzione. Ci racconta in prima persona, monologo dolente e disincantato, la sua “educazione” nella casa, e poi il passeggio quotidiano, lo sgobbo, che significa lavoro, fatica, salario: per una prostituta “la giornata”. Lo sgobbo è il motore immobile della narrazione, nella sua inevitabile ripetitività e circolarità: ma al tempo stesso permette di comporre un paesaggio vario di umanità, o meglio, una specie di classificazione, una elencazione di tutte le categorie umane che ricercano nel “ficcaficca” un attimo di felicità improbabile e impossibile. Commercianti, studenti fuori sede, detenuti a piede libero per decorrenza dei termini, timidi, religiosi, soldati in libera uscita, i venditori ambulanti di fritture… Insomma, tutta la società di una Palermo mai esplicitamente nominata ma chiaramente riconoscibile.

Ne viene fuori qualcosa che potrebbe richiamare una specie di teoria degli ordini di stampo medievale, a cui però sia stato sottratto il centro, il divino da cui discende e al tempo si giustifica nei suoi rapporti gerarchici (e la perdita del centro è sancita simbolicamente dalla decapitazione della statua della santa nel corso della processione). Questa immagine di classificazione che ha perso il suo criterio gerarchico può essere richiamata anche dalla copertina, che combina in un collage foto di Enzo Ferreri e particolari da “Il gardino delle delizie”, di Hieronymus Bosch. Penso a un altro dipinto di Bosch, “I sette peccati capitali”, in cui le scene che illustrano i vizi si dispongono in cerchio a formare un simbolico occhio, lo “specchio dell’anima, con al centro della pupilla il Cristo risorto e nei tondi ai quattro angoli le immagini della morte, del Giudizio, dell’Inferno e del Paradiso. Se il centro ordinatore (la pupilla di Cristo) scompare, anche il peccato scolora e resta il racconto di una miseria umana, verso la quale in fondo ci può anche essere una specie di dolente pietà. Questo in fondo è lo sguardo di Fiona, uno sguardo privo di speranza, che registra, che si fa carico di questa miseria, del sogno impossibile di una felicità in prospettiva che può essere illusoriamente avvicinata solo nell’attimo del rapporto mercenario, e che dunque è destinata a ripetersi in una inevitabile circolarità.

Un romanzo quindi che in un certo senso non può finire: un finale in qualche modo di fuga o di redenzione avrebbe avuto un suono di latta. Un finale tragico sarebbe stato naturalmente scontato. In un certo senso l’unica soluzione è questo finale oniricamente aperto, più che uno sdoppiamento una fuga dell’anima in una filastrocca.

Resta da mettere in evidenza la lingua che Calaciura presta al monologo di Fiona. Una lingua densa, ricchissima di immagini e al tempo stesso estremamente ancorata al durissimo reale che si trova a raccontare. Particolarmente incisive sono le derive di elenchi, in cui di suggestione in suggestione da un particolare concretissimo Calaciura riesce ad aprire prospettive poetiche. Si prenda ad esempio questa sequenza, mentre si racconta la violenza subita da Fiona sulla nave (pag. 8): “Mentre mi sverginava avevo la guancia pressata sull’acciaio e tumefatta dai colpi. Con l’orecchio sentivo nel metallo la fatica delle bielle nei cilindri del motore. E oltre il codice di quel rumore ascoltai l’acqua rapida sullo scafo e il pianto delle balene che si aprivano alla prua della nave e io supplicavo affondatela con le code possenti, cancellatela in un gorgo, sentii il richiamo dei delfini che si radunavano per saltare sull’onda con una gioia naturale e senza scopo, e le creature delle profondità che dal basso seguivano la sagoma enorme e nera della nave e la sua scia di immondizia, sentii il brivido delle stelle marine e la rigidità dei polpi che si ancoravano alle rocce, lo squalo impazzito, la manta aerea trafitta, i banchi argentei che avevano perso la rotta, e tutta la carne del mare, in realtà così assente e neutrale, così separata e indifferente, fremere per il mio dolore”.

di Stefano Mola