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giugno 9, 2002 in Libri da Stefano Mola

Christoph Hein, “Willenbrock”, edizioni e/o, pag. 273, Euro 16,52

Chi è Willenbrock? Willenbrock è un tedesco, o meglio, un ex DDR. Nella Germania riunificata, sembra aver trovato una dimensione soddisfacente. Gestisce una vendita di macchine usate, i clienti sono perlopiù giovani dei paesi dell’Est. La moglie ha una boutique in centro a Berlino. Tra loro un rapporto tutt’altro che conflittuale, nonostante differenze marcate di gusti e interessi. Ha numerose amanti che aggancia quando si presentano all’autosalone. Non si tratta di rapporti passionali, quanto di una irresistibile impulso alla conquista. Dopo un incontro, sente sempre il bisogno di fare l’amore con la moglie.

Willenbrock dal punto di vista ideale è un vuoto: non esprime un’ideologia, o passioni laceranti. Al di là di questo stimolo dongiovannesco alla conquista, il suo obbiettivo è poter costruire finalmente un fabbricato per la sua attività. Nel tempo libero gioca a pallamano, si fabbrica da sé dispositivi elettronici come antifurti per la casa di campagna, legge libri di argomento aeronautico. Il suo passato nella DDR riemerge solo in un paio di episodi: l’incontro con il delatore Feuerbach, che aveva scritto una relazione su di lui troncandogli ogni possibilità di viaggi all’estero; e l’incontro con il fratello, la cui fuga all’ovest in aliante aveva causato la radiazione di Willenbrock dalla scuola di volo. Nonostante questo, all’inizio del romanzo Willenbrock stesso dice alla moglie: “Ero sempre contento di me stesso, del mondo […] E questo è stato decisivo per me. Mi sono proposto di essere contento della vita che facevo. Sempre” (pag. 52).

Willenbrock è dunque (almeno all’inizio) non problematico, così come non problematico è un grande personaggio che per certi versi gli somiglia, Don Giovanni. A proposito dell’incarnazione di quest’ultimo nell’opera di Mozart, Massimo Mila scrive: “Don Giovanni è azione. […] Tra Don Giovanni e gli altri personaggi dell’opera […] non ci sono relazioni, non ci sono scambi se non a senso unico. C’è solo seduzione, una specie di attrazione per mezzo del vuoto” (Massimo Mila, “Lettura del Don Giovanni di Mozart”, Piccola Biblioteca Einaudi, pag. 139). Anche Willenbrock è azione, vitalismo, estraneità alla dimensione esistenziale. Anche Willenbrock è pretesto narrativo. Serve a mostrare la realtà della Germania riunificata. I rapporti con gli immigrati dai paesi dell’est: il buon polacco Jurek aiutante di Willenbrock all’autosalone, cattolicissimo e lavoratore, in crisi con la moglie e il figlio assorbito dal giro della delinquenza; dall’altra parte, i russi che in un tentativo di furto alla sua casa di campagna aggrediscono Willenbrock. O ancora, il mafioso russo Krylov, una specie di Mefistofele della violenza per Faust Willenbrock. La disoccupazione (il guardiano Pasewald).

È proprio la violenza al di là di ogni norma del vivere civile che progressivamente mette in crisi il vitalismo di Willenbrock (il primo furto all’autosalone, l’aggressione nella casa di campagna, la seconda incursione nell’autosalone con l’uccisione del cane del guardiano Pasewald). A differenza di Don Giovanni, il vitalismo di Willenbrock è quieto, non contiene elementi di disgregazione, di sfida aperta. Don Giovanni va al di là delle regole compiacendosene, e la statua del commendatore che lo trascina all’inferno nella penultima scena è il ritorno della regola e dell’ordine.

Se vogliamo continuare ad arrischiarci in questo parallelo, dov’è la statua del commendatore in questo romanzo? In Willenbrock la statua del commendatore è lo stato stesso, che qui viene più volte invocato in quanto assente. I suoi funzionari non vanno mai al di là della esecuzione infastidita e neghittosa, puramente burocratica. Non svolgono alcuna funzione di tutela, non rappresentano alcuna dimensione civile. Rituali e lontani. Al vuoto di Willenbrock si contrappone quello enorme delle istituzioni. Non esiste dunque più una entità da sfidare, come poteva essere la statua del commendatore per Don Giovanni. L’unica presenza è quella fiscale.

Pertanto, c’è spazio aperto per la violenza cieca al di là di ogni regola. La dimensione della paura si impossessa poco per volta di Willenbrok, facendogli perdere ottimismo e vitalità. Cerca sempre meno incontri femminili, e quando gli capita, passa il tempo a lamentarsi senza arrivare a concludere come un tempo gli riusciva. A parti rovesciate, pare invece che la moglie lo tradisca. L’unica via di uscita è quindi accettare quasi dolcemente la pistola regalatagli da Krylov, lui che aveva persino prestato servizio nel genio civile per non imbracciare un’arma.

Questo romanzo ci parla delle nostre società, della disgregazione dell’idea di stato e di vivere comune. Della difficoltà di dare ancora un senso a tutto questo, avendo usurato tutti gli ideali e non essendo stati in grado di sostituirli. Dell’orizzonte incombente dominato dalla violenza. Per raccontare, Christoph Hein ha scelto una maniera ogettiva e freddissima, quasi didascalica, da entomologo, estremamente funzionale, in cui dettagli, oggetti, azioni risaltano quasi iper-realisticamente.

di Stefano Mola