The Bush’s Generation

gennaio 6, 2005 in Medley da Redazione

Notte tra il 2 e 3 novembre. Televisione accesa su Cnn, con cartine che pian piano si colorano di blu e di rosso (più di rosso che di blu). File aperto per annotare ogni percentuale ufficiale data, con un occhio alle previsioni pre-elettorali.

Il più potente Stato della Terra sta eleggendo il suo Presidente, che a differenza di quello italiano ha compiti legislativi, e che quindi per i prossimi quattro anni imporrà la sua guida a questa nazione (in effetti una confedereazione di Stati). Bush o Kerry, Edwards o Cheney, tutti sono rivolti verso gli Stati Uniti, per sapere a chi andrà in mano il Mondo fino al 2008. Sulla carta l’ex presidente rappresentava una scelta di continuità e di fermezza; più diplomatico e riformatore il secondo.

Alle quattro di mattina i grandi network americani ancora non si pronunciavano (salvo forse la partigiana Fox, ma sappiamo da tempo che non si tratta di giornalisti), ma io guardavo il mio file pieno di dati e colori… Bush per me vinceva, conquistando ben più dei 270 Grandi Elettori necessari per entrare nella Stanza Ovale. Ancora sofferenti per la scottatura di terzo grado inflitta dai 36 giorni di vicende legali seguite al voto del 2000, i politologhi in giacca e cravatta insistevano con termini quali «swing-State» e «to close to call», ma già si sapeva, già si capiva…..

George W(inner) Bush

In realtà Bush o Kerry, repubblicani o democratici, non cambia così tanto: stiamo comunque parlando di americani. Gli americani hanno la loro visione del mondo, mangiano secondo il loro modo di mangiare, lavorano vivono guidano nel loro mondo, fatto di ampi spazi, aria condizionata, bei vestiti. Sanno che esiste un altro mondo, e cercano di immaginarselo, e di aiutarlo. Ma sapete com’è un elefante in una cristalleria: un po’ goffo. Così le buone intenzioni scolorano un pochino, si mischiano a quelle che buone non sono, per essere strettamente legate a quelle decisamente egoiste e calcolatrici.

Quello che cambiava nei programmi di K e B era l’ordine di priorità, come spesso avviene nei programmi politici di qualsivoglia partito di qualsivoglia nazione occidentale. L’uno dava priorità alla politica interiore, alla salute dell’economia e del mercato del lavoro. L’altro pestava il tasto dell’insicurezza, della protezione della patria, del sostegno alle truppe (al funerale dei caduti delle quali non si è recato neanche una volta).

Alla fine ha vinto la Bush generation, un misto di patriottismo e di semplicità. L’interno del Paese, le campagne, il cittadino semplice, che parla facendo errori grammaticali ma che non se cura; quello che ha in casa almeno tre armi perché, si sa, è la costituzione che lo autorizza. Quello che preferisce sentire parlare con l’accento del Texas o del Montana, piuttosto che un inglese pulito un po’ harvardiano o peggio, londoniano.

Ha vinto Britney Spears, e tutti quelli che acquistano i suoi dischi: testi orecchiabili, messaggi semplici (vedi basici), belle curve e successo. Molto meglio che i difficili giri di parole, i jeans strappati ed un po’ impolverati, i testi a volte contro del Boss. Ha vinto la fede incrollabile, quella semplice dell’uomo che sa di essere nel giusto, che non si ferma mai, che insiste e persiste, senza esitazioni. Qualcuno potrebbe, per schernirlo, chiamarla autismo; ma si sa, quel qualcuno è l’harvardiano della costa Est, che ha avuto la fortuna di studiare in prestigiose scuole per sedere in importanti consigli d’amministrazione (salvo forse quelli della Carlyle e della Halliburton).

Ed i poveri dell’interno del Paese dove li mettiamo? Loro si sono fatti convincere non tanto dal taglio delle tasse per i ricchi, ma dal tasto della sicurezza. Dall’undici settembre del 2001 non un tentativo di attentato sul suolo degli Stati Uniti è da segnalarsi, e non un americano è morto. Pardon, salvo i più di mille G.I. partiti in Irak ed i civili sgozzati nello stesso Paese. Eppure no, ancora non sono al sicuro. Ancora c’è qualcuno che vuole del male al Paese, e che cerca di mettere una bomba nella piccola borgata del Sud Dakota. Quindi bisogna assolutamente continuare la politica di Bush, fino all’annientamento del nemico (chi? quale? dove? Non si sa, a Bush di occuparsene).

Gli altri

Dopo l’elezione del 2000, Bush entrava alla Casa Bianca per pochissimi voti di scarto rispetto Al Gore: circa 500 in Florida. Oggi lo scarto tra i due candidati è molto più importante di allora (più di 5 milioni in tutta l’Unione), eppure la frattura risulta più forte. La mobilizzazione degli aventi diritto e la radicalizzazione dello scontro ne sono i motivi fondamentali. E così il giorno dopo le elezioni sono le lacrime che scorrono in casa democratica. Lacrime di stanchezza, di delusione, di aspettative tradite. Forse anche lacrime di shock, avendo interpretato la grande affluenza al voto come un segnale di vittoria certa. Ma anche lacrime di rabbia, contro colui che assolutamente non volevano come capo supremo. Ed infine lacrime di vergogna. Ci sono milioni e milioni di americani che si vergognano della rielezione di Bush. Questi americani, così lontani nel loro mondo ovattato dal lusso e dal grasso, questi americani così insensibili al grido dei sudanesi che li vorrebbero a casa loro e degli irakeni che non li vogliono a casa loro, si vergognano davanti al resto del mondo per non essere stati capaci di affidarsi più al cervello che al cuore, di scardinare il team dirigente dalle loro sedie.

L’esempio che ho avuto io è stato un mio professore, di Chicago. Aveva votato per corrispondenza democratico, in Illinois, stato democratico, e sperava, sperava, che qualcosa cambiasse. No, non si cambia il cavallo vincente (??). Il giorno dopo le elezioni, incrociato nei corridoi da diversi studenti che gli chiedevano spiegazioni, rispondeva: «Sono spiacente, non so cosa dirvi. Solo una cosa: dite ai vostri genitori, ai vostri parenti, ai vostri amici, che c’è una grossissima minoranza negli Stati Uniti che non ha votato per Bush. Ditelo!». Una minoranza di 55 milioni di elettori.

Dopo lo shock del risultato, questa minoranza da tutelare inizia a riprendersi, e sente, come il professore, bisogno di scusarsi. In centinaia, forse in migliaia, affidano ad internet la loro bottiglia del naufrago, ritraendosi con in mano un foglio su cui scrivono la loro vergogna e la loro richiesta di perdono. “Ci abbiamo provato”, “Ho fatto tutto il possibile”, “Credetemi, quasi la metà di noi è dannatamente spiacente per l’accaduto”, “49% di noi altri non ha votato per lui”: questi alcuni messaggi di aiuto che gli elettori democratici inviano su internet per farci sapere che loro non volevano questo risultato.

Un sito è addirittura nato per mostrare questa anima statunitense: www.sorryeverybody.com. Americani di ogni Stato, quelli blu dove ha vinto Kerry e quelli rossi dove ha vinto Bush, fanno autocritica e chiedono al mondo di scusarli. Incredibile. E divertente. E foriero di ottimismo. C’è ancora qualcuno che cerca il dialogo, il contatto, l’approccio critico, pure nel profondo sud degli Stati Uniti, addirittura in quella Crawford, Texas, da cui viene George W Bush (da notare, l’unico seggio elettorale in cui ha vinto un deputato democratico in Texas). E sullo stesso sito troviamo anche la risposta di amici di Francia, Australia, Canada, Messico che accettano le scuse e che ringraziano del tentativo di cambiamento.

Ora si vedrà cosa succederà. Alcuni analisti dicono che sia meglio che Bush resti al potere; alcuni di questi sostengono che nel secondo mandato sarà più duttile, e che si concentrerà sulla politica interna. Altri sono meno ottimisti, e immaginano che i morti in Irak saranno ancora tanti. Nessuno però prevede altri attentati negli Stati Uniti, e i primi mormorii dei cambiamenti di poltrone non fanno sperare troppo bene. Con Arafat fuori gioco, nuove possibilità si profilano. A Bush saperle cogliere, tenendo conto del 49 per cento del suo popolo che è vera
mente triste.

di Pan Kiitos