Segni del destino

marzo 24, 2002 in il Traspiratore da Simona Margarino

Ore 17.00 in uno scantinato fumoso a un passo dall’Oceano. Il soffitto dalle travi sfatte sembrava caderti addosso, l’umidità entrava nelle ossa, il tanfo delle candele tappava il fiato.

– Cosa cercate?, chiese il vecchio, porgendogli un paio di carte increspate e un’unica domanda.

– Un uomo.

– Un uomo… solo?

– Un uomo con la barba.

– E poi?

– Un uomo con la barba lunga e i capelli corti.

Ibrahim buttò a terra la sigaretta accesa e se ne rimase silenzioso, concentrato su un raspo di pensieri, un po’ troppo acidi per non puzzare di segreto. Poi tirò su le maniche della camicia sbottonata, che prima del mare era stata bianca, mentre ora avresti potuto scoprirci sopra soltanto il colore del sale mischiato a quello della pelle annerita, vissuta così a lungo da non ricordarsene nemmeno più.

Il vecchio, osservandolo di sbieco, si sistemò sullo sgabello di legno, incerto tra una quieta curiosità e un freddo presentimento.

– Deve essere magro, continuò Ibrahim.

– Non basta, ditemi di più.

– Stanco, sotto il turbante.

– …

– Sporco di terra.

– …

– Giallo di deserto.

– E…

– E con lo sguardo di chi sta per perdere tutto.

Senza rendersene conto Ibrahim andò avanti a parlare, per ore, di un uomo che non aveva mai visto, pur avendo viaggiato, e che presto avrebbe inchiodato a sé, per sempre, questa volta per sempre, non dubitate. Lo inseguiva da quel mattino in cui era crollato il mondo, e forse anche di più, ci credereste? Adesso lo voleva, e quel desiderio gli spaccava i sogni, e se anche non avesse cambiato le cose avrebbe comunque significato qualcosa, qualcosa di brutto, qualcosa di detestabile, di tanto insopportabile da farlo urlare, anche lì, forte, un suono altissimo, da forare i timpani, da non voler più sentire.

Il vecchio non ne poteva più, prese un ago e glielo piantò nel petto.

Ibrahim perse i sensi e vide sugli occhi un cielo che esplodeva, una voce dura che salmodiava, una lunga barba che non spariva nemmeno a sperare. Quando riaprì le palpebre, lì, nel locale inondato di fumo e ricordi, alla fine lo trovò, quell’uomo, che gli aveva ucciso la donna e, peggio, anche il sonno. Se lo scoprì tatuato sul cuore, che ironia, sulla carne bruciata e l’anima che stava per prendere fuoco, di un incendio tale che tutta l’acqua che aveva conosciuto non gli sarebbe bastata, ma inaspettatamente un sorriso strano gli scavò il viso e di tutte le cose che avrebbe potuto dire, di lì a cent’anni, quella più improbabile, che nessuno avrebbe indovinato, quella che pure disse, era che così non avrebbe dimenticato, sì potete giurarci, così non avrebbe mai dimenticato.

Il Traspiratore – Numero 35

di S. Margarino