Seduzione al sapor di Castelmagno

marzo 10, 2002 in Pietro d'Agostino da Stefano Mola

29805Ohé voi. Umidità. Nebbia. Vapori dell’aria e vapori dalle narici dei cavalli e vapori attraverso le feritoie degli elmi. Ohé voi, ripete la voce (chissà che suono deve avere una voce attraverso un elmo). I cavalli abbassano la testa. I cavalli sono tre, così come i cavalieri. Il cavaliere che ha detto, appunto, ohé voi, abbassa la lancia, ne dirige la punta verso terra, tocca con decisione un ammasso di vestiti da cui spunta una zazzera di capelli neri e ricci (il destinatario di ohé voi, probabilmente un uomo). Sicuramente un uomo, si è svegliato senza un urlo, è scattato in piedi, ha gli occhi spalancati, respira con affanno, sarà un incubo, si sta chiedendo, tre cavalieri su uno sfondo di nebbia, sarà l’apocalisse, se non del mondo almeno la mia (non sono tempi che si va tanto per il sottile, posto che di tempi che si va per il sottile ce ne siano stati mai, che tempi sono allora i tempi di questi cavalieri? i tempi tra il milleduecento e il milletrecento). “Cosa volete?” chiede l’uomo, “Cosa fate piuttosto voi qui, a vagabondare e dormire per terra sulla terra del marchese di Saluzzo?” chiede uno dei cavalieri (il solito, quello dell’ohé voi). L’uomo vorrebbe rispondere che la terra non è di nessuno perché sulla terra si passa soltanto e poi nella terra si riposa in eterno, e dunque sarebbe più giusto dire che saremo noi un giorno ad appartenere alla terra più di quanto ci illudiamo ora che la terra appartenga a noi (dunque, un uomo di spirito; in quanto tale, si astiene dal farne voce: i cavalieri potrebbero non amare le meditazioni). “Sia ringraziato il cielo”, dice l’uomo, ispirato dallo spirito di cui sopra, “perché proprio al vostro signore i miei servigi andavo ad offrire”. “E quali mai servigi potrebbe offrire al nostro signore, il marchese di Saluzzo, un vagabondo pari a voi?”. A parte il fatto che il nostro signore semmai è un altro, pensa sempre l’uomo, e che il signore di cui voi parlate cavalli vi dà ed armature perché vi facciate ammazzare al posto suo, a parte tutti questi pensieri che si confondono come fumi di spirito accidioso nei vapori della nebbia e dei cavalli e degli uomini, l’uomo risponde “I servigi della poesia, rivolta verso di lui per dilettarne lo spirito. E i servigi della parola da lui ispirata per diffonderla nel mondo, a scolpirne in eterno le gesta”

29806(1)I tre cavalieri si allontano al passo, al passo dei cavalli. A piedi, infreddolito e affamato l’uomo li segue. Risucchiati nella nebbia, si dirigono verso il palazzo del marchese. Invece di accodarci ai cavalli, nel fango della campagna piemontese, potremmo seguire a ritroso le orme dell’uomo, capire cosa lo ha condotto qui, a dormire per terra in questa notte appena conclusa. Potremmo scorgerlo confuso nella folla che scappa dall’incendio del castello di Champorcer, durante la guerra tra i fratelli Guglielmo e Ugo di Bard. Si chiama Morgano di Arnad. È un chierico vagante: risalendo ancora all’indietro lo vedremmo a Parigi, seguire le lezioni all’Università, ubriacarsi nelle taverne, scrivere componimenti sacri per il signore di Montargis, scappare da Parigi al galoppo su un cavallo rubato (non per un incendio, anche se il fuoco c’entra comunque: è quello metaforico – e in taluni casi non meno pericoloso – della passione, che ha acceso lui e Marianne, sfortunatamente per Morgano figlia del signore di Montargis, non dimentichiamoci di Abelardo ed Eloisa). E poi lo vedremmo ripassare a piedi le Alpi, offrire i suoi servigi a Guglielmo di Bard, venire cacciato per alcuni furtarelli nella dispensa (peccato di gola), vivere di mendicità, scendere verso sud, addormentarsi appunto in una sera d’ottobre in un campo ai piedi del Monviso.

29804Monviso che Manfredo III, marchese di Saluzzo, alzatasi ora la nebbia, sta osservando pensoso, da una finestra spalancata della sala del suo palazzo. Non lo interessa tanto il Monviso come geometria, il suo quasi concretizzare in terra l’idea platonica di montagna: piuttosto, lo affascina il suo svettare, la sua capacità di sovrastare ogni altra cosa intorno, fino a dove lo sguardo può arrivare, indiscutibilmente ed eternamente. Ogni altra montagna vicina non è che ancella: e ogni sguardo che si solleva dalla pianura non può che essere attratto, almeno per un momento, dalla sua cima, deve convergere sulla sua cima che ordina teocraticamente l’orizzonte. E il suo? Il suo potere? Stretto tra Cuneo e i Savoia? Retto sulla caducità degli uomini? Bussano alla porta. “Entrate” risponde Manfredo. La porta si apre, sulla soglia Morgano di Arnad e un cavaliere. Manfredo non si volta, resta in piedi davanti alla finestra, continuando nelle sue meditazioni (si potrebbe quasi parlare di invidia del Monviso, ma Freud è molto di là dal venire). Il cavaliere tossicchia, l’armatura cigola ai suoi movimenti limitati e tesi. Morgano si guarda intorno, vuole assorbire il maggior numero di dettagli per essere pronto a una risposta, qualunque sia la domanda che gli verrà posta, se mai ce ne sarà una, sa benissimo che il suo aspetto è quello di un mendicante, coi vestiti laceri, potrebbe passare addirittura per un eretico. “Signore” osa infine dire il cavaliere, l’elmo stavolta sotto braccio, “abbiamo trovato quest’uomo che vagabondava sulle vostre terre”. Manfredo si volta, con un’espressione di profondo fastidio sul volto. Eccolo, il suo potere: doversi occupare di un pezzente che passeggia sulle sue terre, raccolto zelantemente da un cavaliere imbecille. Adesso magari mi racconteranno di un furto di galline. Magari fossero cento, mille galline: ci sarebbe almeno la grandiosità del numero, un criminale che terrorizza le campagne da impiccare con soddisfazione, da esporre come monito e insieme come simbolo concreto di giustizia e protezione; e invece no, si tratterà di una gallina sola, di una miseria da niente. Morgano decide di non aspettare la domanda, il gesto sprezzante che eventualmente segni la sua condanna. Dopo aver fissato con intensità gli occhi di Manfredo, alza i suoi al cielo, si butta in ginocchio, inizia a pregare. Le parole latine salmodiate a voce alta riempiono la stanza, paralizzano i movimenti di Manfredo e del cavaliere. Morgano termina la sua preghiera facendosi il segno della croce. Inizia a inventare con voce ispirata una visione, avuta in sogno, a Parigi. Un angelo indica un uomo sullo sfondo di una montagna, proprio uguale a quella lì, che si vede dalla finestra, alle spalle del Marchese. L’uomo aveva uno scettro nella mano destra, dice Morgano, ma magari lo scettro non basta, e quindi nella visione aggiunge pure una corona, si, una corona ci sta proprio bene, e un libro aperto, le pagine offerte alla vista completamente bianche. L’angelo, continua Morgano, gli ha indicato le pagine bianche del libro. È così che Morgano riavvolge e dipana lo spago intricato delle sue vicende: lo arricchisce dei grani di un rosario. Santifica il suo vagabondare in una missione: trovare l’uomo indicato dall’angelo e riempire le pagine bianche del libro con le sue imprese.

29807L’accidia: materia grigiastra, densa, untuosa. Informe: tuttavia capace di prendere sembianza di mani che afferrano alla gola. Un’accidia che per contrappasso stava scendendo nel petto del marchese proprio da una vetta bianca e scintillante d’azzurro, ora si arresta. Non sappiamo dire quanto la marea fosse vicina ai centri vitali: ma le parole di Morgano fanno diga, si ammonticchiano una sull’altra come i blocchi di pietra nella fabbrica di una cattedrale, fanno cerchio lasciando intatta nel centro la vanità, innalzano sulle mura una bandiera di latta che luccica e forse acceca in questa mattina di ottobre (come già detto fattasi bellissima e tersa): e l’accidia svapora (pro
prio come la nebbia). È così che Morgano di Arnad diventa poeta di corte del marchesato di Saluzzo.

29803Non tutti i giorni ci sono imprese da compiere e quindi raccontare. Poco alla volta, l’inverno conquista le terre: accorciando i giorni, staccando le ultime foglie dai rami, gelando gli stagni. Le serate sono lunghe, e faticose, per Morgano. Manfredo III, reso irrequieto dalla forzata inattività invernale, impaziente di fornire materia viva alla penna del suo poeta nuovo di zecca, brama almeno ascoltare le imprese altrui. Ogni sera, dopo cena, di fronte all’enorme camino, chiede a Morgano di raccontare ora le imprese di Re Artù, ora la Chanson de Roland, ora Ivano o il cavaliere del leone, ora Perceval. E interrompe, impone che si approfondiscano i dettagli, ragiona ore intere sulle scelte dei personaggi, fantastica piani di conquista per imitazione, interpellando e coinvolgendo vassalli, valvassori e valvassini dalle teste ciondolanti per il sonno, chiamati a corollario, placebo di cavalieri della tavola rotonda (e peraltro costretti a contribuire con cacciagione alle vivande). Ma ogni Artù ha la sua Ginevra, e ogni Ginevra vuole il suo Lancillotto. O almeno questo è il teorema di Morgano, mentre occhieggia fuggevolmente, nei momenti in cui più alto è l’infervorarsi di Manfredo su un assedio, un’arma, una mattanza di mori, la marchesa Maria Alda. Dopo qualche mese osa, finge di farsi trascinare dalla narrazione, imbroglia le vicende, inserisce proditoriamente drammatiche e tragicamente romantiche sequenze di Tristano e Isotta, sperando di cogliere un palpitare, un sollevarsi dell’ovviamente bianchissimo petto nell’affanno dell’emozione, un tremolio di ciglia, addirittura massimo premio sarebbe scorgere una lacrima rigare una gota, imporporata magari d’un pudico rossore. Inutile dire che si tratta di un gioco da condurre con la massima cautela. Manfredo è attentissimo, dopo pochi minuti inizia a sbuffare, interrompe, dice che è sbagliato, non è assolutamente così, ma cosa c’entra, adesso ci dovrebbe essere Rolando che massacra i mori in questo e quest’altro modo, si alza, brandisce la spada, finge un combattimento, taglia a fette l’aria al di sopra delle teste di vassalli, valvassori e valvassini che si nascondono sotto la tavola, non si sa mai, del resto è la mossa diplomatica giusta, il coraggio più grande è quello del signore. Allora tocca riportare la vicenda nei giusti binari, emettendo sospiri impercettibili, e in quel sospirare gettare ancora uno sguardo laterale, pericolosissimo, perché dopo queste divagazioni l’occhio di Manfredo è ancora più attento, ancora più appeso alle parole, al loro suono, un suono che Manfredo vorrebbe quasi onomatopeico, clangore, cozzo di spada contro elmo. E dunque giù di collegamenti improbabili, ricercando disperatamente nelle vicende amorose motivazioni, parallele, nascoste, ma non del tutto secondarie, delle uniche cose che contano agli occhi di Manfredo: i cavallier, l’arme, le audaci imprese. Non c’è posto per le donne, gli amori, le cortesie. E Maria Alda? Secondo canone d’amor cortese. Perfetta. Imperturbabile come un diamante, direbbe una metafora di Morgano, scavato dall’interno come un armadio dal tarlo della irraggiungibilità. Apparentemente autoconsistente, un’icona di complementare immobilità al fianco dell’irrequietezza guerriera forzatamente compressa di Manfredo. In apparenza, nessun cedimento, nessun segno di insoddisfazione coniugale, nessun sospiro, né indignazione, nemmeno la sera in cui Morgano, alla ricerca isterica di una reazione qualsiasi, fa rapire nel racconto Isotta dai mori e lascia intendere abusi inenarrabili. Quasi sovrumana: anche nel suo negligente spiluccare la cacciagione. Il suo piatto non arriva mai alla fine della serata vuoto.

Il problema del piatto è invece opposto per Morgano. Si alza inevitabilmente tardi, stremato dalle performance quasi teatrali della serata precedente e soprattutto dall’indifferenza di Maria Alda. Bazzica per il palazzo, insensibile persino alle grazie delle servette, attirate dai suoi riccioli neri. L’unico suo motore immobile è ormai lo stomaco. Scende in cucina e inizia invariabilmente una disputa con il vivandiere, disputa in cui non osa farsi sostenere da Manfredo per paura di venire coinvolto anche di giorno nell’analisi delle strategie militari di re Artù. Proprio adesso sta cautamente scendendo gli ultimi scalini che portano alla dispensa, cerca di fare meno rumore possibile nella speranza di sottrarre qualche vivanda. C’è un silenzio insolito, che porta Morgano a trattenere il respiro, a camminare curvo, sulla punta dei piedi. Arriva alla porta e prova delicatamente a girare la maniglia. Bloccata. Si alza a sbirciare dalla grata, ed ecco una visione: Maria Alda. La marchesa sta mangiando. Con voluttà. Del formaggio. Di quello detto di Castelmagno. È una scena di incredibile eccitazione per Morgano. Già solo il fatto che non possa vedere tutto, per quanto si sforzi di allungare il collo, di spostarsi cautamente per cogliere scaglie di prospettiva, non fa che aumentare il desiderio. La marchesa si abbassa, scompare dalla vista, evidentemente per prendere un nuovo boccone, poi si rialza, si distende, la schiena diritta, rivolge la bocca verso l’alto, solleva la mano al di sopra della bocca, dischiude le labbra e lascia cadere pezzi di formaggio che mastica lentamente, socchiudendo gli occhi. Morgano vorrebbe essere latte, venire cagliato, lasciato stagionare, essere affettato, sbriciolato: qualunque cosa, pur di entrare in contatto con quelle labbra.

Morgano non dorme per una settimana, tormentato dalla visione. I suoi racconti si fanno sconclusionati. Deve continuamente farsi forza per non fissare le labbra della Marchesa. Manfredo si fa sempre più insofferente delle svagatezze di Morgano, lo rimbrotta, lo costringe a ripetere gli episodi come si farebbe con uno scolaro tonto, per fortuna ormai la primavera è imminente, si può quasi passare all’azione. Morgano decide di giocare il tutto per tutto. Avrà la marchesa, o sarà cacciato, impiccato, dilaniato dai cani da caccia, murato vivo: nulla gli sembra abbastanza orribile da compensare un eventuale rifiuto di Maria Alda.

Notte fonda. Un randello si abbatte sulla testa del vivandiere, ponendo momentaneamente fine al suo incontenibile russare. Una figura si muove al buio, senza esitazioni, entra ed esce dalla dispensa. Ad una ad una scompaiono le forme di Castelmagno, appena portate come tassa dai pastori del comune omonimo. Vengono anche sottratti alcuni carciofi. La figura si ferma poi sulla soglia, esita, prende un gran respiro e con il randello si dà una sonora botta in testa, cadendo svenuto.

Prime luci dell’alba. Urla di una servetta, che si china sul bernoccolo di Morgano disteso a terra. Un bernoccolo analogo è sulla nuca del vivandiere, che, risvegliato dal baccano, smoccola con decisione. Accorrono altre servette, cavalieri, il prete di famiglia, il marchese. Una secchiata di acqua gelida viene impiegata per risvegliare Morgano, che viene poi fatto sedere, chi si affanna a offrirgli un bicchiere di vino, chi cerca di fare spazio, chi si accalca. Morgano inizia a vaneggiare, rumori, rumori, insonnia, sceso giù, giù, dispensa aperta, il povero vivandiere, un uomo o forse due o forse tre o forse quattro un accento, un accento, no, come quello dei pastori, si, come quello dei pastori, il formaggio, il formaggio. È chiaro! urla il marchese. È chiarissimo! Le tasse rubate! Sono venuti a riprendersi le tasse! Sia preparata immediatamente una spedizione! Fiato alle trombe! All’armi! Morgano, per sicurezza, per non essere immediatamente assoldato come stenografo della spedizione, decide di svenire di nuovo. Inizia la guerra del Castelmagno tra Saluzzo e Cuneo.

Non è molto difficile per Morgano corrompere la servetta di Maria Alda. Da tutti riconosciuto unico testimone del terribile furto, pur se guardato con sospetto dal vivandiere, gli basta la minaccia di r
ivelare presunte connivenze con i ladri della notte precedente. E poi, continua Morgano, il marchese ha dato precisi ordini che sia lui e lui solo a portare la cena alla marchesa. Si temono avvelenamenti. La servetta si ritira in buon ordine. Senza Manfredo, senza vassalli, valvassori e valvassini partiti in missione punitiva, nessuna cena collettiva nella sala davanti al camino. Morgano compone il vassoio. Ha ancora con sé (ultima cosa trafugata da Arnad prima di essere cacciato) del lardo, prelibatezza che sta centellinando fetta a fetta, preferendo le sottrazioni alla dispensa. Ne ha tagliato quasi con dolore alcune fette, una privazione amorosa. Sia la venatura rossa il simbolo della passione della carne (mormora Morgano, provando il suo monologo). Ha aggiunto i carciofi. Ne ha lasciato uno intatto, e di un altro solo il cuore, ne ha messo a contorno le foglie con le spine (ora sta salendo le scale, ebbro di desiderio). Le spine che respingono, le spine che racchiudono e difendono il cuore tenero: le spine che tengono a distanza, il cuore che chiama come una sirena, l’amante che non trema d’essere trapassato dalle spine. E poi scaglie, scaglie di Castelmagno, che Morgano ha scarnificato con voluttà, cosparso con abbondanza sopra tutto il resto, che cos’è il formaggio, recita Morgano, ispirato, passionale, è già penetrato con effetto sorpresa nella camera della marchesa, cos’è il formaggio, se non la mineralizzazione della purezza del latte, purezza che deve ritornare alla purezza, bianco al bianco, latte al latte del vostro bianco petto. Sono queste le ultime parole che pronuncia, come un incantatore di serpenti, a fianco della contessa, che protende le labbra verso la sua mano e delicatamente prende in bocca la scaglia di formaggio e poi il dito di Morgano. Fu una notte indimenticabile.

Scottata di carciofi freschi con lardo

Nota dell’autore: una guerra del Castelmagno tra Saluzzo e Cuneo c’è stata veramente e proprio nel XIII secolo, così come è veramente esistito Manfredo III. Anche la guerra tra i signori Bard, con relativo incendio del castello di Champorcher, è realmente accaduta: di arbitrario in questa storia c’è il collegamento tra questi eventi. Se qualcuno dei lettori conosce più dettagli su ognuno di questi avvenimenti, lo prego di segnalarmi libri o siti. Il Castelmagno è documentato a partire dal 1100, il lardo di Arnad dal 1500. I carciofi erano già usati dai romani.

di Stefano Mola