Sai-tutto-tu

settembre 13, 2004 in Libri da Redazione

“Ritorneremo se il vino è buono”

“Ritorneremo di certo. Grazie Franco”

“Aspetta che ti aiuto a caricare le ultime cassette”

“Potevamo prendere il camioncino della ditta, ma Gino ha insistito tanto…”

“Non volevo approfittarne di Clara, lei è buona…”

“…e ai suoi occhi non vorresti apparire uno scassa specchietti”

“Sai-tutto-tu, se ci tenevi tanto potevi prendere il trattore”

“Parlate a voce bassa voi due, non vorrete mica che questi ci spennino per bene e… ritornare a casa senza uva vero?”

“Non vorrete mica andarvene in questo modo, sulla mia tavola c’è una bottiglia di buon rosso che aspetta di essere bevuta in compagnia”

“Come rifiutare un tale invito? E dimmi, la tovaglia è una cerata a quadretti rossi e bianchi?”

“No blu e bianchi”

“Cosa importa, se il vino è rosso…”

Gli acini neri e bianchi s’alternavano sulle file di viti distese per tutta la lunghezza dei prati. Alcuni grappoli maturi e pesanti giacevano distesi sul terreno ancora freddo di brina mattutina. La prima metà di settembre era alle porte perché il sole incominciava precoce ad impallidire al richiamo della forma sagomata di luna. Le foglie colore rosso-giallo, come quelle attaccate sui vetri delle scuole elementari, coloravano gli alberi, che a vederli da certe angolazioni parevano ancora verdi d’estate e di lotte nell’acqua tiepida.

Le nuvole s’ammassavano nel cielo e il turchese andava confondendosi con un sottile cinereo originato, forse, dai falò sparsi qua e là per la campagna. Erano roghi di fieno e foglie che salutavano l’inverno. I fumi accarezzavano le mele semi mature, in parte marce per le beccate degli uccelli, e prossime a frantumarsi in minuscola pelle, polpa e seme.

Il grano reciso e conservato nelle casseforti di silos sembrava congedarsi dalle cascate azzurrine attraversate da deliziosi canaletti, per scorrere nella burrasca delle piene gelide e disastrose dell’autunno. Non sarebbe rimasto nulla: non i fiori che avevano fatto sfoggio di sé nelle aiuole, né i frutti raccolti dalle mani indurite e spazzati via dalla prima neve, nemmeno gli “stormi d’uccelli neri”. Ma sarebbero rimaste le strade strette e scivolose, un sempreverde immancabile nella difficile vita degli uomini. Arriva. Ecco fare la sua comparsa su un paesaggio d’uva e di tristezza l’automobile.

In solitudine, corre, sembra l’unica capace d’attraversare uno spazio così esiguo, impossibile da percorrere da due vetture in sincronia. All’interno dell’abitacolo voci di esseri umani, oltre il vetro il panorama è un’entità a sé.

Motivetti di canzoni popolari animavano l’ambiente. “State zitti, zitti, non fiatate nemmeno. Non dovete distrarmi altrimenti vado fuori strada”. Continuavano imperterriti e a voce più alta “Madonnina dai riccioli d’oro, stai pregando, su dimmi e per chi…” (Certo che se facevo attenzione a quel dannato stop a quest’ora il pezzo di carta sarebbe mio per sempre) …per quell’uomo che suda in un campo, per la donna che soffre da tempo… (sarà la quarta volta fra un paio di giorni e poi per una ventina d’anni almeno la mia donna non potrà più rinfacciarmi questa grave mancanza)… tu d’estate sei lì sotto il sole, nell’inverno fra il gelo e la neve… -pausa per fare rifornimento del liquido consacrato da Bacco, alzi la mano chi non ha ancora capito dove andrà a parare la storia- …al tepore della primavera circondata di fiori sei tu…

“Possibile che non l’avete imparata a memoria. È tutta l’estate, che dico, una vita che la sentite cantata da altri e la storpiate sempre: o dimenticate qualche pezzo o, peggio, lo cambiate in oscene espressioni”

“Beh, non è divertente?”

“Divertente? Non direi. Una domanda: li avete anche voi gli occhi, non vedete quanto è stretta la strada?”

“Certo che la vediamo, da qui fino a Bogotà”

“Mi sbaglio oppure siete…”

“Allegri, propensi per un colorito rosato sulle guance”

“Bene, mi gira la testa e vorrei uccidervi. La galleria, oddio arriva un camion, come faccio, dove m’arresto, aiuto!!!!”

Di patenti, Gino, avrebbe potuto averne tre. La segretaria della scuola guida tutte le volte che lo vedeva in fondo alla via usciva dalla porta a vetri per dargli il benvenuto. Lui distrattamente la vedeva e ricambiava il saluto per cortesia. Con tutti i soldi che gli toccava detrarre dallo stipendio era naturale che gli impiegati si mostrassero benevolenti. In realtà la giovane donna aveva ben altre idee riguardo quell’uomo basso e tarchiato, sposato di una donna che non meritava.

Melodrammaticamente passava le notti e le otto ore lavorative a pensarlo e nell’attesa si strappava un capello per volta. Il tempo rimanente lo utilizzava ad andare dalla parrucchiera, tre giorni alla settimana, per rimediare ai piccoli inestetismi di questo amore infelice. Erano quelle che lei stessa definiva “le calvizie d’ansia” al cospetto della fida aggiustatrice di capelli, frase che completava con “bisognose di frizioni, risciacqui, tagli e della dolce carezza della spazzola”. Insomma, una situazione gravissima: a causa di un uomo ambiguo cambiava il colore dei capelli due volte alla settimana perché magari “così s’accorge di me”. Mentre Gino, impaziente di ritornare a casa per stare con la moglie, credeva d’incontrare ogni volta una segretaria diversa. Sorrideva, come era naturale per un uomo abbastanza contento, e rispettando l’altro sesso lanciava complimenti del tipo:

“ Che bei ricci”

“Un profumo davvero raffinato. È Chanel numero 5?”

“Oggi è fortunato il suo fidanzato”

“Se nessuno la nota vuol dire che è accecato”

e ancora:

“Complimenti per l’ordine del suo abbigliamento. Molto, molto elegante.”

E lei rifletteva che, malgrado i complimenti espressi ad alta voce, l’uomo non faceva il passo decisivo. Invitarla a cena. Chissà cosa ordisce. Intanto i mesi passavano e constatata la sua incapacità al volante prendeva di mira questo difetto: il pretesto per trattenerlo. Arrivò addirittura a corrompere l’ingegnere con una bustarella e la frase “Malgrado l’alto numero di guide, qualche erroraccio lo commetterà sempre”, per impedirgli di passare l’esame. Così al terzo tentativo Gino si ritrovò a bocca asciutta ed a corto di soldi. Guidare nonostante tutto, era il suo atto d’amore nei confronti della moglie che fiera l’avrebbe sventolato in faccia alle amiche. In pochi minuti aveva visto i suoi buoni propositi sfumare e sentito il silenzio imbarazzato della moglie. Aveva spento l’abatjour e non era successo niente.

Le proprie ossa e quelle dei compagni erano intere. Di questi, purtroppo anche le memorie ingrigiate dall’alcol:

“Smettetela una buona volta di cantare! Devo concentrarmi”

“Perché non fai guidare Renzo, questo è il suo mestiere”

“Va bene, ma attento Renzo, questo non è il camion della nettezza urbana”

“Cristo, io almeno la patente ce l’ho”

“Lo so ma… attento… il fosso…”

“Ribaltati, ci siamo ribaltati”

“Non ti arrabbi per la macchina?”

“Perché dovrei? Siamo amici”

“Cognati, va beh!”

“Noi andiamo a cercare un trattore. Gino, tu aspettaci qui”

Seduto dietro al volante l’uomo guardava senza vedere le viti lungo la strada e sentiva senza ascoltare l’insopportabile sfogo della moglie. Sarebbe tornata a casa di sua madre e l’avrebbero convinta a separarsi per sempre da lui. Allora c’era d’aspettarlo il gelido abisso chiamato divorzio. Il buio non gli faceva paura, in pieno giorno, ma ritrovarsi in un’isola lambita dagli spruzzi della burrasca era una pena insopportabile. Chiuse gli occhi, attese, li riaprì. Tutto normale. Guardava senza vedere, sentiva senza ascoltare.

di Eva G.