Robert, Julie e la chocolaterie.

dicembre 11, 2001 in Pietro d'Agostino da Stefano Mola

25225Parigi, primi anni del 1800. La Senna scorre placida, il sangue deborda un po’ meno fuori dalle vene, le ghigliottine riposano. Napoleone Bonaparte è tornato dall’Egitto: forse suggestionato dalla faraonica imponenza delle piramidi si è proclamato imperatore. Vai a sapere perché l’Egitto affascina così tanto: l’egittomania si scatena, invade anche le decorazioni delle porcellane. Vivant Denon, appena nominato direttore del Louvre, ha scritto “Voyage dans la Basse et la Haute Egypte pendant les campagnes du général Bonaparte”, corredato di stupende incisioni. Le vedete? Guardate bene, il libro è aperto laggiù, sullo scrittoio di mogano in fondo alla sala, anzi al salotto di Mademoiselle Julie Marie Martagon, uno di quei salotti dove appunto si tiene salotto, dove le dame fanno mostra di sé e delle intelligenze che riescono a radunare. E Julie è giovane, bellissima, non le manca il denaro, è intelligente: ma non immune dalle mode. Geroglifici decorano le tazze per la cioccolata. Il libro, l’ha portato in regalo l’abate di Saint Pierre (è quello ingobbito con la faccia un po’ ebete) per fare bella figura, non si sa mai che qualcuno lo voglia come precettore. Ma Julie ha collezionato per i suoi ospiti anche qualcuno che in Egitto c’è andato davvero: il capitano di fanteria Robert Chaumont (in verità, quando l’ha conosciuto, al ballo dell’Hotel de Ville, l’avrebbe forse invitato comunque, per altri motivi).

Giovani che sognano carriere da scrittori giocano a chi la spara più eccentrica, lunghe tirate dell’abate che nessuno ascolta, risate vezzose, sguardi seducenti sopra il palco di un ventaglio. Robert Chaumont non si trova propriamente a suo agio (sindrome del reduce?), non gli hanno chiesto molto dell’Egitto (polvere, battaglie, sangue: se ne sarà già visto a sufficienza?). Julie lo lascia da parte, lo guarda ogni tanto, giusto per una verifica dei poteri. Sarà per questo che adesso Robert dice, fissandola: “Di tutte le disuguaglianze, non ve n’è che una da mantenere: la bellezza”. Lo dice così, non si sa bene neanche perché, parlare di egalité può essere un modo di coniugare ingenuamente galanteria e provocazione. Julie non tarda certo a ribattere: “Quale originalità, Monsiuer Chaumont! Impegnato com’eravate nella guerra d’Egitto forse non avete avuto tempo di leggere: da sempre i poeti non fanno altro che esaltare la bellezza. O forse sapete qualcosa che noi non sappiamo: l’Imperatore sta scrivendo un editto che impone a tutti di essere belli? O sta per eliminare tutti i brutti? Volete forse mostrare il vostro coraggio lottando per la bruttezza, per salvare la bellezza?”.

25224È chiaro che adesso tutti gli altri personaggi del salotto potrebbero andare via. Anzi, dovrebbero proprio farlo, sarebbe un bel gesto da parte loro uscire in punta di piedi, portando via la loro tazza, tenendo il cucchiaino d’argento per non farlo cozzare contro la porcellana. Qui il problema, se di problema si può parlare, non è certo la discussione filosofica sulla bellezza. Robert ama Julie? Julie ama Robert? Oppure, se non vogliamo mettere in campo parole ingombranti, Robert è solo affascinato dalla bellezza di questa giovane donna, dalla sua indipendenza, dal suo ritrarsi? E Julie ammira in lui la forza, l’uomo maturo, che ha combattuto nell’Egitto di cui tanto si parla? Non è annoiata forse da tutti questi giovani letterati capaci certo di sostenere la sua conversazione brillante, ma in fondo inconsistenti, sono una tazza di cioccolata, che certo, si beve con golosità, che scalda (ma immaginate bere solo cioccolata tutto il giorno tutti i giorni)? Se ad esempio tutti fossero usciti dal suo salotto, e anche il sole fosse tramontato e rimanessero solo le candele e Robert la attirasse a sé e la baciasse, come reagirebbe? Non sarebbe la soluzione ideale? Robert potrebbe evitare di rispondere, riconoscendosi sconfitto dall’arguzia di lei, ma al tempo stesso non sarebbe questa per lui una vittoria e un omaggio alla sua bellezza? E Julie, probabilmente, non si ritrarrebbe.

Purtroppo tutti gli altri invitati sono ancora al loro posto. Ovviamente vogliono vedere come andrà a finire e non sono per nulla in imbarazzo. Robert vorrebbe trovare una risposta, dentro è quasi furente, cioè esattamente nelle condizioni peggiori per trovare una risposta intelligente. Del resto è già in svantaggio, ha iniziato a parlar di bellezza con una donna che sa di essere molto bella e desiderata, si è sbilanciato, come qualcuno che inizia ad attraversare un torrente passando da una pietra scivolosa all’altra. Si, quest’immagine del fiume va bene: Robert su una sponda, Julie sull’altra, si guardano, si piacciono: il problema è attraversare il fiume, farlo nel modo giusto, a caderci dentro si diventa ridicoli, se percorriamo le rive opposte fino a trovare un ponte magari si perde l’attimo, eccetera. Quindi Robert esita, scade il suo tempo, e Julie esagera, vuole adesso il suo trionfo: “Il vero coraggio, mio caro Monsiuer Chaumont, è ad esempio questo”. E Julie si alza, va di fronte a Madame de Lascasse, la fa alzare, e la bacia sulla bocca. Non perché sia la sua amante, solo per lo scandalo. E, in fondo, per Robert.

25223Robert cammina adesso per le strade di Parigi, vuole far sbollire la rabbia, non ha voglia di fermare una carrozza per farsi portare a casa, arriva a Les Halles, Rue de L’arbre Sec, entra in una chocolaterie. Forse è troppo tardi, non c’è nessuno. Dietro al bancone, una porta aperta. Robert si avvicina, vuol capire se c’è qualcuno. La porta immette in un quello che è il laboratorio della chocolaterie. In mezzo al laboratorio, c’è una donna. Anzi, un donnone, creolo. Sta facendo sciogliere lentamente del cioccolato. Affascinato, Robert si ferma per un attimo a guardare i suoi gesti lenti e pazienti. “Non te la prendere, Monsiuer” dice improvvisamente la donna, senza alzare la testa, con voce profonda. Robert rimane interdetto. “Lascia uscire la rabbia, Monsiuer” riprende la donna. “Che ne sapete di me?” chiede Robert (non dev’essere la sua giornata, prima umiliato da Julie, adesso psicanalizzato da una creola, ben prima di Freud). “La rabbia, Monsieur, se la tieni dentro è come l’acqua stagnante, puzza. La gente lo sente, l’odore. Soprattutto quella donna”. “Quale donna?” chiede un Robert sempre più sbigottito. Per la prima volta la creola alza la testa e lo guarda negli occhi, prima di rispondere. Lo guarda come si guarda qualcuno cui si deve proprio spiegare tutto: senza impazienza, con infinita rassegnazione, dice: “Monsieur, ma se non è per una donna, vale la pena prendersela tanto?”. Robert non sa cosa rispondere. La creola riabbassa la testa, riprende a sciogliere il cioccolato; poi aggiunge rosso d’uovo, albume montato, panna e vaniglia, continuando a mescolare. Robert resta lì, sentendosi un po’ stupido, non sapendo bene cosa fare. Forse aspetta che la creola riprenda a parlare, gli offra una soluzione. Con estrema concentrazione ora la donna versa il composto all’interno di piccoli stampini metallici a forma di piramide, riponendoli a raffreddare fuori da una finestra (è dicembre, la giornata è stata tersa, freddissima, adesso c’è un cielo stellato e senza luna). “Monsieur, perché non porti alla tua donna queste? Piramidi, tutti parlano di piramidi, almeno queste si mangiano. Piace il cioccolato, alle donne” dice la donna avanzando verso di lui con un vassoietto su cui ci sono due piramidi di cioccolato, che evidentemente si erano raffreddate in precedenza. “Ci vuole anche la salsa al caffé, ci vuole. La sai fare, Monsieur? Devi sbattere dei rossi d’uovo con lo zucchero, poi aggiungi il latte. Il latte lo devi far scaldare prima, Monsiuer, ma non troppo”. Robert ha per un attimo un’immagine di sé in divisa
, con le spalline, la spada, il cappello, la grande uniforme: ma con un grembiule da cuoco, e davanti ai fornelli. Evidentemente tutto questo trasuda dai suoi occhi, perché la donna si interrompe, scuote la testa e dice ”No, non la sai fare. Ma sono buone anche così, buone, si. Adesso vai, Monsieur. Ho ancora molto da fare. Molto”. Mette il vassoio in una scatola di legno, lo dà a Robert, torna nel laboratorio chiudendosi la porta alle spalle.

25226Robert è di nuovo in strada. Che cosa ne farà delle piramidi? Pensa a se stesso rasato di fresco mentre suona alla porta di Julie l’indomani mattina, e gliele offre per colazione. No. Scuote vigorosamente la testa, camminando. Ha bisogno di un’impresa. Qualcosa che lo riscatti da questa giornata. Poi, ha un’idea. Inizia a fare a ritroso la strada di prima, di nuovo verso casa Martagon.

Adesso lo vediamo in piedi sul cornicione di casa Martagon, con una mano stretta alla scatola e l’altra aggrappata al muro. Striscia piano piano, evitando di guardare giù, dove il selciato attende tranquillamente cinque piani più sotto. Ci sono tre finestre che danno sul cornicione. Una non ha le tende tirate: è quella del salotto. Le altre due, potrebbero essere le camere da letto. Entrare in quella di Monsieur Martagon, padre di Julie nonché potentissimo banchiere, garante delle forniture dell’esercito, potrebbe essere un grave errore. Cinquanta per cento di possibilità. Fa un freddo cane, lo abbiamo già detto. Non si può restare molto sul cornicione, con quel freddo. Robert scivola piano davanti a una delle due finestre, poggia l’orecchio sul vetro. Sente russare. Fortissimo. Non può essere Julie, la delicata Julie. Passa all’altra finestra. Appoggia l’orecchio. Niente. Nessun rumore. Prende dalla tasca un coltellino, armeggia piano con la serratura, riesce ad aprire la finestra, entra, richiude la finestra, rimane in piedi dietro la spessa tenda, riprende fiato. La scosta delicatamente, vede un grande letto con un baldacchino, dentro qualcuno dorme. Ora è un metro dal letto. Nel letto c’è proprio Julie, si intravede un seno dall’apertura della camicia da notte.

(al povero Robert non potevamo anche fare lo scherzo di farlo finire nella camera del letto del padre, o di fargli trovare Julie a letto con Madame de Lascasse, ne abbiamo avuto la tentazione, ma abbiamo desistito. Adesso ha aperto la scatola, ha deposto il vassoio coi dolci sul comodino, si è appena seduto sulla poltrona a fianco del letto. Per discrezione, lo lasciamo così, soddisfatto della sua impresa).

di Stefano Mola