Ritorno in Lettonia

marzo 28, 2004 in Libri da Stefano Mola

Titolo: Ritorno in Lettonia
Autore: Marina Jarre
Casa editrice: Einaudi
Prezzo: € 17.50
Pagine: 275

Ritorno in LettoniaMarina Jarre è nata nel 1925 a Riga, in Lettonia, con il cognome Gersoni. Quando lei è ancora una bambina, la madre (italiana) e il padre (lettone di religione ebraica) si separano. Lui ha tradito, ha avuto una relazione con una donna tedesca da cui ha avuto una figlia, Irene. Marina Jarre, insieme alla sorella, resta con la madre e ritorna in Italia, stabilendosi a Torre Pellice. Si avvicina la seconda guerra mondiale, l’amante tedesca del padre ritorna in Germania. Lui resta in Lettonia, con la piccola Irene. La sentenza di divorzio giunge quasi contestualmente alla notizia della sua morte, nelle stragi che i nazisti, con la complicità tremenda e puntigliosa dei lettoni, compiono degli ebrei che là vivono.

Questa è la sintesi e allo stesso tempo sfondo e occasione del libro. Nel 1991 il figlio Pietro propone alla scrittrice di accompagnarlo in un viaggio di affari che lo porterà nel paese Baltico in cui Marina Jarre non è mai più tornata. Ritrovare, per quanto è possibile dopo tanto tempo luoghi, case, paesaggi mette sotto la luce del presente molte cose. È come sollevare piano gli strati di una garza che ricoprono una ferita non ancora, non del tutto guarita. Per riuscire a riportare finalmente dentro di sé il padre, il padre “cattivo”: Occorreva dunque che, morto lui e morta con lui ogni speranza di ritrovarlo, io fossi costretta a tornare dove lui era vissuto con noi bambine, che mi toccasse pregare a Rumbula, che una frase finalmente detta da qualcun altro schiudesse il chiavistello che sbarrava le mie lacrime [pag. 144]

Rumbula è il luogo dell’eccidio. Perché la garza allo stesso tempo è frazione di un sudario più grande, incommensurabile, l’olocausto: Ma innanzi tutto provavo un disordinato impaccio al pensiero che mi si potesse sospettare di far mostra di una sofferenza che allora non avevo patito. La strage mi aveva sfiorata, inconsapevole, e portavo il peso di un lutto improprio, in cui gravi vicende personali si erano intrecciate così strettamente con l’atrocità della storia che non potevo presentarmi in modo chiaro e univoco. Mi pareva di non aver diritto a un lutto [pag. 17]

Ecco i due poli tra cui si muove, per oscillazione, il libro. La vicenda personale e lo sterminio di un popolo. Che poi, alla fine si riflettono l’uno nell’altra, perché il padre è una delle vittime: Sono doppiamente orfana, di mio padre e di quel numero mostruoso che non appartiene al mondo degli umani, dilaga oltre la storia, ne ha varcato i confini, che è inutile cercare di delimitare entro nomi, date, luoghi. Che rende anonima anche me […] A tratti si accendono nella mia memoria sprazzi momentanei che non sembrano riferirsi a nulla che io abbia davvero vissuto. Risalgono, mi dico, alle mie vite precedenti [pag. 71]

Troviamo, anche solo in queste poche ma significative frasi, alcune delle più importanti qualità di questo libro: una lucidità che non fa appello all’effetto facile, che non rovescia sul tavolo le viscere del dolore e della commozione. C’è molto pudore, c’è un’esitazione di fronte alla soglia della catastrofe, e alle sue vittime. Molto significativamente, i numeri delle stragi non sono mai scritte, sono soltanto indicati con *****: C’è infatti una perfidia nella ripetizione, perfidia che, tal quale l’enormità delle cifre, contribuisce a rendere astratti gli avvenimenti, a farne oggetti di confronti e dissertazioni, a dargli al più carattere di insegnamento, a togliergli carne e sangue e urla e sangue e rantoli e sangue. Una volta accolti nella nostra mente, passato il primo urto di sconcerto e di orrore, acquisiscono una sembianza direi consolatoria […] Tra l’evento e noi che leggiamo, ascoltiamo, guardiamo, si aggirano i sopravvissuti, costretti a tener viva l’esperienza […] E narrano e rammentano e si augurano, e noi con loro, che lo strazio del ricordare sia utile e necessario, ma narrano rivolti agli innumerevoli che dovettero soccombere, non a noi che ascoltiamo e guardiamo. Il loro rimemorare, esile, interrotto, ripetuto, richiama con pena, a stento, gli innumerevoli dalla fossa dell’anonimato [pag. 19]

Se le vittime non si possono descrivere direttamente, ma soltanto evocare come per una eco, richiamando indietro dalla fossa dell’anonimato, e aver vissuto al tempo in modo inconsapevole la catastrofe stende quasi, addirittura, una patina di indegnità, ciò non significa per nulla rinunciare a ricostruire. C’è un modo per riappropriarsi del proprio passato, che è andare ancora più indietro, a ritrovare le tracce del cognome paterno, attraverso la storia e la geografia del popolo ebraico arrivato in Lettonia. Questa ricerca, svolta con l’aiuto di parenti, di biblioteche e archivi, si intreccia agli altri due fili del libro: le vicende del viaggio presente con il figlio, il ricordo della propria infanzia. In modo inestricabile, perché non potrebbe essere diverso. Non possiamo aspettarci linearità, perché questa proprietà non appartiene alla memoria, né alle vicende umane, né soprattutto agli affetti e ai legami famigliari. E purtroppo, neanche alla storia. Una parte molto importante del libro, verso la fine, comporta anche denunciare, in modo trattenuto ma fermo, le complicità del popolo lettone, in gran parte negate oggi dalla repubblica di nuovo indipendente, dopo l’uscita dall’orbita sovietica.

L’apparente divagare del libro, come abbiamo già detto, è estremamente lucido, e si vede in primo luogo dalla qualità della scrittura. Che riesce a scorrere limpida, coraggiosa, forte, curiosa, attenta, precisa, accompagnandoci allo scioglimento conclusivo nel pianto per il padre, davanti al luogo dell’eccidio, finalmente ritrovato. Nel momento e nel posto che permette di chiudere il percorso privato, ricomposto in quello collettivo.

di Stefano Mola