Riccardo III proposto da Ludovic Lagarde

luglio 8, 2007 in Spettacoli da Roberto Canavesi

RiccardoTORINO – La dodicesima edizione del Festival delle Colline torinesi ha chiuso i battenti con una coproduzione internazionale, il Richard III che Ludovic Lagarde ha diretto ispirandosi alla riscrittura di Peter Verhelst del dramma scespiriano: non un classico adattamento, semmai una nuova stesura posta in atto secondo un processo di destoricizzazione con cui vicenda e personaggi sono trasportati in una modernità dove l’oggi diventa un tutt’uno con la storia.

Verhelst risolve il problema della prolissità affidando ad una voce fuori campo il compito di illustrare parte della vicenda, potendo così focalizzare la propria indagine su quelle figure femminili da lui reputate le vere e proprie protagoniste della scena: in una scenografia segnata da un evidente cromatismo, su tutto spicca il prepotente rosso metafora del sangue versato dall’assurda e cieca sete di potere di Re Riccardo, si consuma la tragica parabola di un sovrano carnefice, ed al tempo stesso prima vittima, di un destino dove la delazione ed il tradimento sembrano essere le uniche leggi morali. Un uomo che nel suo rapsodico delirio d’onnipotenza vive un dream a tratti grottesco, con l’intenzione quasi mai a trasformarsi in atti concreti, ed a cui Verhest arriva a mettere provocatoriamente in bocca frasi di Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela. Ma è nel rapporto con le donne che si possono individuare le maggiori novità del lavoro di Verhest e Lagarde: un relazionarsi complesso ed articolato che si concretizza in una serie di splendide istantanee al femminile, a partire dalle dolenti Duchessa di York ed Elisabeth costrette, dal succedersi degli eventi, a dover piangere la morte dei propri figli. Per proseguire con l’ambigua passione tra Riccardo e Lady Anna, la seducente e magnetica Francesca Bracchino, in nome di un amore prima idealizzato, poi diventato realtà, da ultimo tragicamente finito non appena diventato re.

Tre diversi rapporti di amore-odio in cui Re Riccardo agisce esclusivamente “di testa”, arrivando a rifiutare ogni contatto fisico, in nome di quella ricerca del candore e della purezza cui sembrano essere improntati gesti e parole: una dimensione sospesa, quella in cui si pone il sovrano, che finisce con il caratterizzarne la parabola esistenziale ed ideologica, ma anche e soprattutto un affresco umano, prima che politico, volutamente fuori dal tempo per uno spettacolo applaudito dal pubblico ed ora prossimo a sfidare la platea del Festival di Avignone.

di Roberto Canavesi